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Brescia – Totò (1898 – 1967), il “Principe della risata”, giunge a Brescia nei primordi del Secondo dopoguerra, per una rappresentazione teatrale che, sulle pagine dell’allora quotidiano locale, riceveva una critica sostanziale, per la valutazione attribuitale dall’applicazione di un certo stereotipo professionale, adottato a misura di una stroncatura particolare.

Pare che, per una serie di aspetti, non fosse molto piaciuta l’interpretazione del già noto attore partenopeo a chi aveva vergato il pezzo messo in stampa sull’edizione de “Il Giornale di Brescia“ di giovedì 28 febbraio 1946. Di tale critica non ne resta che una traccia relegata alla visibilità delle minori cronache cittadine, più o meno sbiadite, scomparse nell’oblio dei giorni in cui sono rimaste inghiottite, mentre l’eco di Totò misura ancora quell’approvazione popolare che non sembra tema di reggere il confronto plurigenerazionale con il carisma eclettico di una sua mimica caricaturale, in un qualche modo sempre attuale.

Si era trattato di quella commedia con musica, ispirata alla sceneggiatura di un film omonimo del 1938, della quale, il giorno prima della relativa messa in scena, lo stesso giornale ne aveva dato, testualmente, un’informazione, corrispondente ai termini di un atteso evento che risultava ormai imminente: “Domani sera: Totò. Domani sera la compagnia che fa capo al comico Totò, darà al Sociale il primo di due spettacoli con la commedia musicale in due tempi “Eravamo sette sorelle” di De Benedetti e di Galdieri. Prenotazioni da stasera al botteghino”.

A qualche mese dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, l’intrattenimento teatrale si apriva al tempo di una vicina primavera, ancora in gestazione durante quel periodo tardo invernale che pare rilanciasse, alle stagioni a venire, il seguito della progressiva ricostruzione di ciò che era stato, di fatto, compromesso con gli effetti cruenti della soverchiante lotta partigiana e militare.

Dopo alcuni mesi susseguitesi nella pace, Totò portava a Brescia il proprio contributo d’evasione, al controverso spettro di un’ombra collettiva, proiettata nella subentrata evanescenza di un recente passato verso una metamorfosi epocale, immettendole un’autentica vocazione a sintetizzare, nel teatro, la varietà di quella caratterialità umana che era da lui osservata, nell’emblematico riverbero degli effetti traslati da una veridicità sociale, mediata da una propria peculiare visione personale.

Ma sembra che, allora, questa intelligente natura istrionica non bastasse. In quei frangenti, altri termini erano stati, invece, usati, a margine dello spettacolo, preso in considerazione per sommi capi, nel modo in cui vari aspetti dedotti, nel merito, apparivano focalizzati, tra le pagine de “Il Giornale di Brescia” del 28 febbraio 1946: “Totò al Sociale. La freddura a più sensi. Il mulinello delle parole, il bisticcio delle idee, lo scambio di significazioni: questa l’arte, nell’esplicazione propriamente verbale di Totò. Non risparmiata, non misurata, ma anzi, condotta fino al limite estremo dell’idiozia, dell’infantilismo, con un compiaciuto trastullarsi sulle trasposizioni vocaliche e sillabiche (e chi ha detto che tutto ciò sta a testimoniare l’intelligenza?).
Dopo la scontata metafisica funambulesca della commedia dell’arte e della pagliacceria esotica: contaminazione di più esperienze.
Viene un certo momento che anche il più impagabile degli spettatori, il più arcigno dei contrari è preso inspiegabilmente – senza possibilità di liberazione – nei vortici della scemenza.
Sono gli istanti di grazia in cui fan presenza le antiche maschere: Petito, ad esempio, legnoso e meccanico, vigilato ed espansivo.
Allora è l’applauso che parte dalla platea gremita, (si comprende), per Totò, e (ciò appare) indulgente alla schematica vicenda in cui è fissa l’immissione del “tableaux”, con le solite ballerine, i soliti compari, i soliti espedienti della rivista.
Non un posto vuoto, molte le risate (fin troppe, come se fosse d’obbligo “divertirsi” sempre): frequentissimi i battimani.
Ad un certo punto Tecla Scarano s’è messa a fare sul serio la….drammatica; le sette sorelle erano graziose per il canto e la recitazione, tutti hanno dato con impegno il fervore massimo della loro opera. Stasera replica.(alg)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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