Brescia – Ugo Foscolo che in realtà si chiamava Niccolò, nato nel 1778 da madre greca e da padre veneziano, come un altro illustre letterato di un secolo dopo, nella persona di Gabriele d’Annunzio, aveva vissuto, parte della sua vita, anche nel bresciano.

Nel 1807, il poeta, originario dell’isola ionica di Zante, aveva dato alle stampe, la prima edizione de “I Sepolcri” durante la sua permanenza a Brescia, nel corso della quale, fra l’altro, aveva intessuto una relazione affettuosa con la nobildonna Marzia Maria Cipriana Provaglio Martinengo Cesaresco (1781-1859), sullo sfondo di una diversificata frequentazione cittadina, caratterizzata anche da fecondi intercorsi culturali, praticati con alcuni esponenti del locale Ateneo cittadino, all’epoca “Accademia di scienze, lettere, agricoltura ed arti del Dipartimento del Mella”.

Di questa donna, un possibile ritratto che ne perpetua l’immagine nella storia, pare possa essere quello, fra l’altro, ripreso da un articolo, a firma di Carla Milanesi, nella terza pagina del “Giornale di Brescia” del 21 gennaio 1949: “Quando il Foscolo ventinovenne arrivò a Brescia, ella aveva ventisei anni, già anziana di matrimonio, ma ancora giovane di vita; la dicevano bellissima, e malgrado la ben nota miniatura del Cigola non ci entusiasmi troppo, specialmente per l’espressione poco geniale del suo viso, le ricerche di Ugo Da Como la descrivono con grandi occhi neri lucenti e capelli biondi, le forme purissime di statua, tanto che i bresciani, paragonando la bellezza della contessa con la bruttezza di Foscolo che facevano rassomigliare al satiro Marsia, canterellavano l’epigramma: Marzia somiglia ai numi, – Marsia somigli a te”.

UgoFoscoloA margine della da lui stigmatizzata “corrispondenza d’amorosi sensi”, rispetto a quella ridefinita dimensione ultraterrena “dell’amico estinto” che, nei 295 endecasillabi del carme dei “Sepolcri”, il poeta argomentava attorno alla subentrata legge napoleonica che imponeva le sepolture “fuori dagli sguardi pietosi”, Ugo Foscolo era arrivato nel capoluogo bresciano sulla scia di una tormentata dinamica di eventi, travolti da cronache storiche coincidenti pure con contrapposizioni fra vecchi e nuovi regimi ed esagitate riscosse di chi, invece, non si riconosceva né in quest’ultimi né nei primi, come il letterato e patriota stesso che, in tale personale risoluzione, sembra fosse “ammiratore del Bonaparte, nemico dell’imperatore Napoleone”.

“Il Foscolo, malinconico, romantico, vagheggiator della morte, era portato dall’indole sua stessa al funebre argomento”: affermava, fra l’altro, Demetrio Ondei nel suo scritto, più sotto citato, dal titolo “Ugo Foscolo a Brescia” di inizio Novecento, chiedendosi, in riferimento all’opera dei “Sepolcri”: “Ma dove, come gliene venne l’ispirazione? Fra tante ipotesi sia permesso anche a me esporre la mia. Il poeta aveva amici a Brescia, molto prima che vi prendesse dimora, e vi era stato parecchie volte. Allora il Vantini preparava i disegni del nostro cimitero che fu dei primi e dei migliori a sorgere, dopo i decreti napoleonici, e molto se ne parlava. Perchè non può il Foscolo aver avuto da Brescia il più forte impulso al suo capolavoro?”.

A contestualizzare la memoria verso la sua figura, era, in seguito, intervenuta anche la proposta di lettura apparsa sul “Giornale di Brescia” del 19 gennaio 1949, fra l’altro, cronologicamente anticipatrice di un libro mirato sul tema, a firma di Arturo Marpicati, mediante la quale, fra i contributi culturali della “Terza pagina”, Carla Milanesi spiegava che il poeta, trovandosi, infine, a Venezia “quando la città passò all’Austria, per il trattato di Campoformio, egli andò a Milano dove conobbe Manzoni, Parini, Monti e tutti i primi irredentisti. Poi di nuovo a Bologna dove col fratello Giovanni fondò il giornale ribelle “Il Genio Democratico”. Fu tra i primi alla scalata delle mura di Cento dove restò ferito; partecipò alle azioni in Toscana, alla Trebbia, a Novi ed in Genova assediata ma pure sempre la capitale del “cicibeismo”, fu soldato, poeta e giovane galante: scrisse allora la famosa ode “A Luisa Pallavicini caduta da cavallo”, ma scriveva anche lettere di questo tenore al generale Championet: “Generale, la Francia non può sperare salute senza l’Italia…per vincere avete bisogno degli italiani e per aver pronto, fermo, leale, il loro concorso, conviene dichiarare la loro indipendenza”. Dopo la battaglia di Marengo ebbe missioni diplomatiche ad Alessandria, Bologna e Firenze; tornato a Milano, pubblicò le “Ultime lettere di Jacopo Ortis” di chiara ispirazione wertheriana, malgrado si tratti di un lavoro autobiografico. Scrisse pure l’Orazione per i Comizi di Lione ed iniziò “I Sepolcri” che dovevano vedere la luce proprio nella nostra città, coi tipi dell’editore Bettoni nel 1807: il più alto carme letterario e patriottico dell’epoca che esaltò i nostri padri all’alba del Risorgimento: “A egregie cose il forte animo accendono – l’urne dei forti..e l’osse fremono amor di patria”. Perciò la pubblicazione dei “Sepolcri” a Brescia è più che sufficiente a fare del suo autore un nostro concittadino di privilegio”.

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Marzia Maria Cipriana Provaglio Martinengo Cesaresco

La documentata permanenza di Ugo Foscolo a Brescia, dapprima soggiornante, verso la fine del mese di gennaio del 1807, nei pressi del Teatro Grande, e poi, in capo ai tre mesi seguenti, in un ambiente attiguo all’attuale sede della “Pinacoteca Tosio Martinengo”, è stata pure sviluppata in un breve saggio, pubblicato sull’Illustrazione Bresciana del 25 febbraio 1903 per mano di Demetrio Ondei, in cui, a proposito di questo giovane “rugoso in sembiante”, “mesto e solo, ognor pensoso”, un aneddoto a lui riferito si legava ad una testimonianza sullo stesso espressa dal letterato e patriota Giovita Scalvini (1791 – 1843), ai tempi molto giovane, che “un giorno, passeggiando solitario per l’erte del Castello, verso S. Pietro, trovò Ugo seduto sulla porta del Convento dei padri Riformati, il quale conversava con un pezzente, come avrebbe fatto con un vecchio amico. Perchè era andato alla porta del chiostro? Che volesse entrare, come Dante, a cercarvi la pace? Lo Scalvini si fermò seco a ragionare e lo trovò di buon umore. Forse la parola del mendico l’aveva consolato”.

Il 22 settembre di quell’anno, Ugo Foscolo lasciava Brescia dove, oltre a frequentare, insieme ad altri aristocratici consessi, la casa gentilizia del nobile Girolamo Monti, il ruolo del quale rifulge nei “Commentari dell’Ateneo”, pare gli fosse piuttosto abituale il pranzare nel noto albergo Gambaro, tra l’attuale corso Zanardelli e via Moretto: “ivi mangiava parco, quasi non beveva vino, perchè il Foscolo, contro la consuetudine dei poeti, era astemio, e solea dire di sé che era come la calce, la quale si accende con l’acqua”.

Dopo la sua partenza, nel bresciano ci sarebbe tornato ancora, ma solo di passaggio, poco meno di quattro anni più tardi, nel gennaio del 1812, durante quel viaggio che, da Milano, egli intendeva condurre a Venezia, lasciandosi di bel nuovo alle spalle quella città nella quale, come ancora, fra l’altro, ha specificato Carla Milanesi, nella seconda parte dell’accennato suo articolo, “si recava in una rustica casetta sui Ronchi, di proprietà del marito di Marzia…: in quella ridente cornice di verde e d’azzurro si intratteneva a studiare e a comporre, nonché a “concionare” i giovani radunandoli sotto una pianta di fico, sbracciandosi ed urlando per convincerli con quella sua voce or stentorea or sepolcrale; alla fine urlavano tutti insieme, dando l’impressione d’un manicomio!. Il vecchio roncaro del luogo, Angelo Micheli, morto ottantenne, raccontava di quello strano ospite, dicendolo on scritur, coi caei ross che l’era el murùs de la padruna”.

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