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A volte, una strada scorre dentro una tangenziale. Questo avviene quando i giorni, dell’uno e dell’altro, si incrociano in una tratta di veloce percorrenza veicolare. In funzione diversa, tale combaciarsi si era materializzato in un condiviso comporsi, profilatosi lungo questa nuova infrastruttura che si andava, di lì a poco, ad inaugurare, fra chi la voleva aperta e chi, invece, la pretendeva ancora chiusa.

Lo sbocco per un ripristino, su una ormai raggiunta funzionalità originale, grazie ad un provvidenziale ruolo risolutivo, era avvenuto nei pressi di Rezzato, grazie al prefetto di Brescia, Fausto Cordiano che, nel 1980, aveva personalmente concorso a risolvere l’iniziativa strumentale di un dimostrativo blocco stradale, improvvisato, sul posto, da un gruppo di contadini, in tutta risposta a non essere stati ancora indennizzati, per gli, ormai allora e da tempo, avvenuti espropri dei terreni nei quali si erano trovati rispettivamente implicati.

La mediazione del rappresentante territoriale del Governo si era rivelata cruciale per il dipanarsi di una diatriba, assurta, in quei giorni, ai livelli di una protesta tale, da andare a compromettere quell’auspicabile assetto sociale in cui le vie di comunicazione non sono bloccate dall’arbitraria estemporaneità di una manifestazione, per quanto corale, orchestrata, come in questo caso, per dare notorietà a certe rivendicazioni, presentate con veemenza, a livello istituzionale.

La storia della provincia bresciana passa anche attraverso queste cronache che, per i protagonisti del tempo, erano tutt’altro che circostanze minime, magari, come si sarebbe tentati oggi, da circoscrivere in minoritarie marginalità di semplici scampoli di vicende nostrane, ma, invece, rappresentavano il centro di un contendere in cui si giocava una posta in gioco, ritenuta fondamentale.

Anche per l’allora prefetto di Brescia che eseguiva l’ordine di fare sgombrare i manifestanti, alla fine assecondati dagli effetti, andati in porto, di una sua mediazione puntuale. La tangenziale, dal capoluogo bresciano per il lago, doveva essere presto percorribile in quel nuovo spiraglio di viabilità che, per il vicino territorio gardesano, stava rappresentando una riuscita innovazione nella ricercata fattibilità di migliorate linee di comunicazione, immesse nella funzionale regia di una ulteriore infrastruttura di prossimità.

Mercoledì, 4 giugno 1980, dalle colonne del quotidiano “Bresciaoggi”, si concludeva la questione nel convenire che “Sabato andremo al lago in tangenziale, aggirando l’odioso semaforo di Rezzato”.

“Covo” di ritrovo, quale punto assembleare di partenza della protesta, pare fosse la cascina “Ospedale” di Rezzato, per frapporre mezzi agricoli all’inaugurando “tronco Buffalora – Ciliverghe”, dal momento che, in oltre un decennio, non erano ancora stati pagati gli espropri dei terreni interessati all’opera, nel frattempo, pressochè, realizzata.

A tale proposito, nella prima pagina del medesimo giornale, si leggeva, fra l’altro, che(…) Stamane gli operai che hanno in appalto dall’Anas i lavori di ultimazione del tratto Buffalora – Ciliverghe potranno finalmente tracciare la segnaletica orizzontale e piantare quella verticale. In un paio di giorni massimo, la superstrada sarà agibile al traffico. Il “braccio di ferro” fra gli agricoltori e il rappresentante del Governo è durato esattamente 24 ore. L’epilogo ha amareggiato decine e decine fra i proprietari espropriati undici anni fa dei loro terreni e che, a tutt’oggi, non sanno ancora quando verranno indennizzati; in compenso ha trionfato il principio secondo cui il privato non ha il diritto di farsi giustizia da solo, riversando sulla comunità intera le conseguenze del cattivo funzionamento dell’Anas (…)”.

Intanto, erano stati finalmente formalizzati i decreti di esproprio, consegnati agli interessati, messi nelle condizioni, con da disponibilità di tale atto formale, di adire alle vie legali per il rimborso di spettanza, ma c’era anche l’impegno, preso dal prefetto, di fare quanto in suo potere per cercare di condurre presto a buon fine, in debita sede, le procedure di indennizzo, prestandosi, pure, a dichiarare allo stesso giornale che “(…) Si doveva tenere conto dell’interesse prevalente della collettività, sia per lo snellimento del traffico in una zona particolarmente frequentata, sia per evitare il ripetersi di gravi incidenti. Di fronte a questa considerazione, gli agricoltori hanno accolto il mio invito, pur manifestando la loro protesta con un’azione che ha fondamento morale. Debbo dare pubblicamente atto a questi cittadini per aver accondisceso alle mie insistenze (…)”.

Un’inchiesta giornalistica sulle strade in provincia, sviluppata verso la fine dell’anno prima, evidenziando testualmente che “mancano i fondi”, aveva già descritto alcune criticità relative alla gestione di una quota parte viabilistica bresciana da parte dell’Anas (Azienda Nazionale Autonoma delle Strade), (www.stradeanas.it) specificando, in un implicito affresco, di come fosse nel merito la realtà del tempo, informando con “Bresciaoggi” del 9 novembre 1979, che: “(…) L’Anas una volta costruita la strada provvede a dislocare a intervalli vari case cantoniere: dentro ci abita un cantoniere che ha il compito di segnalare ogni piccolo mutamento dell’assetto per segnalare eventuali condizioni di pericolo per gli automobilisti. Le segnalazioni arrivano, ma gli interventi, spesso, si fanno attendere (…)”.

Era quello il periodo, fra altri aspetti, in cui l’immagine di Brescia era stata obiettivo di considerazioni espresse da intellettuali del calibro di scrittori come Piero Chiara e di altri referenti d’interesse dell’opinione pubblica del tempo, come il sociologo Alessandro Cavalli e l’architetto Achille Castiglioni, nel rappresentare, in un inserto monografico del giornale “Il Giorno” di sabato 27 ottobre, come il capoluogo bresciano fosse per loro “Il primo posto dei luoghi da non visitare” in Lombardia, stante pure l’impressione di una percepita e presunta tiepidezza culturale riscontrabile in loco.

Tra le pagine di “Bresciaoggi” del 7 novembre 1979 il giornalista Renzo Bresciani, dal cognome, in tale contingenza, rilevabile pure ad evocativo biglietto da visita, per la naturale ed autentica titolarità di una presa di posizione locale, ammetteva, insieme ad altre interessanti considerazioni, che “(…) Abituati ai numeri ci sfuggono le sfumature, temiamo le incertezze come il fumo negli occhi. Lo scandalo ci terrorizza. E poiché cultura è spesso incertezza, scandalo, rischio e non è mai profitto immediato, ci muoviamo su questo terreno con accigliato sospetto (…). Diciamo a noi stessi che siamo bravi e saggi, ma la nostra saggezza è di tipo cloacale: prima le strade, le fogne, le piazze, le case, poi le biblioteche, i musei, le mostre, i dibattiti, gli spettacoli (…)”.

Nel tema, era ovvio, in ogni caso, che le manifestazioni, anche per ciò che non rientrava negli stereotipati e positivi accenti dei prodotti tipici della laboriosità bresciana, avvenissero su varie iniziative portate a termine e che si verificassero, a vari livelli, anche a testimonianza di una comunque interpretata sensibilità culturale, pure promossa dal mondo istituzionale del territorio dove, ad esempio, il prefetto Fausto Cordiano, aveva pubblicamente commemorato il prof. Giuseppe Tonna (1920 – 1979), scrittore e traduttore, di origine parmense, stimata figura di educatore dal 1959, come insegnante al Liceo Classico “Arnaldo” di Brescia, fino alla morte del 11 dicembre 1979: una biblioteca del medesimo istituto lo ricorda in un’intitolazione, chissà se ancora percepita in una consapevole menzione, analogamente al fatto che è pure, a lui, dedicata la biblioteca della sua località natia, Gramignazzo di Sissa, essendosi il medesimo docente, fra l’altro, distinto nella paternità del romanzo “L’ultimo paese”, contestualmente ad essere stato, soprattutto, un apprezzato esperto del greco antico e della letteratura medioevale e rinascimentale.

La notizia è di “Bresciaoggi” del 18 dicembre 1979, mediante il significativo spaccato di un consesso interistituzionale, svoltosi ad immagine della scuola bresciana, ma anche a riflesso, nell’eco di quei giorni, di quanti vi avevano partecipato, per il tramite dell’investitura pubblica, interpretata nella coerente coincidenza di un proprio vissuto personale: “Una medaglia d’argento come riconoscimento del lavoro prestato nella scuola è stata consegnata ieri pomeriggio ai presidi andati in pensione negli ultimi sette anni: alla cerimonia organizzata su iniziativa del Provveditorato agli Studi, sono intervenuti, davanti ad un pubblico numeroso, composto da presidi e da direttori didattici, il sindaco Trebeschi, il presidente della Provincia, Boni, l’assessore alla Cultura della Regione Lombardia, Fontana, il prefetto Cordiano, Cesare Petruzzi, vicepresidente dell’associazione industriali. Gli ultimi sette anni – lo ricordava il provveditore Giffoni – comprendono anche il periodo in cui è stata provveditore la dottoressa Grappone, un modo, dunque, anche per commemorare la sua scomparsa. Il Provveditore Giffoni, aprendo con un breve discorso la cerimonia, ha sottolineato come “anche in momenti difficili, come questo, tutti gli uomini della scuola si sono ritrovati uniti nel ribadire il senso dello Stato, impegnati a realizzare la gestione democratica della scuola (…)”.

Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.