Il cielo è di fumo immobile senza la linea delle nuvole, solo un grigio scuro da cui scendono minuscoli fiocchi di neve, piccoli come sabbia. L’ansimare del mio fiato e il cigolio degli sci sono l’unico suono nel bosco, mentre il passo del mio cane è ovattato nella neve.IMG_3735 copia

Un’ora di fatica, sci ai piedi e ci siamo alzati di quota, neve alta sino al ginocchio, il sentiero è un tunnel con abeti e larici chini e appesantiti dalla coltre bianca. Tutto attorno è silenzio, il grande bosco dorme. Noi tagliamo la quiete vergine, siamo diretti ad un maso, tana di marmotta a 1700 metri appostato verso la cima di Boai in val di Sole, dove la montagna è carica di tutta la selvaggia solitudine, dimensione rara nei ritmi moderni. Tre giorni per far conoscere monti e neve al mio cucciolo di sette mesi, un battesimo solenne con il generale inverno, per lui venuto al mondo a tarda primavera, s’era retto sulle zampe quando la Bassa soffocava nella calura.

Siamo partiti di buon ora stamane, calcolando di arrivare a destinazione prima del buio, ma senza mettere in conto il traffico del sabato mattina. Lago d’Iseo assonnato nell’alba grigia, Valcamonica scorrevole sino ad Edolo, primo ingorgo a Ponte di Legno, arenata totale sui tornanti che salgono al passo del Tonale. Balto, il mio cucciolo, guarda stupito dal finestrino il candore della neve, chissà cosa pensa o se già è tutto scritto nel suo “zaino” genetico. Vorrei fermarmi per fargli immergere le zampe, ma al passo pare d’essere a piazza Duomo, ingorgo di macchine, neve sporca e macinata, folate di gente accalcata agli impianti, clacson tonanti, il solito imbranato che attraversa la strada con scarponi e sci camminando come uno zombi e quello sulla macchina dinnanzi che abbassa il finestrino e litiga per un parcheggio. Stress da città a 1900 metri di quota.

Balto
Balto

Sfiliamo a velocità da processione nel bel mezzo di seconde case costruite a fantasia, pizzerie, sale giochi, alberghi, condomini, per farla corta una bruttura architettonica da guinness dei primati. Sembra una periferia cittadina, cresciuta a casaccio quassù tra le montagne severe e il ghiacciaio che nasconde la storia delle genti camune e delle guerre. Al mausoleo di pietra grigia dell’Adamello, sacrario di battaglie del secolo scorso e cippo di confine tra la provincia di Brescia e Trento, un ambulante ha steso in bella vista una collezione di berrette e sciarpe colorate, quasi ad esorcizzarne il luogo.

Poco più d’un ora e siamo piombati nel silenzio totale, nell’anima montanara, tra il chiaroscuro di abeti centenari, dov’è non è difficile trovare impronte d’orso e sciami di caprioli furtivi come elfi. La neve scende fine coma la farina sul presepe, zaino imbottito di provviste, mancanza d’allenamento che si fa sentire nel bruciare dei muscoli delle gambe; salita. Si rabbuia presto quassù, cala galleggiando nella quiete dei monti la sera, dolce, senza richiami, senza luci artificiali, senza ansia. Quando s’apre il bosco, come un sipario, appaiono le quinte del profilo dei monti, in bianco e nero salgono sino alla cima trionfale, aspra e rigorosa della Presanella, regina del gruppo dell’Adamello con i suoi 3558 metri di quota.IMG_3757

Noi sul versante opposto ci sediamo nella neve per respirarne la magnificenza. In questa scenografia primordiale è impossibile non pensare al tempo, quassù dove l’orologio è regolato da quando è iniziato il mondo dallo scambio della notte col giorno, il tutto si fa più piccolo, più capibile, persino le ere che hanno modellato la valle e le cime sembrano scorrere come in un film. Chissà com’era al tempo di Ötzi, l’uomo ricomparso dal ghiaccio dopo 5000 anni o dei Camuni che scrissero libri di pietra? Forse era così, come ora, neve e silenzio, boschi e animali, rocce e ghiaccio e la vita caparbia di uomini che dialogavano con la natura e il suo spirito. Una carezza arancio stria le nuvole basse all’orizzonte, per poco, poi nel cielo ricomincia il pianto dei cristalli di neve. Il sudore si ghiaccia tra schiena e zaino, il mio fedele amico non da cenno di stanchezza è felice come un delfino in mare, salta e rotola nella neve. Ricominciamo a salire.IMG_3662

Il maso compare come in una favola mezzo sepolto nella coltre candida, nido sicuro, riparo sperato dopo ore di neve pestata, saettate ai muscoli delle gambe e concentrazione per ricordar la strada in mezzo al manto nevoso che livella il crinale. Un ultimo balzo, qualche colpo di pala per liberare la pesante porta dalla neve e prima che arrivi il mantello nero della sera sulla stufa c’è tea bollente e minestra, scaldate in coppia per non disperdere energie. Tutto rigorosamente con acqua da neve sciolta. Due notti e tre giorni selvaggi, come Ötzi, spaghetti e pesto alla genovese a parte. Balto, con la pancia piena, s’arrotola accanto alla stufa. Candela e libro, in attesa che minestra e spaghetti giungano sulla tavola.IMG_3702

L’alba arriva presto quando nel sacco a pelo ti infili con gli spaghetti a mezzo stomaco e la notte piomba carica di sogni trasbordanti di lupi ululanti e affamati che assaltano il maso, il caffè mette a tacere i lupi e riporta il tutto alla dimensione reale. Il mio cucciolo è già carico di energia e felice, tronca definitivamente l’ultima sensazione degli incubi. Fa chiaro, carta stesa sul tavolo a cercar fatica per la giornata, poi sci ai piedi e si riparte, su, in salita verso la cima, fin che ci garba. Sino a quando il richiamo della sciata nella neve fresca e il calore del maso ci fanno invertire la rotta.

Siamo seduti in fronte al calar della seconda sera, nevica, ho l’impressione d’aver chiacchierato per tutto il giorno, spaziando tra gli argomenti che ruotano intorno alle cime. Follia da solitudine o ridimensionamento dell’equilibrio interiore che trova quiete nel silenzio e ritrova la voglia di raccontare, anche solo a se stessi o al mio “già” fedele cucciolo, appena affacciato alla vita.IMG_3744

La notte è nera, il silenzio è totale, si può udire il fruscio dei grandi fiocchi di neve che s’appoggiano al suolo, è ora di infilarsi nel sacco a pelo, dopo tre giorni selvaggi ci aspetta una giornata difficile: rientrare nella dimensione del mondo moderno.

Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.