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Brescia – Su rotte invisibili, capita che anche i pesci concorrano a configurare scenari insoliti, dovuti al loro approdo di pesca in luoghi improbabili, rispetto agli spazi del loro più consueto apparire.

Di questa loro possibile attitudine imprevedibile, è rimasta traccia anche di certi casi, affidati ad una condivisione fattibile pure di concretizzarsi attorno ad una serie di notizie, confezionate nel modo in cui si era ritenuto verosimilmente di scriverle.

Alcune di esse irrompono sul mare della Magna Grecia, altre, invece, quasi per non fare torto alle peculiarità di un diverso scibile, appaiono sul “grande fiume”, celebrato, nella narrativa di Giovannino Guareschi (1908–1968), come anima aleggiante da un caratteristico insieme, vibrante nelle “corde vocali” di un linguaggio d’atmosfera, caratterizzante l’assetto di una silente identità dominante e di un’armonia d’intesa.

In entrambe le realtà, l’uomo sembra confrontarsi con le forze della natura, rappresentate da altri esseri viventi, nel merito di quelle specie ittiche che, discostandosi dalle invalse statistiche di questi distinti profili d’acqua, normalmente manifestano, invece, altrove, la loro originaria ascendenza, anche assegnata, dall’immaginario collettivo, ad una ormai riconosciuta e ad una naturale appartenenza.

Se i delfini marittimi solitamente nuotano nelle vastità del mare e non nei corsi d’acqua dolce, analogamente, gli squali più temibili sono noti nelle esotiche località sparse in lidi lontani, rispetto al pelago nostrano che, con denominazioni diverse, è racchiuso nell’estensione complessiva del Mediterraneo.

Duplice è la notizia attestante la presenza di un paio squali che avevano fatto rispettivamente mostra della pericolosità di un relativo copione loro temibile, cominciando, in ordine di tempo, con l’edizione de “La Sentinella Bresciana” del 17 maggio 1924, nei contorni di una concitata dinamica irreversibile: “Squalo di 12 quintali catturato. Reggio Calabria, 16 notte. Nelle acque dello stretto tra Scilla e Bagnara, la barca peschereccia, condotta dal marinaio Polo Lafauci, che andava alla caccia del pesce spada, avvistò un enorme squalo. Colpito dalla fiocina si impegnò una lotta accanita per catturarlo. I pescatori corsero il pericolo di essere travolti dalla furia dello squalo che sollevava la bocca vorace per inghiottirne qualcuno. Dopo otto ore di lotta, il mostro marino che pesa dodici quintali, potè essere catturato. Lo squalo detto volgarmente palombina, misura sette metri di lunghezza. Nello stomaco aveva due tonni, uno di due quintali e l’altro di un quintale e mezzo, nonché una gamba di cavallo”.

Un anno abbondante dopo, gravitando l’estate, nel tempo allora incombente il 15 luglio, lo stesso quotidiano recava un ulteriore motivo di informazione che, del medesimo argomento, documentava un composito assortimento, contestualizzato innanzi alle coste pugliesi, localizzate a margine del verificarsi di un fatto assimilabile allo spunto terrificante di un simile riferimento: “Barca con 4 giovani, assalita da un grosso pescecane. Taranto 14, notte. Il locale comando marittimo segnalò giorni sono la presenza nelle acque del Mar Grande che circonda la città di un grosso pescecane. Tutti i mezzi furono impiegati per catturare il mostro, ma sono riusciti vani. Ieri sera, a tarda ora, il pescecane ricomparve nella rada. Accostatosi ad una rada dove stavano quattro giovani, con un colpo di coda travolse l’imbarcazione. Fortunatamente i quattro giovani se la cavarono con un grande spavento perchè furono messi in azione subito quattro pezzi d’artiglieria da 75 per colpire il nostro. La caccia è stata però infruttuosa”.

Nella stessa pagina del giornale, la geografia, più oltre, evocata rimbalzava in tutt’altra località, diversamente indicativa di una vasta pianura degradante verso il mare, profilando quell’ambito fluviale che faceva da scenario ad una certa riscontrata fattispecie eccezionale, pure raccolta nell’eco editoriale di una diffusa stampa locale: “Sei delfini pescati nel Po. Adria, 14 luglio. Nelle acque del Po, a Porto Caleri, in località Boccavecchia, proprio alle foci del fiume, i pescatori Falconi Angelo, Mazzucco Aldo e Lionello Achille, dopo una caccia molto movimentata, riuscirono a catturare sei grossi delfini del complessivo peso di otto quintali. L’eccezionale pesca fu oggetto di meraviglia per tutti e l’ingente bottino fu portato alla piazza di Chioggia per la vendita”.

Analogo destino era stato pure riservato al frutto di un’altra pesca, per origine e per natura ordinaria, ma comunque reputata importante, fra le testimonianze che, un ventennio prima, rispetto ai fatti sopra citati, era parsa interessante, certamente, ancor di più in posti che, nella diluizione delle distanze, nefacevano assaporare il genere, quale prelibatezza culinaria, da poter importare, rimarcandola commercialmente, nel capoluogo bresciano dove il già menzionato quotidiano, ma del 7 aprile 1899, aveva a tale riguardo riferito di “Un bellissimo storione, pescato nelle acque del Po a Ostiglia, veniva ieri mostrato al pubblico su di una carrettella dal negoziante Lazzaroni Vincenzo. Verrà posto quest’oggi in vendita in Piazza Nuova”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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