Meno centri estivi rispetto agli ultimi anni, orari ridotti, attività sospese, eventi rimandati: come si organizzano i genitori nella fase 3 dell’emergenza sanitaria? E cosa succederà a settembre? Un genitore può restare a casa con i figli senza perdere il lavoro?

C’è l’obbligo di recarsi materialmente sul posto di lavoro? C’è il rischio di perdere l’impiego?

La Regione Emilia-Romagna ha messo a punto un vademecum per rispondere a dubbi e incertezze dei genitori-lavoratori e sostenerli nella difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro durante e dopo la difficile fase determinata dal Covid-19.

Un breve prontuario in formato “faq” domande e risposte, per mettere nero su bianco regole, opportunità e diritti di quanti, in particolare donne, si stanno facendo carico della cura dei figli.

Il documento, nato dalla collaborazione tra Sonia Alvisi, Consigliera regionale di Parità dell’Emilia-Romagna e Stefano Marconi, direttore dell’Ispettorato interregionale del lavoro Area Nord-Est, è disponibile sul sito dell’Assemblea legislativa e sul sito dell’ISR.

Lo smart-working.

“Se conosci i tuoi diritti puoi affrontare con più serenità questa emergenza – spiega Sonia Alvisi –. È questo lo spirito dell’iniziativa, nata per fornire strumenti a favore dei genitori lavoratori alla luce di quanto prevedono le norme contenute nei decreti governativi”.

Congedo speciale, bonus babysitter, proroga contratto a termine, solo per citarne alcuni: il vademcum sarà costantemente aggiornato.

“In questi mesi l’attività di consulenza gratuita che forniamo dai nostri uffici ha evidenziato ancora una volta che sono le donne a pagare le maggiori conseguenze dell’emergenza determinata dal Covid-19, con un aggravio dei carichi familiari e una ancora maggiore flessibilità richiesta sul lavoro.

La stessa introduzione dello smart working, adottato per la prima volta in modo generalizzato e senza regole precise, per molte donne si è rivelata un’ulteriore forma di costrizione fra le mura domestiche, dove si sono trovate a svolgere in contemporanea i ruoli di madri, mogli, lavoratrici e pure insegnanti, a fronte di un tempo di lavoro che si è dilatato fino alle ore notturne per poter garantire la stessa produttività di prima”.

Alvisi sostiene che, se non adeguatamente organizzato e offerto sia a uomini sia a donne, lo smart-working possa rivelarsi un’arma a doppio taglio: “Purtroppo, se le donne in smart-working non si fanno vedere in azienda troppo a lungo rischiano di diventare invisibili e di perdersi possibilità di avanzamento di carriera”.

Prossimo step della Consigliera, un tavolo sullo smart-working a cui invitare aziende e sindacati.

Le madri dimissionarie.

“A preoccupare – aggiunge Alvisi – continua a essere l’alto tasso di abbandono del lavoro da parte delle lavoratrici madri di bimbi con meno di tre anni. Nel nostro Paese la nascita di un figlio rappresenta la maggiore causa di dimissione volontaria per le donne nei primi tra anni di vita del bambino.

Nell’ultimo anno nel settore terziario, tradizionalmente caratterizzato dalla prevalente occupazione femminile, si parla del 74 per cento dei casi”. 

In Emilia-Romagna, il numero delle neomamme che hanno dato le dimissioni da lavoro, tra 2018 e 2019 è aumentato del 4 per cento.

Le stime dicono che, considerata la pandemia, saranno molte di più quelle che lasceranno il lavoro nel 2020: “Le donne madri sono in forte difficoltà: prese da svilimento, sono tante, troppe, quelle che decidono di smettere di lavorare.

Per questo metteremo a disposizione un numero verde: risponderanno dei professionisti che daranno alle mamme tutte le informazioni sulle normative vigenti, affinché siano pienamente coscienti dei loro diritti e delle possibilità a disposizione prima di lasciare il posto di lavoro”.

C’è un altro dato significativo: nel 2019, in Emilia-Romagna si sono dimesse 3568 mamme: nel 73 per casi l’hanno fatto perché non saprebbero a chi affidare i figli.

Sempre in Emilia-Romagna, sempre nel 2019, i padri che si sono dimessi sono stati 1879. Alla base della scelta, per la maggioranza di essi, un cambio d’azienda o il passaggio a un lavoro migliore e meglio retribuito.

Un bonus non basta.
“Le donne sono più istruite e guadagnano meno, si laureano di più e fanno meno carriera, a parità di ruolo sono peggio retribuite e vengono penalizzate quando si tratta di promozioni. È evidente che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato – ammonisce Alvisi –.

Guardando all’emergenza sanitaria, dobbiamo anche aggiungere che a essere maggiormente colpiti sono stati quelli a prevalenza di occupazione femminile, come il terziario e il turismo”.

Il governo ha provato a tamponare l’emergenza con misure estemporanee e bonus: sono sufficienti?

“Assolutamente no. Non basta un bonus per risolvere una drammatica situazione femminile. Servono misure strutturali”.

Alvisi avanza delle proposte: interventi decisivi per la condivisione del periodo di cura con congedi uguali per madri e padri retribuiti all’80 per cento; riduzione – se non azzeramento – dei contributi per le aziende che devono assumere per sostituire una collega in maternità.

“In molte aziende italiane – non dimentichiamoci che il tessuto industriale italiane è fatto, soprattutto, di piccole e medie imprese – la maternità è ancora un problema.

Serve un cambio di passo che superi definitivamente questa mentalità. La responsabilità è di tutti, perché investire nel lavoro femminile, come noto, significa aggiungere punti al Pil. Non esiste un problema femminile: esiste un problema del Paese”.