La doppia ce l’ha nel cognome, ma non nel nome che, in un’altra e più nota variante appare con un paio di lettere emme, poste l’una accanto all’altra, nel suono prolungato di un’articolata successione.

Invece, l’artista bresciano che ad Inzino di Gardone Valtrompia espone nella locale sala civica, durante quello scorcio d’autunno che il 2015 intesse nei giorni compresi dal 07 al 21 novembre, si presenta nella locandina, divulgativa della sua iniziativa espositiva, con il nome di Tomaso a cui segue Maggini, quale connotazione identitaria, per altro, abitualmente non ricorrente sulla superficie dei suoi dipinti, estranei  alla esplicita scelta di una firma alfabetica contraddistinguente.

Per questo apprezzato autore, da lungo tempo iscritto alla Associazione Artisti Bresciani, di Brescia e solito a raccogliersi in una pittura contemplativa nella campestre Cascina Persello di Torbole Casaglia, la firma è nello stile pittorico, vibrante di personali e di spontanei  elementi connotativi, desumibili nell’omogeneità raggiunta con il suggestivo risultato del suo carisma compositivo corrispondente, per lo più, apparentato ad un sentito e mediato approccio ispiratore che appare descrittivo di quella realtà dove l’artista stesso sembra sperimentare, in prima persona, l’anelito di un incontenibile moto catalizzatore di ciò che si incardina in una abilità espressiva, per dare corso ad un riuscito e ad un indugiante estro d’attento osservatore.

mostra_magginiAll’inaugurazione della prima mostra in Valtrompia di questo pittore, erano, insieme a lui, rispettivamente presenti il locale assessore alla cultura, Emilia Giacomelli, il prof. Valentino Maffina e gli artisti William Fantini e Lucia Manenti che ha curato l’allestimento e l’intervento pronunciato in sala, per una possibile lettura critica delle opere esposte alle quali ha, tra l’altro, attribuito il filo conduttore dell’avvicendarsi delle stagioni che sono visibili nelle loro caratteristiche formulazioni pittoriche.

Tale ciclo espressivo, in questo caso, particolarmente inerente la valle del fiume Mella, è, fra l’altro, significativo di un autentico incedere impressionistico, pure pervaso da eloquenti e da affascinanti risultanze iperrealiste, frutto di quei “colpi d’occhio” aperti sul Creato che è inteso nell’aderenza prossima alla dimensione compatibile dell’evocare il patrimonio valoriale correlato all’andare del tempo, nell’eco espressiva promanante dal passato e fattibile di una compartecipe sua stessa accoglienza nel verso prossimo del futuro incombente.

Attraverso le sue coinvolgenti realizzazioni, affidate ai colori ad olio su tele, per lo più, preferite di iuta brunastra, l’autore condensa quelle emozioni che trascendono la realtà assimilata dalla sua arte ricettiva, per  testimoniare una sorta di alterità percettiva del mondo reale, a favore di un parallelo insieme speculare, dove sono fissati i riflessi del momento catturato nel particolare privilegiato dalla scena pittorica che è congiunta all’armonia sincronica di una delicata resa stilistica, mediante la quale l’opera stessa funge da raffinato simulacro vettoriale.

Elogiandone la “capacità tattile”, connessa ad “una capacità tecnica invidiabile”, l’artista Lucia Manenti ha pure inteso l’esperienza artistica di Tomaso Maggini in quell’ambito espressivo che è funzionale a permettere di poter riuscire a cogliervi le bellezze della natura, sollecitando, per il tramite della pertinente  potenzialità visiva dei suoi dipinti, una partecipazione dei sensi verso questo contesto spazio-temporale interpretato che offre piacere e commozione, grazie al possibile riscontro di una assecondata e di una diretta soluzione dell’opera, avvinta al raffigurato destino affabulatorio di una eloquente sua forma di narrazione probatoria.

Un interessante contributo di considerazioni è stato sviluppato anche dall’artista William Fantini, “ritrattista ufficiale dell’Ateneo di Brescia”, pure coincidenzialmente protagonista di una mostra personale, nel medesimo periodo che, nella sede però comunale di Rudiano, allo stesso mese di novembre risulta attinente, secondo il quale le opere di Maggini convincono, nella loro veridicità effettiva, circa quanto pure preannunciano con la riproduzione fotografica attraverso la quale sono, in alcuni casi, divulgate in stampa, nella loro documentale sintesi dimostrativa.

Dopo l’intervento di saluto, in nome dell’Amministrazione comunale, da parte dell’assessore di Gardone Valtrompia, Emilia Giacomelli, che ha, fra l’altro, contestualizzato la manifestazione espositiva nell’insieme di altre proposte,  relative ad una composita serie di autori, coinvolti negli spazi della stessa sede, secondo un progressivo calendario di mostre riferite al programma che le contiene, il prof. Valentino Maffina ha condiviso, con i numerosi presenti all’inaugurazione, alcune proprie personali considerazioni, in ordine alle quali, fra l’altro, i dipinti di Tomaso Maggini si rivelano come “opere che hanno qualità, poesia e freschezza delle cose genuine”, anche testimoniando, nell’espressione tematica di questa sua mostra, dal titolo emblematico di “Valtrompia e dintorni”, una sensibilità particolare verso i luoghi da lui trattati.

Luoghi dove, nel suo applaudito intervento, il prof. Valentino Maffina, stimato dirigente scolastico da poco in congedo, ha affermato di avere conosciuto il pittore “più di 50 anni fa quando ancora portavamo le “braghette corte” e precisamente a Lavone dove Maggini veniva a trascorrere le vacanze estive con la famiglia. Ricordo quelle estati come stagioni favolose, piene di sole e di colori. Le corse nei prati, la raccolta dei funghi e delle nocciole nei boschi, le lunghe passeggiate sui monti circostanti, i giochi interminabili alla cascina Kamandu. Anni di sogni e di speranze, di affetti e di amicizie, in cui si cominciava a sentire il buon sapore della vita: le tante letture, la passione del conoscere, gli hobbies (la pittura in particolare per Tomaso), l’esplorazione dell’ambiente e il contatto con la natura. A ben pensarci è come se fossi entrato nell’esistenza guardando dalle finestre di quelle estati. L’anno che seguiva con la stagione fredda, la scuola, i compiti, era soltanto un periodo di incubazione per giungere all’estate successiva, durante la quale Lavone tornava ad animarsi per l’arrivo dei villeggianti, i “siori” ed io tornavo a rivedere il mio amico Tomaso. In tutto questo vi è certo della letteratura. Il colorire il passato di luci d’incanto sa molto di mito e di memoria. Ed ecco che allora Tomaso era un poco il mio amico Meaulnes, protagonista del romanzo di Alain Fournier  “Il grande Meaulnes” (anche se assai diverso da quel personaggio: pacato, sognatore, non invadente, capace di cogliere il dettaglio, la sfumatura).  “Le grand Meaulnes” è la storia di una grande amicizia tra due ragazzi e l’arrivo di Tomaso a Lavone era, in una qualche misura, paragonabile all’arrivo di Meaulnes dalla città al paesetto di provincia dove tutti i ragazzi del luogo fanno a gara per farselo amico. E in questo mondo io credo di essere diventato un po’ il suo amico Francois. Un altro elemento carico di suggestioni letterarie risultava essere il parco di casa Cavadini, settecentesco palazzo, che noi ragazzi osservavamo con curiosità dall’esterno e nel quale si aggiravano giovani cittadini di bianco vestiti che trascorrevano ore a giocare a tennis. Questo luogo poteva tranquillamente ricordare, per certi versi, “Il Giardino dei Finzi Contini”.

A Lavone, poi, proprio in quegli anni, noi ragazzi abbiamo avuto anche l’opportunità di spiare gli esordi artistici di Vittorio Piotti, scultore del ferro, nella sua fucina in via Lavone Sopra: una sorta di dio vulcano con il viso protetto da una maschera e armato di fiamma ossidrica, intento a forgiare e plasmare il ferro grezzo e con la fantasia percepivamo quell’antro popolato di mostri alati, di figure e di esseri favolosi. E’ ancora vivo lo stupore che ci pervadeva, nell’accostare quel mondo, punto d’incontro tra reale ed immaginario, splendida risposta al bisogno infantile di mistero e di avventura. Per completare il quadro, pure Pigi Piotti, poeta della Resistenza, ma anche poeta lirico, con notevole ricchezza di tavolozza fantastica, teneva casa sempre a Lavone in via Taverna, casa che, in anni più recenti è diventata luogo d’incontro tra amici dove discorrere amabilmente di poesia, di storia e di arte. Voglio solo ricordare le parole con cui lui apre la raccolta di poesie “A conti fatti” del 1994: – Segni che traccio sinceri come vino d’annata, bacche di siepe, cornioli, mele/ cadute in terra abbandonata, api vi troveranno nei sentieri a distillarne il miele -. Letteratura certamente, come dicevo, però Lavone è stato effettivamente un ambiente ricco di stimoli che anche Maggini ha avuto modo di frequentare respirando l’atmosfera magica di quella stagione che sono sicuro gli ha lasciato dentro una traccia difficilmente cancellabile (…)”.