Solitamente lo sfondo è azzurro, ma non mancano altre rispettive varianti al medesimo concetto.
Il primo ad averlo detto, ha avuto la palma di un primato d’apprezzata inventiva, diffusosi, allo stesso modo di come si è propagato il virulento contagio che ne aveva, motivatamente, ispirato, il significato azzeccato, ovvero il pensare ed il riferire, al mondo intero, che, comunque, “andrà tutto bene”.

Concetto contagioso che pare sia passato da inferriata a cancello, da saracinesca a finestra, da vetrina ad ogni altro possibile ed eventuale appoggio di tale enunciato, messo nella visibilità tipica a modo di un’improvvisata bacheca a pannello.

Mentre il “Coronavirus” si insinua pervadentemente nella quotidianità incombente, accanto a mirate precauzioni ed al rincorrersi di continue prescrizioni, le iniziative, percepibili a margine delle stesse, sono state anche quelle di condividere la codifica di quell’immediato ed ottimista ritornello.

Un cartellone azzurro ha coinvolto, in un dato esempio, la genuina creatività disarmante di collocarvi anche una serie di cuoricini tradizionalmente rossi, per umanizzare, in uno stigma di amore, quel sentimento di fiducia verso un domani migliore.

La frase è ultimativa, aperta su un futuro più prossimo che anteriore, ribadendo, anche in questo caso, che il problema passerà, trovando positivamente una sua soluzione.
“Andrà tutto bene” scritto a colori, a volte anche con ogni lettera che rivendica una propria diversa caratterizzazione, rispetto ad una differente cromia che ne esprime il composito assetto, entro un messaggio fiducioso ed al tempo stesso volutamente premonitore.

Ce ne sono sempre di più, di tali metaforiche finestre narranti, spontaneamente aperte su un insieme via via sprofondato in una dimensione emergenziale che appare pure tipica, con ogni dovuto rispetto, di un fantascientifico romanzo avveniristico e surreale, segno di quanto, come avviene in ogni tempo, la realtà possa superare una fervida fantasia, seppur la stessa sia stata lanciata in una ritenuta formula improbabile ed irreale.
“Andrà tutto bene” è l’ultima “parola” che si attende in fondo a quel tunnel che già molto si è dilungato nella sua misura, divenuta esponenziale, rispetto ad una problematica rimbalzata da lontano, fino al più corto raggio di una estemporanea contestualizzazione locale, per ricondursi, oltre lo spettro nazionale, ad una sua confacente dimensione d’attinenza internazionale.

Oltre ogni dove, il crocevia raggiunto a fulcro di un annodarsi attorno ad una medesima problematica virale, sfoggia il messaggio comune di una speranza esperienziale, provata al fuoco di continue e di sopraggiunte restrizioni, causate da una comprovata contingenza emergenziale.

In un genere del tutto informale, con tanto di evasioni creative rispetto ad un diffuso messaggio di un univoco sperare, “andrà tutto bene” sembra, a volte, accompagnarsi ad esplicite raffigurazioni, contestualmente collocatevi accanto, nel promuovervi un maggior risalto, nei confronti della sicurezza riposta in un augurio che guarda avanti, rispetto, ai rovesci temporaleschi che va affrontando, anche ricorrendo, in altre rappresentazioni, alla riproduzione di arcobaleni quali simboli lieti di un cielo che dirada nubi superstiti e preannuncia l’instaurarsi di un tempo sereno.

Nello scibile di quanto, nel corso del periodo di diffusione del medesimo messaggio accennato, si avvicenda, secondo altre comunicazioni da poter leggere sul posto, come le stesse risultano nella collocazione riscontrabile in proprio rispettivo altrove, appaiono anche quelle che, in sede ecclesiastica, imbastiscono, in un fattore prudenziale, analoghi concetti rivolti alla fede per affrontare l’incidenza morbosa di quel conclamato fattore che, di rimando, vede, proprio tra le righe, del “messaggio dei Vescovi Lombardi” del 6 marzo 2020 l’informazione che “(…) è sospesa l’Eucarestia con la presenza dei fedeli, mentre Vescovi e sacerdoti celebreranno senza il popolo. (…)”, pure, precisando, l’invito, al medesimo tempo, espresso in una ridefinita distanza da supplire, interpretata eufemisticamente nel mistico equilibrio di ruoli da adattare in un vago divenire, nel mentre cui si spronano “(…) i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i laici a continuare a tessere con passione i rapporti con la Comunità Civile e ad assicurare la vicinanza nella preghiera a tutti coloro che sono colpiti. (…)”.

Il dettame è, come a titolo di questo pronunciamento pastorale, “Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra”, secondo la storicizzazione di tale ispirazione del fulvo re Davide, nel salmo 123, presa a riferimento per questi giorni dove la spontanea manifestazione di una speranza corale, diviene creatività spiccia per rompere, mediante il pensiero che “andrà tutto bene”, l’assedio di una incalzante criticità particolare.