La “Brigata Tridentina” incontra quella “Orobica”. Un esponente dell’una, rende omaggio ad un referente dell’altra, mediante l’esemplificazione artistica di quell’amichevole intento, con cui se ne dimostra pittoricamente la portata, in un emblematico nesso di riferimento.

Nel contesto della comune tradizione del “Corpo degli Alpini”, la spontanea realizzazione di un dipinto ha, idealmente, modo di attingere ad alcuni vicendevoli valori di appartenenza, esprimendo, nella vita civile, il significato di un’effettiva opportunità socialmente condivisibile.

Una condivisione pure ispirata a certi autentici intrecci amicali che paiono sopravvivere anche a quei fatali momenti ferali nei quali c’è chi “va avanti”, tracciando di tutto un reciproco ambito personale, l’avvicendamento dimensionale intervenuto sui piani ermetici di un subentrato distanziamento esistenziale.

Per l’artista alpino Innocente Tironi, detto Battista, pare sia stato così, nel merito del ricordo che ha animato la sua arte pittorica verso Luciano Bossini, quando di lui, nel tempo in cui era ancora in vita, l’idea di un ritratto dedicatogli aveva già avuto un primo svelamento. A seguire, il triste inserirsi di quell’addio sulla scena di questo mondo che può, ormai, andare a definire postumo il dipinto, rispetto alla sua stessa matrice originaria, portata, in ogni caso, alla ribalta, nella rinverdita amicizia di un tempo.

Entrambi di Travagliato dove Innocente Tironi è stato tra i fondatori della locale sezione degli Alpini, da vari decenni posta a riferimento della località nella quale era, nel frattempo, venuto a risiedere l’imprenditore Luciano Bossini, prendendo dimora signorile in uno dei più prestigiosi palazzi storici dell’abitato.

Tutti e due degli anni Trenta, ad una simile orbita anagrafica hanno assimilato lo snodo generazionale di quel vissuto militare che ha fatto collimare, in ambedue, il proprio reclutamento fra gli alpini, per l’artista, nella “Tridentina”, mentre per il protagonista del ritratto, invece, nella “Orobica”, secondo una rispettiva e differente esperienza di servizio, evolutasi poi nella libera adesione alla associazione che, titolarmente, serba di tutte “le penne nere”, una simile pertinenza aggregativa.

In tempi di restrizioni, intervenute in risposta alla pandemia incombente sul 2020, proprio nel tratto d’esordio a cavallo del suo particolare sviluppo bisestile, mentre, fra l’altro, la gente pare assuefatta ad imbavagliarsi con le mascherine, le strette di mani paiono essere state nuovamente abolite e le biblioteche civiche sembrano essere sparite, forse che, quasi quasi, non fossero mai esistite, questo ritratto d’amicizia pare restituire dignità a quelle irriducibili prerogative umane, mai soppresse e, nonostante il distanziamento sociale, per nulla sopite.

Il ritratto, dedicato a Luciano Bossini, ha acquisito i suoi tratti, caratteristici della vena artistica che li ha prodotti, durante questo periodo particolare di ripiegamento emergenziale, languendo in una sorta di ribasso essenziale nella dinamica di una paziente diluizione sociale, dimostrando, invece, in una briosa cifra artistica, la vitalità di quei valori che rivendicano una legittima continuità, nelle manifestazioni utili a delineare una sensibile persistenza di corrispondenze, colte in un significato d’esternazione interpersonale.

La figura ritratta domina nella tela, in un importante primo piano, secondo una resa di verosimiglianza fattuale, quasi ad immagine di una proiezione speculare, alla quale Innocente Tironi pare vi abbia ingiunto una sua interpretazione compositiva puntuale.

In una pronta sollecitudine, l’autore ha, infatti, associato al dipinto una mediazione cromatica sostanziale, nel rappresentare il personaggio trattato, secondo una sua visione, funzionale ad evocarne anche il carattere, espresso in quella soluzione coloristica che vi ha inteso associare.

La grinta poetica dei colori è metafora del carattere dell’uomo, secondo un determinato carisma esistenziale, pervaso pure dalla mitezza di sensibilità attente ad un’ispirazione solidale con il prossimo, anche nella laboriosa interpretazione di una rettitudine fedele al proprio ambito di formazione ideale.

Nella fase di realizzazione dell’opera, Innocente Tironi ha ricorso all’amabilità pittorica del proprio stile proficuamente autodidatta, prossimo ad un espressionismo inteso nel ruolo preponderante del colore, quale strategia trainante per l’effetto riuscito dell’intera rappresentazione.

In questo modo, lo sfondo, lontano dai canoni di solite campiture monocromatiche, è, invece, contesto vibrazionale di un variegato tripudio coloristico d’ampia e di solerte intuizione, certamente vocata ad offrire una pacata e rasserenate profondità di respiro nella sua stessa visione.

Analogamente, pure la sfera della volta celeste ha conosciuto una data rivisitazione, dove, rispetto alle originali curvature di movimento impresse al dipinto, l’azzurro del cielo ha recepito, invece, il paradigma volitivo della luce nell’inserimento solare, quale stigma di quella soluzione dove è stato anche aggiunto, in una sorta di mimetizzata e di simbolica affermazione, l’immagine di un cappello alpino, simbolo evocativo di una condivisa e di una coerente adesione ad una reciproca realtà sociale di impegno e di affezione, fra il soggetto ritratto e lo stesso autore.