«Un amico ha ucciso un amico». L’eco dello sparo corre. Il proiettile scompare nella schiena della vittima, la storia scompare con esso, affonda. Si sparge ancora l’eco, prende forma: «un amico ha ucciso un amico».

La Storia parla di sicari, gappisti e repubblichini, rese dei conti. L’eco invece di una vedova, di nonno Ulisse, di un amico, e di un altro amico.

Massimo Zamboni si dedica per sette anni a ricerche d’archivio, indaga, ascolta e prova a ricostruire l’eco di quei quattro proiettili esplosi il 29 febbraio 1944, lungo una strada rurale emiliana, ai danni di Ulisse B., squadrista fascista, suo nonno.

L’indagine è dura, nomi e cognomi di chi fu complice restano tuttora inequivocabili tra i documenti. Il primo impatto sconvolge, su decine di famiglie grava ancora l’ombra di quelle colpe, colpe di uomini di potere, colpe di condiscendenza. La storia non lascia scampo, è uno specchio netto, esclamativo: ferisce, condanna, talvolta uccide.

L’indagine prosegue, si cala nelle maglie di quella storia sofferta, la trama allora perde compattezza, si fa torbida, i contorni delle vicende cominciano a mescolarsi, si rincorrono.

Sedici marzo 1961: Alfredo Casoli fredda Rino Soragni; «un amico ha ucciso un amico». L’eco non è quello sparo, meccanico. Non è nemmeno il suo esito. L’eco corre confusa, ambigua, accusatrice e indulgente. L’eco parla di amici, l’eco parla di un omicidio. L’eco è memoria.

«Il giorno 29 del mese di febbraio nell’anno bisestile 1944, lungo quella che è ora una strada ad elevata percorrenza ed era allora poco più che uno stradello aperto tra le campagne emiliane che non è difficile immaginare spoglie nel periodo e bene amministrate, abbondanti di olmi, di gelsi, di filari in attesa del disgelo, di aceri campestri, di pioppe, di qualche noce spettacolare – di quegli stradelli affiancati da una canaletta d’acqua gonfia di vita naturale –, alle ore 17,45, dunque ancora in luminosità piena – ma in buio di testimoni, ché a quell’ora ci si apprestava a mungere nelle stalle –, ammazzano un uomo di quarantanove anni.

Gli sparano in tre; da dietro; in corsa.
L’uomo rientrava dalla città, e mi viene di pensarlo con sciarpa e cappotto, giacca scura, camicia bianca, bretelle, pantaloni di panno con la cintura serrata sopra l’ombelico. Due proiettili scompaiono nella sua schiena, due nella regione addominale di sinistra.

Sicari, chiamano i giornali gli sparatori. E: agguato, il loro procedimento.
L’uomo cade dalla bicicletta, una di quelle biciclette padane che sappiamo nere, pesanti, con le gomme larghe per vincere la ghiaia. Cade sorpreso e assieme fulminato.

Il fratello più giovane sulla bicicletta a fianco si rivolta con la pistola in pugno e cerca di infilare gli assaltatori, ma il suo colpo si inceppa e quelli hanno modo di sfuggire attraverso gli stradelli laterali.
Nere anche le loro biciclette. Pesanti.

Mentre questo accade, e la ruota posteriore della bicicletta caduta gira nell’aria e poi va a rallentare, e il silenzio dell’inverno cala di nuovo sui campi smorzando i fatti degli uomini, esattamente quando questo accade, io perdo mio nonno.

eco-di-uno-sparoLe cronache degli uomini insegnano come si onorasse dei titoli di Squadrista, Fascista Repubblicano, Sciarpa Littorio, Marcia su Roma, Membro del Direttorio del Fascio di Reggio Emilia, Segretario Politico di un Fascio della provincia. Fedele fino alla morte, scrivono. E indicano nei GAP, nei Gruppi di Azione Patriottica, gli sparatori.

Nulla sapevo di lui. Sono stato abituato a imparare – o, meglio, imparare a dimenticare – quell’uomo nel silenzio familiare, tramite rare foto, discorsi assenti. So come la sua non presenza abbia avuto un riflesso profondo nella mia educazione, quindi nella mia vita.

Due cose sole, possedevo: il nome, Ulisse, che io porto come secondo, e che sempre ho dovuto considerare come un intruso, una parte sconosciuta di me; e una giacca, un tessuto ruvido di lana, il nero orbace della sua divisa autarchica. Niente di più, prima di questo libro.

Per bilanciare questo niente ho lasciato passo all’attrazione magnetica per quei colpi di pistola del febbraio 1944 e seguito la loro eco lungo un paio di secoli. Ho dovuto capire dove sono nati, quei colpi, chi li ha generati, dove sono andati a rimbalzare, che cosa hanno smosso, smurato, prodotto.

Ho dovuto scovare tracce seminate e sepolte, frugare da dilettante negli archivi che tutto conservano e tutto confondono, respirare polvere antica, macchiarmi di inchiostri, decifrare scritture impossibili, toccare carta infastidita dalla luce con il timore di vederla rompere.

E poiché scrivere è un lento modificarsi, ho dovuto, soprattutto, vivere nel frattempo e accettare di vedere cambiati i lineamenti della mia vita. È stato bene farlo: tocca ai nipoti raccontare, sottraendo ai genitori un compito che non avrebbero potuto svolgere con giustezza; tocca a noi questo scegliere o tralasciare, sapendo che ogni parola nostra o azione avvicinerà la pace o il male che devono arrivare.

Questa è la storia di Ulisse e dei suoi sparatori che infine si spararono tra loro, tutto sconvolgendo. Il racconto di ciò che è stato prima e che ha innescato quei colpi in canna, di ciò che è stato dopo e perdura inconciliato, forse inconciliabile. Di questo la mia famiglia è stata testimone: che ogni sparo da spari precedenti è generato e a sua volta genera spari, nell’instaurarsi di una catena senza fine.

Questo abbiamo imparato: l’eco di uno sparo non si quieta mai». (L’eco di uno sparo, Cap. 1)

L’eco muove, scuote, ma poi abita. L’eco è la memoria, un affetto destato nei vivi, detto con parole già di Foscolo a chiosa dei Sepolcri per descrivere quei monumenti «inutili ai morti».

La citazione è di Zamboni stesso, dal capitolo settimo dove l’autore percorre in prima persona il cimitero locale, luogo caro ai vivi.

I vivi dentro quell’eco hanno svolto le loro vite, raccontato il loro passato, conosciuto il loro nome. La storia invece rimane chiusa nel corpo inerme delle vittime, si sottrae insieme a esse lasciando dietro sé una traccia, una vita per chi resta.

Qui il cortocircuito tra Storia e storia personale, memoria. E lo avvertiamo ancora nel pianto di coloro che restano, dei cari: il lutto è per amici, mariti, fratelli, padri; le divise muoiono con gli uomini.

«Ancora una volta, e per sempre, la morte ha saputo allontanare la storia dai corpi degli uomini, restituendoli come creature» (ivi, Cap. 9).

L’eco di uno sparo: cantico delle creature emiliane è stato pubblicato lo scorso marzo da Einaudi.
Massimo Zamboni è nato a Reggio Emilia nel 1957. Negli anni ’80 è stato chitarrista dei CCCP fedeli alla linea, poi dei CSI.

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