Chi non ne ha nemmeno uno e chi ne ha, addirittura, due.
Questa località bergamasca fa sfoggio di questa duplice caratteristica, in un chiaro enunciato istituzionale, campeggiante anche tra la segnaletica stradale, esplicitandosi come “Paese dei Castelli”, essendo che uno è di Cavernago, l’altro è di Malpaga, mentre la denominazione comunale sposa il nome del primo, non trascurando di alludere, però, anche all’altro, nell’espressione di una coesistenza territoriale coincidente.

Ciascuno con un proprio stile, cominciando, ad esempio, con il poter dire che, in uno, tra i campi di Malpaga, prevale un assetto da mediovaleggiante fortificazione militare, a differenza dell’altro, a poca strada, che, invece, si attaglia ad un primeggiante assetto da dimora rinascimentale, senza nulla togliere all’ermetico piglio di un alto insieme invalicabile, anche per via del circostante e profondo fossato, che, se non fosse, per un ponte, dal basamento arcuato, lo definirebbe ancor più inavvicinabile ed isolato.

Entrambi di proprietà privata: l’uno, quello campestre, più a vocazione di un turismo culturale e d’ambito folcloristico, secondo sistematiche opportunità di visita in loco che ne comportano le porte aperte, l’altro, invece, così come è, da fuori, resta, per quello che solitamente di tale antica costruzione se ne può vagheggiare esternamente, in una sua, comunque, generosa e caratteristica proporzione di massima imponente.

Tanto ingente che il suo profilo prospettico domina quella parte di pianura che, nel territorio di Cavernago, è attraversata dall’importante strada di collegamento con il non lontano capoluogo orobico, al modo che, questo castello, non può che rivelarsi, nel caso di un’altra visuale, colta, invece, su una diversa posizione che non sia quella di facciata, comunque centrale, nell’effetto di una composita soluzione, andandosi, in questo modo, a contraddistinguere, anche da lontano, nei rilievi percepibili dalle contrade attigue, interessate all’insediamento urbano, non prima che una cintura di verde, fra vari campi coltivati e macchie d’alberi, comporti la fattibilità di una avvincente panoramica funzionale ad un suo risalto corrispondente.

Siamo nella antica “Contea di Cavernago e Malpaga” che, nella specificità locale, quale distillato di un punto fermo originale, ispirato al nobile capitano di ventura Bartolomeo Colleoni (1395 – 1475) aveva, fra l’altro, motivato Gabriele d’Annunzio a dedicare a questo valoroso uomo d’arme del Quattrocento lo scrivere alcuni versi poetici, di riflesso ad una riflessione su Bergamo, nella sua opera “Le città del silenzio”: “(…) L’ombra canuta del Guerrier sovrano/ a Malpaga erra per la ricca loggia/ mutato l’elmo nel cappuccio a foggia/ tra i rimadori e i saggi in atto umano (…)”.

Questi due castelli erano ambedue del Colleoni e, a Malpaga, dove tale condottiero è morto nel 1475, esistono ancor chiari ed evidenti gli spazi adibiti a loggia che balzano all’occhio, fra l’elegante simmetria del luogo turrito, diffusamente affrescato al suo interno, che era sede, insuperata nello specifico del comprensorio stesso, di una vera e propria corte feudataria, organizzata intorno all’autorevole personalità che ne avocava la titolarità, estesa in ogni propaggine correlata, diluita in ogni aspetto, imperniato al proprio carismatico ruolo superiore.

Alla sue partecipate esequie, pare che, fra altri aspetti rimarchevoli di attenzione, in quanto imposti, alle cronache dell’epoca, da una cospicua manifestazione, faceva sfoggio “(…) Il cavallo del Capitano coperto di negro fino a terra et sopra la coperta le barde dorate del Capitano, menato a mano per uno incapuzzado. El Trofeo al modo antico cum l’armadura del Capitano preparata cum una spada da un canto, el bastone dall’altra. Torze 200. La statua del Capitano adornata al modo conveniente sopra una bara coperta de negro fino a terra, et cum tre torze per lato cum guarnizioni pendenti, la quale sia portata da quattro capi di squadra cum otto cavalieri attorno (…)”.

Era giunto il momento dell’ultimo viaggio per il protagonista di molteplici avventure militari, disputate al soldo per lo più dei veneziani, ma anche, sebbene in periodi minoritari, dei milanesi, quando i territori si prestavano politicamente ad essere contesi da quelle ingarbugliate lotte di potere che erano pure rimodellate dagli equilibri estesi anche ai più vasti ambiti europei delle potenze straniere.

Di lui, il libro ottocentesco, dal titolo “I Conti Martinengo Colleoni dell’avvocato Giuseppe Maria Bonomi, da cui è desunta anche la citazione sopra menzionata, reca il significativo tratteggiarne del profilo umano e militare, con il riportare “(…) il Colleoni si mantenne grande in guerra ed in pace, in pubblico ed in privato. Instancabile nella fatica, indomito nel coraggio, forte ed audace nei pericoli, nei più duri cimenti l’animo suo non venne mai meno. Primo tra i soldati e le nelle battaglie, ultimo si ritirava finita la pugna. Superò gli altri duci, nel consiglio, nell’ardimento e nella celerità. (…)”.

La sua eredità famigliare è confluita, per via di una propria discendenza genealogica solo femminile, nella nobiltà di alcuni eponenti della famiglia Martinengo, da cui il nome abbinato al Colleoni, nell’ambito di questa landa lombarda, conformatasi istituzionalmente ad un’eco di patente onorifica veneziana, come, ancora, innanzi a questi due manieri, pare tuttora riuscire un coincidere ancora pertinente alle fattezze idealmente percepibili attorno alle loro più remote presenze, grazie alla lettera ducale del 15 settembre 1533 che, dal vertice della “Serenissima”, si calava nel dispositivo di un’investitura incipiente, con lo specificare, fra l’altro, che “(…) facciamo e decoriamo lo stesso Gherardo Martinengo dei Colleoni, insieme a suo figlio Bartolomeo, e tutti i discendenti da essi, del titolo di Conti di Cavernago e Malpaga, luoghi dell’agro nostro bergomense, erigendo i luoghi stessi nella dignità di Contea, così che essi ed i loro discendenti, abbiano a denominarsi Conti di Malpaga e di Cavernago, con tutti i privilegi, gli onori, le dignità, le preminenze che godono gli altri Conti di qualunque insigne grado (…)”.