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Quel giorno, “La Provincia di Brescia” dava la notizia anche di una sfida sperimentata da chi, misurandosi direttamente con la natura in un confronto personale a contatto con alcuni suoi primordiali elementi, si era distinto in una coraggiosa e fortunata impresa, ingaggiata senza particolari accorgimenti: “Attraversa il Danubio a nuoto. Il primo tenente degli ulani Rodolfo Moser, di anni 28, ha compiuto ieri, in seguito ad una scommessa, un tour de force, che ha destato molta sensazione nei circoli militari e sportivi. Egli attraversò a nuoto il Danubio da Klosterneuburg a Korneuburg dove il fiume ha una larghezza di 380 metri”.

Era il 4 marzo 1898, giornata nella quale, dalla medesima carta stampata, emergeva anche tutt’altro tipo di sfida, intercorsa fra alcune note personalità dell’epoca delle quali la cronaca attestava l’insorgere di una pubblica frizione, asservita al caso di uno scontro a duello: “La vertenza Santini – Tecchio. L’on. Santini incaricò Bettolo e Mezzacapo di chiedere a Tecchio soddisfazione per l’incidente oggi successo alla Camera. (Veggasi Note e Commenti). Tecchio nominò a suoi padrini Carcano e Caldesi”.

Trattavasi di un paio di parlamentari dell’allora Regno d’Italia, nelle persone di Felice Giuseppe Isidoro Maria Santini (1850 – 1922) e di Sebastiano Tecchio junior (1844 – 1931): all’indirizzo di quest’ultimo pare che il primo avesse proferito pubblicamente la perentoria affermazione di: “Prenderò provvedimenti da gentiluomo verso chi mi insulta”.

Riguardo questo modo di dirimere certi personali contrasti, suscettibili di fare vibrare gli effetti di sedicenti offese alla propria onorabilità, a motivo di alcune soggettive e presunte caratteristiche vilipese, la periodica pubblicazione dal titolo “La Civiltà cattolica”, relativa al “Volume 9”, del 1897, si era già occupata un anno prima, rispetto al periodo sopra accennato, andando ad intercettare altra analoga prodezza del medesimo deputato sopra considerato, con l’aggiunta di un esplicito pronunciamento pure attinente la posizione della Chiesa nel merito di questa, allora ancora diffusa, modalità di dare espressione alle vie di fatto, al fine di dirimere il deflagrare di alcune contese: “(…) Le idee cavalleresche anticristiane sul duello conculcate. Il fatto che qui narriamo è piccola cosa, all’apparenza, ma grande pel significato. Il ricorrere al duello per risarcimento d’onore o per decidere liti, è (secondo i concetti cristiani) cosa contraria alle leggi divine e anche ridicola. Or, in quanto esso è cosa ridicola, convengono già molti anche non cattolici. Ci piace quindi farlo conoscere. Il deputato Ferri fu sfidato a duello dal deputato Santini (due legislatori del popolo italiano); e questi mandò a quello due altri deputati, quali cavalieri e gentiluomini in tutta forma, a intimargli la così detta resa d’onore. Ora, il Ferri colla sua risposta ha rotto l’incanto di questa cavalleria crudele e ridicola, dicendo ai due gentiluomini che egli non reputava cosa seria il duello, ma se il Santini aveva qualche cosa contro di lui, venisse pure in casa sua e all’uopo gli avrebbe fatto sentire la punta dei suoi stivali. I due messi riferirono al Santini che il Ferri colla sua risposta aveva messo sossopra il codice cavalleresco e quindi non se ne fece nulla”.

Duello_Athos_PiniAltra prospettiva era parsa, invece, palesarsi, nella fattispecie di un caso capitato da tutt’altra parte del mondo, andando a testimoniare, nei circostanziati dettagli ad esso attinenti, quanto i duelli fossero pratica diffusa anche in altri continenti, secondo un resoconto testimoniato dalla edizione de “La Provincia di Brescia” del 25 maggio 1899: “Un nuovo duello tra Pini e De Marinis. Telegrafano da Buenos Ayres 23, al Secolo XIX: Vi avevo telegrafato che De Marinis e Pini, terminato il loro recente scontro alla spada si erano separati senza stringersi la mano: la vertenza, si prevedeva, non era chiusa. Infatti, sono venute le polemiche sui giornali, polemiche nelle quali i risultati del duello erano commentati a seconda che i giornali erano amici di Pini o di De Marinis, in favore dell’uno o dell’altro. L’Italiano ha pubblicato ieri un articolo in cui si diceva che era tempo di por fine ai pettegolezzi, che non tornavano ad onore della colonia: che i due maestri dovevano trovar modo di chiudere definitivamente la vertenza. Ieri sera ci fu un nuovo scambio di padrini tra Pini e De Marinis essendo ormai inevitabile un nuovo scontro. I padrini del cav. Eugenio Pini sono il capitano Urituru e il signor Antonio De Marchi; come Da Zerbi e il signor Bruno Cittadini (figlio dell’amico cav. Basilio direttore e proprietario dell’Italiano). Nella riunione di stamane i padrini stabilirono che il duello avverrà alla pistola; verranno scambiati tre colpi a quindici passi di distanza. Il duello avrà luogo oggi: credo che in questo momento gli avversari siano diretti sul terreno. Siccome il duello avrà luogo fuori il territorio della provincia, difficilmente avremo notizie sul risultato prima di stasera e tardi. Grandissima aspettativa e dolorosa impressione nella colonia, per questa nuova fase della vertenza”.

Eugenio Pini (1859 – 1939), provetto maestro di scherma, veniva, quindi, ad essere ferito al fianco destro, in quello che, in ordine di tempo poteva per lui essere enumerato come quinto duello, in questo caso, intercorso con un suo stesso allievo, tale Ernesto De Marinis.

Notizie di duelli rimbalzavano anche tra le pagine della stampa bresciana, pure originandosi da altre remote località del vivere civilizzato in un lontano altrove, nell’ambito del quale un paio di protagonisti dell’epoca, un balzo di anni dopo i fatti sopra esposti, non si erano peritati da esimersi dal mettere a repentaglio la propria esistenza, non con il ricorso alla sciabola, ma con l’uso della pistola.

A margine di tale accaduto, “La Provincia di Brescia” del 30 agosto 1901, ne catturava l’eco funesta, nella controversa cornice effimera di un contesto frivolo, ancora più sorprendentemente causato dall’inconsistenza di ciò che era stata, però, dai contemporanei ritenuta un’onta intollerabile ed una questione passibile di una seria vertenza: “Un duello sensazionale. Scrivono da San Pietroburgo: Il mondo elegante di questa metropoli ebbe a lamentare in questi giorni la perdita di uno dei suoi, il principe Wittgenstein, uno dei più brillanti ufficiali delle guardie, ben noto fra la “ieunesse dorèe” quale adoratore delle stelle di primo e anche di secondo ordine dei caffè “chantants”. Appunto, una escursione che il principe Wittgenstein fece con una di queste cantanti nei dintorni di Pietroburgo fu la causa di un duello che costò la vita al principe. La cantante trovavasi in un vagone con una sua compagna, sedendo di faccia ad uno sconosciuto, cui le due giovani artiste si divertivano a beffeggiare. Avendo fatte delle umoristiche supposizioni sulla sua nazionalità, lo sconosciuto finì con il perdere la pazienza e alzandosi disse: “Signore, darò loro esatto ragguaglio intorno alla mia nazionalità, sono russo, ma di quale nazionalità sono le signore?”. “Noi siamo parigine”, rispose una delle cantanti. “Davvero?” Soggiunse lo sconosciuto, “Ciò non potrebbe credere alcuno poiché le parigine hanno l’abitudine di essere cortesi, mentre lor signore dimostrano proprio il contrario”. A quest’osservazione pungente dello straniero, le due signore uscirono furenti dal vagone e chiamarono un ufficiale che era il loro cavaliere per quella giornata e trovavasi sulla piattaforma del vagone. Quest’ufficiale, il principe Wittegenstein, prossimo parente del defunto principe di Hohenlohe, prese subito le difese della sua bella; vi fu dapprima un battibecco ed infine uno scambio di biglietti da visita. Nel duello che ne seguì il principe Wittegenstein venne mortalmente colpito da una palla alla regione addominale, mentre il suo avversario, un semplice mercante, restò illeso avendogli la palla del principe sfiorato il cappotto. L’esito di questo duello destò grande sensazione nell’alta società di Pietroburgo”.

Tornando in Italia, nei giorni strettamente a ridosso del periodo in cui alla realtà del duello le cronache quotidiane bresciane avevano già dato spazio a più riprese, anche a motivo della visibilità ad una vicenda osservata nel calibro di una ricaduta d’attenzione nazionale, “La Provincia di Brescia”, del 7 marzo 1898, relazionava a proposito dell’esito appurato a seguito dell’incrociarsi di sciabole fra due esponenti politici di altrettanti schieramenti, rispettivamente contraddistinguenti l’allora comparto partitico, insieme ai loro referenti, preposti ad un rispettivo incarico istituzionale.

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Felice Cavallotti

Dell’uno, ne esiste memoria anche nella toponomastica, con il declinare una tal specifica via con il nome di Felice Cavallotti (1842 – 1898), deputato dell’estrema sinistra, che anche a Brescia, come fra molte altre località pure nella città di Cremona, è stato ricordato, nel tempo, con l’iniziativa di tale sollecitudine viaria memorialistica.

Dell’altro, nella persona di Ferruccio Macola (1861 – 1910), pare non sussista analoga notorietà, se non quella, fra altri aspetti, maggiormente legata al nome del primo, da cui lo divideva pure l’appartenenza politica, essendo, quest’ultimo, di stampo liberalconservatore: “(…) I giornali che portarono l’orrenda notizia andarono a ruba. Il primo ad uscire fu l’Avanti, il quale dice che al secondo assalto Felice Cavallotti fu colpito alla bocca con un colpo di punta che gli ha spaccata la lingua e squarciata la gola. Dalla ferita sgorgò una enorme quantità di sangue. I medici assistenti al duello, Cervelli ed Ascarelli, constatarono subito la gravità del caso e tentarono di far respirare il ferito. Cavallotti cade fra le braccia dei padrini, rantolante, e due minuti dopo era morto! Mentre i medici gli operavano la tracheotomica, sembrava che Cavallotti rinvenisse. Pronunziò solo queste parole: “Cosa è, cosa è”. Il Fanfulla invece dice che gli assalti furono tre, non due, e narra la tragedia così: “Cavallotti, al solito, impetuoso, mobilissimo, avanzava febbrilmente, investendo Macola che si manteneva assai freddo, quasi fermo e si limitava a parare. Al secondo assalto, Cavallotti ricevette un piccolo colpo di taglio al costato destro, con abrasione della camicia. Dato l’alt, ai padrini, Cavallotti stesso, sorridendo, fece vedere che trattavasi di cosa da nulla. Cominciò il terzo assalto e mentre Cavallotti seguitava ad avanzarsi, la punta della sciabola di Macola, che serbava la parata diritta con sciabola in linea, penetrò nella bocca aperta di Cavallotti, producendogli la mortale ferita. (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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