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Il numero 44 ed il 69 erano stati estratti in un curioso ambo d’appaiamento, sia sulla ruota di Roma che di Venezia, in quella metà d’agosto di fine Ottocento, mentre che, a margine della fiera di Brescia, le trecce di due donne a passeggio si involavano repentinamente in una dinamica che, l’allora quotidiano “La Sentinella Bresciana” di domenica 15 agosto 1897 informava si fosse verificata nei termini di un fatto ritenuto sorprendente: “Un genere di furto abbastanza nuovo e strano; alcune sere or sono, mentre due giovani signorine stavano con la loro famiglia osservando i baracconi in piazza del Duomo, venivano loro tagliate, senza che se avvedessero, le splendide trecce che le cadevano sulle spalle”.

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D’altro genere, pare, sia stato quel taglio che sembra, invece, sia capitato ad un altro personaggio, identificato, insieme al circoscritto frammento della sua sfortunata esperienza, in quel fatto a cui, l’accennata stampa locale del 10 agosto precedente, si profilava in una netta corrispondenza: “Fra i due litiganti il terzo gode. Il contadino Enio Lorenzo d’anni 43 di S. Vigilio, introdottosi fra due individui che eransi furiosamente accapiliati, si buscò una ferita di roncola alla testa, ferita guaribile in dieci giorni”.

Ancora, il capo di una tal altra persona, era accidentale bersaglio di un diverso genere di situazione dove pareva che si insinuasse anche la comicità di una buffa circostanza, ridimensionata negli effetti stessi sperimentati da chi ne attestava epistolarmente, l’11 di agosto, la descrizione, per denunciarne gli aspetti da poter cercare di prendere in considerazione: Un egregio amico nostro che viaggia spesso sul tram della P. di B. ci scrive da Virle, 8: “Ieri partendo da Brescia colla corsa dell’una pomeriggio sul Tram per Salò, mi toccò la bella sorpresa del sentirmi cadere sul cappello una valigia del peso approssimativo di chili 25 o 30. S’immagini il gusto che ne provai; avrei maledetto chi aveva stampato le valigie e tutti i viaggiatori che se ne servivano. Ma quello che più mi fece fastidio fu il vedere il personale del tram a restarsene impassibile, anzi con un certo sorriso, pareva che si prendesse gioco di me, povero mortale. Ecco il perché mando due righe per vedere se è possibile togliere il brutto inconveniente”.

Se tale scena sembra avesse suscitato una qualche ilare reazione, in quanti se ne erano, loro malgrado, improvvisatisi in una coincidente prossimità d’osservazione, agli spettatori veri e propri di una estemporanea rappresentazione, era toccata, invece, l’opportunità del vivere i rari momenti teatrali di una pubblica interpretazione, allestita in un proscenio destinato, in seguito, a sbiadire nella memoria dei posteri nella sua opacizzata identificazione, persa fra le vicissitudini comunitarie di quell’epoca, fra l’incalzare progressivo di una non ultima generazione: Ci scrivono da Travagliato. L’altra sera la drammatica Compagnia Mucchetti diede l’ultima serata d’addio nel teatrino eretto provvisoriamente in casa Ghidoni di qui. Detta compagnia da due mesi ci divertì, salutata ogni qualvolta si presentò al pubblico da calorosi applausi. Trattandosi dell’ultima rappresentazione, dopo il dramma, venne cantato con maestria il duetto della “Gran Via” accompagnato dal corpo musicale del paese, sotto la direzione del maestro Tosi Faustino, duetto che alla fine fu applaudito ripetutamente. Detta compagnia si reca ad Ospitaletto dove domenica p.v. si produrrà per la prima volta in quel teatro. Auguriamo buoni affari e speriamo che i bravi comici vorranno presto tornare da noi”.

Il giorno seguente, con ogni probabilità slegato da qualsiasi presumibile rapporto di causa ed effetto rispetto alla menzionata manifestazione istrionica e canora effettuata, “La Sentinella Bresciana” riferiva, di quella stessa località, le dimissioni del primo cittadino: “Ci scrivono da Travagliato: L’egregio signor Luigi Sandrini che da tanto tempo fra la generale estimazione occupava la carica onorifica di sindaco, ha dato in questi giorni le proprie dimissioni. La popolazione di Travagliato, spiacentissima per questo fatto, si augura vivamente che il saggio e giusto amministratore abbia ad assecondare il voto di tutti ritirando le date dimissioni”.

Degno di una qualche rimarchevole nota era, pur sempre, la realtà vera e propria che, dall’ambito politico ed amministrativo, si calava pure, altrove, nei panni di un tizio insolitamente vestito, in quella divisa per nulla assimilabile alle attività d’intrattenimento della vicina sede teatrale cittadina, nei pressi della quale, questi, era rimasto scolpito in una sorta di sensibile immaginario collettivo: Ieri sera sul Corso del Teatro, attirava l’attenzione e la curiosità di tutti un giovane ufficiale romeno che si trova alla scuola d’applicazione di Torino. Indossava la divisa che ha molta rassomiglianza con quella dell’esercito francese. Si diceva da molti che questo ufficiale fosse venuto in missione per una visita alla nostra R. fabbrica d’armi, mentre, invece, sappiamo che si è recato a Brescia per visitarvi alcuni amici, del Sedicesimo Reggimento di Artiglieria”.

A somministrare tutt’altra pasta apportatrice di una piccante ingestione emotiva erano anche certe vicende passionali che, dal focolare domestico, deflagravano apertamente in società, restando impigliate alle stesse esternazioni di una reattiva e subitanea animosità, come quella che, il 13 agosto 1897, riconduce ancora in quella piazza che, nel corso del secolo successivo, i bresciani dedicheranno al loro pontefice: Ieri sera, in piazza del Duomo, una giovane sposa che vi si era recata con un’amica per dare un’occhiata ai baracconi, ebbe la sgraditissima sorpresa di incontrare suo marito a braccetto con una simpatica fanciulla. A quella vista la povera moglie, invasa ad un tratto da feroce gelosia, si slancia sulla fanciulla, la prende per i capegli e la percuote brutalmente. Se non fossero giunti, in quel momento, due carabinieri, Dio sa come sarebbe andata a finire la piccante scenetta”.

Carabinieri che, nel dicembre di quell’anno transitante sul profilo declinante di un secolo oramai giunto alla sua ultima fase esalante, erano, fra l’altro, stati interessati a Brescia da una importante manifestazione raccolta dalle cronache del medesimo giornale, uscito in stampa, nell’epilogo invernale di quell’anno, approdato al 20 dicembre 1897, in prossimità della sua decade finale: Ieri mattina, non aspettato, giunse a Brescia il colonnello della Legione di Milano, comm. Enrico Caretta, il quale passò in rivista i Carabinieri qui di stanza. Per quanto ci consta, l’egregio colonello riportò da questa rivista una buonissima impressione, tanto che al Maggiore ed al Capitano non seppe nascondere il suo pieno compiacimento. Quest’oggi, il colonello farà una visita accurata alla caserma”.

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A sagomare l’impronta di questo giornale, negli spazi dove se ne promuoveva l’interazione con la quotidianità in perenne evoluzione, pare fossero personaggi pure del calibro di quelle figure restate, per lo più, prerogative del tempo passato che, ora, ne custodisce la memoria, anche grazie ad un cronista, interprete di una storia dentro un’altra storia, mediante il quale il mezzo di informazione concedeva, al proprio funzionale patrimonio memorialistico, il resoconto di costume relativo ad un esponente dello stesso settore che gli era strettamente caratteristico: Un’altra macchietta che scompare. Gaetano Beretta, una della macchiette più originali della nostra città, è morto sabbato notte dopo solo quattro giorni di malattia. Era uno dei più vecchi giornalai della città e tutti lo conoscevano e lo stimavano per un gran galantuomo. Piccolo, curvo della persona, zoppo, trottava tutto il giorno per le vie di Brescia e il suo grido rauco Corriere, Italia, Secolooo…La Sentinella…, era divenuto ormai tradizionale. Nato a Verona era venuto a Brescia quarant’anni or sono e fino a pochi giorni prima di morire continuò a fare il giornalaio. Quando La Sentinella usciva nell’anno della liberazione della Lombardia, egli cominciava i suoi giri di giornalaio, amando il suo mestiere proprio come un padre ama i suoi figli. Povero Baretta! Ora non più il suo grido allegro risuonerà per le vie; e forse le strade, per le quali egli da trent’anni passava, si guarderanno stupite di non sentir più il suo passo frettoloso e zoppicante, di non vedere più la sua gobbetta allegra ed umoristica che, impassibile, aveva guardato a tanto procedersi di avvenimenti politici, alla nascita e alla morte di tanti giornali”.

Di quest’uomo, gli stessi giornali, grazie alla pregressa sollecitudine archivistica mediante la quale in certe sedi sono stati conservati, ne riferiscono ancora la traccia negli originali esemplari, attraverso la complessità di quel circolo di notizie dove le cronache di allora si compenetrano alle attuali, per quell’analogia di similitudini dove si estrinseca il perenne periodare umano che, tuttora, la stampa interpreta nell’informazione offerta a specchio mediato del mondo osservato.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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