Tempo di lettura: 6 minuti

Una persona, una foto, una piccola storia al giorno per raccontare la Milano dei senza dimora.

Milano, febbraio 2018 – Una foto o una storia di 5 minuti al giorno per narrare attraverso un ritratto il qui e l’ora di una Milano nascosta, difficile da intercettare, che abita la città ma la vive in silenzio, incontrando di rado lo sguardo dell’altro.

Per tutto il mese di febbraio, la pagina Facebook “Umani a Milano, ideata dall’autore e scrittore Stefano D’Andrea, racconterà il mondo sommesso delle persone senza dimora che popolano il capoluogo lombardo. Un racconto metropolitano realizzato grazie alla collaborazione di Fondazione Progetto Arca, da oltre 20 anni a fianco delle persone senzatetto e in grave stato di indigenza.

I protagonisti degli scatti, infatti, sono alcuni degli ospiti che la onlus assiste all’interno dei suoi centri di accoglienza. Ma non solo: i loro ritratti si alterneranno sulla pagina con quelli di chi ogni giorno lavora all’interno delle strutture di assistenza e ricovero: psicologi, assistenti sociali, cuochi, medici, infermieri, mediatori linguistici. Tutti ritratti intensi, in cui gli occhi sono ben evidenti, associati a brevi didascalie con nomi di fantasia ma stralci di vita vera.

Così Stefano D’Andrea spiega la collaborazione con Progetto ArcaUn’amica mi ha chiesto se volevo fare del bene facendo qualcosa che sapevo fare, io ho detto sì. Così mi sono trovato a raccontare un pezzo di città che si fa fatica a incontrare. Un’avventura che arricchisce Umani a Milano, il cui scopo è proprio quello di ridurre le distanze, spezzare il vuoto che c’è tra le persone che si incrociano sui marciapiedi ogni giorno. Si ha meno paura degli altri se ci hai parlato”.

Umani a Milano è un progetto di storytelling che va avanti dal 2014 ininterrottamente su Facebook ed è diventato anche un libro. La pagina è una sorta di specchio che riflette Milano attraverso il suo popolo: un “umano” al giorno incontrato per caso per strada a cui si chiede un ritratto e un brevissimo racconto di che cosa sta facendo lì in quel momento.

Il progetto, nato da un’idea di Stefano D’Andrea su ispirazione dell’opera Humans of New York del fotografo Brandon Stanton, prosegue anche grazie alla collaborazione di un gruppo di giovani fotografi.

Ecco alcune foto postate:

 2 febbraio 
Sei anni fa ho dormito per strada per la prima volta. Non sapevo cosa fare, ero fuori di casa e non avevo soldi, e ho mi sono messo su una panchina al parchetto della stazione Certosa. È stato brutto perché non è una bella esperienza trovarsi da un giorno all’altro per strada, non è bello. La gente mi ha aiutato a volte, mi davano una mano forse anche perché vedevano che ero educato. Mi andavo a lavare all’Ospedale Sacco, dove sono sempre stati molto gentili. I primi tempi ero molto arrabbiato. Me la prendevo con me stesso perché mi chiedevo come avevo fatto a finire in quella situazione. E quando vedevo le persone guardarmi storto io li guardavo ancora più storto. Era come se mi giudicassero. Mi guardavano come se avessi qualche cosa che non andava e a me veniva da dire: “Ma guardati te, prima di guardare gli altri”. Quando sono arrivato qui c’è voluto un po’ per farmi diminuire la rabbia. Io non me ne accorgevo ma la mattina gli altri mi dicevano che di notte mi lamentavo sempre nel sonno, avevo gli incubi.

3 febbraio 
L’amicizia nasce quando non pretendi niente. Devi essere tu a creartela e anche sapere ascoltare. Sono piccole cose che però ho imparato stando qui perché senegalesi e italiani sono diversi e per capire bisogna fare uno sforzo. In Senegal eravamo tutti amici, fino a quando avevo 17 anni vivevo lì, poi i miei mi hanno portato qui. Ora non sono più qui. Imparando la lingua italiana ho fatto un grande passo in avanti nella mia vita, che mi crea altre opportunità di conoscenza, per esempio adesso parlando con te già capisco cose nuove.

Certo adesso è difficile dire se ho veramente amici qui, perché sono in una situazione di bisogno e per essere amici con la gente bisogna avere la tasca piena, e io non ce l’ho. Qualcosa per offrire, per dare. Dobbiamo essere sinceri con noi stessi. Magari l’altro pensa che io sono lì solo per interesse personale. Per essere veramente amici non ho una casa, un lavoro: chi mi sta appresso. E non lo racconto a nessuno. Se lo racconto le persone poi mi evitanoIl “volemose bene” non esiste. Ognuno deve essere autonomo, e poi se può fare per sé può fare per gli altri.

4 febbraio 
Ho 61 anni. Ho sempre lavorato ma poi, dopo che è morta mia moglie dieci anni fa, ho cominciato a dare un po’ alla deriva. Poi nel 2011 la ditta per cui lavoravo è fallita e io, che facevo l’autotrasportatore, sono andato in rosso, ho mollato la casa, sono salito sopra il mio camper e mi sono piazzato qui a Milano, in una via dove non davo fastidio. Non volevo dare fastidio a mia madre, ai miei amici, non volevo dar fastidio nessuno. I vigili passavano e non dicevano niente anche perché io avevo messo fuori un cartello grosso così con scritto sopra “non c’ho l’assicurazione” tanto io quel camper non lo muovevo mai, e allora chiudevano un occhio perché capivano che ero un indigente e non non un malvivente. Ma c’era una signora anziana a cui evidentemente davo fastidio, che abitava lì vicino. E si era presa che era uno zingaro, allora chiamava sempre i vigili. Loro hanno tenuto botta per un bel po’ di tempo, perché sapevano che ero uno in ordine, ma una mattina hanno dovuto intervenire. Io torno a mezzogiorno dalla mensa dove ero andato a mangiare e non trovo il camper; ero convinto che l’avevano rubato. Invece poi scopro che me l’avevano però sequestrato ed era a Rho; ci volevano 500 € per la multa poi sei mesi di assicurazione, insomma dei soldi che non avevo. E allora sono andato a dormire all’aeroporto, per terra, ma lì la polizia passa tutte le sere per i controlli e ti martella e io non ce l’ho fatta a rimanere paziente. Io sono sempre io, gli dicevo, se avevo dei precedenti penali ieri ce l’ho anche oggi e anche domani, sono sempre io, non è che se tutte le sere vieni a chiedermi chi sono io cambio. Ho fatto un paio di mesi poi non ce la facevo più e me ne sono andato via, e sono venuto a dormire alla Stazione Garibaldi e sono stato lì, su una panchina, per qualche anno.

5 febbraio 
Nella cucina di Progetto Arca siamo venticinque persone, e prepariamo circa  5mila pasti caldi al giorno. La maggior parte dei lavoratori sono stati utenti del servizio, persone dalle molteplici provenienze e dalle storie più disparate. A volte, tra di loro, ci sono anche screzi e pregiudizi. Io non chiedo nulla, solo che si collabori per far bene il nostro lavoro. Ma non è poco. Nel momento in cui le persone si sentono fragili, spesso reagiscono chiudendosi, non è facile fare critiche costruttive, ma io voglio aiutarli, sia per lavorare meglio, sia perché credo faccia parte del mio lavoro. E per fortuna sono una che non prende mai nulla sul personale. Quando hai davanti uno nervoso, se tu sei calma poi si calma anche lui e si lavora insieme, e quando si lavora insieme si lavora bene, e quando si lavora bene poi alla fine siamo tutti gratificati e domani lo rifacciamo con meno sforzo.

6 febbraio 
Ho un approccio molto informale, quale una psicologa di strada deve avere. Qui in Progetto Arca, a differenza di altri enti, ho l’opportunità anche di uscire da certi schemi, laddove necessario, perché ne ho bisogno per comprendere la realtà delle persone di cui mi occupo. È un ambiente che mi consente di lavorare al meglio. Sai ogni persona, anche nell’estremo disagio in cui si può trovare, ha le sue risorse interiori ed è anche mio compito cercare di rintracciarle e riconoscerle e valorizzarle. La frustrazione potenziale in questi ambiti è alta ma ormai ho una certa età e una certa esperienza quindi non corro il pericolo di sentire quel disagio. Piuttosto, quando vedo qualcuno che non riesce a fare un percorso positivo, provo dispiacere per lui. Io faccio la mia parte e la farò sempre, l’altro deve fare la sua. La relazione di aiuto ha due motori e sono entrambi necessari.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *