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Brescia. Venerdì 13 novembre alle ore 21, nella chiesa di S. Giacomo al Mella in via Milano, l’associazione Brescia in Cammino dedica una serata alla presentazione diario di un “pellegrinaggio” ai monumento della “demenza umana”, la diga del Gleno e quella del Vajont.libro

Il titolo del diario è: “Per non dimenticare, Gleno – Vajont il cammino della memoria”, l’autore è Abramo Putelli, di Ono San Pietro paese sotto la Concarena che si affaccia sul fiume Oglio. Putelli non è uno scrittore di professione, ma uno dal cuore grande, dedica questo libro a tutte le vittime causate dall’avidità, dall’egoismo e dalla malvagità umana, ma anche a ricordo di Davide ed Andrea Patti, i due fratellini assassinati dal padre, nel Luglio 2013 a Ono San Pietro.

“Per non dimenticare” è un diario giornaliero di una straordinaria e unica esperienza di vita e di memoria, fatta con un gruppo di amici in occasione del novant’anni  del disastro del Gleno e del cinquantesimo anniversario del Vajont, per rendere omaggio alle vittime di altrettante tragedie, «monumenti» alla demenza umana.

Nella prefazione l’autore, ricorda il motivo del pellegrinaggio: dare un senso spirituale a quei tragici eventi, facendo sentire tutta la nostra vicinanza a chi, ancora oggi, combatte perché certe sciagure non accadano più.

La diga del Gleno è un disastro bresciano di cui la memoria ha perso le tracce. Venne realizzata nel periodo intercorso fra il 1916 e il 1923, dopo rinvii e revisioni del progetto. Doveva servire a contenere i sei milioni di metri cubi d’acqua raccolti nel lago artificiale alimentato dai torrenti Povo, Nembo ed affdiga del glenoluenti minori. Una diga ad archi multipli, realizzata a 1500 metri d’altitudine la cui enorme massa d’acqua contenuta avrebbe dovuto generare energia elettrica. Erano le 7:15 di sabato 1 dicembre 1923, pochi mesi dopo la messa in funzione, quando il pilone centrale della costruzione cedette e le acque si riversarono, in meno di 15 minuti, sulla vallata sottostante fuoriuscendo da una bocca larga una sessantina di metri. Il primo borgo ad essere colpito fu Bueggio e qui la massa d’acqua spazzò via chiesa e campanile, distrusse il cimitero del paese e due abitazioni.

L’enorme massa d’acqua, preceduta da un terrificante spostamento d’aria, distrusse poi le centrali di Povo e Valbona, il Ponte Formello e il santuario della madonnina di Colere. Raggiunse l’abitato di Dezzo. 500 anime circa formavano la comunità di Dezzo e di esse ben 209 perirono. Anche la strada provinciale venne distrutta, isolando in tal modo l’intera Valle, il flusso d’acqua invase la centrale elettrica di Dezzo, provocando un corto circuito, che privò i valligiani anche dell’energia elettrica e causò lo scoppio dei forni della fabbrica di ghisa posta al termine del medesimo paese. Prima di raggiungere l’abitato di glenoAngolol’enorme massa d’acqua formò una sorta di lago e a tutt’oggi sono visibili i segni lasciati dal passaggio dell’acqua nella gola della via Mala. L’abitato di Angolo rimase praticamente intatto mentre a Mazzunno vennero spazzate via la centrale della Società Elettrica Bresciana e il cimitero. La fiumana discese poi velocemente, dopo aver formato nei pressi di Angolo una sorta di diga artificiale, verso l’abitato di Gorzone e, seguendo il corso del torrente Dezzo, proseguì verso Boario e Corna di Darfo mietendo numerose vittime al suo passaggio. Quarantacinque minuti dopo il crollo della Diga la fiumana d’acqua raggiunse il Lago d’Iseo e, a testimonianza dell’immane potenza distruttrice che la caratterizzò, nei pressi di Lovere vennero raccolte 48 salme.

Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a vajont digaLongarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno. La storia di queste comunità venne sconvolta dalla costruzione della diga del Vajont, che determinò la frana del monte Toc nel lago artificiale. La sera del 9 ottobre 1963 si elevò un’immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione. La stima più attendibile è, a tutt’oggi, di 1910 vittime. Sono stati commessi tre fondamentali errori umani che hanno portato alla strage: l’aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l’aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza. Il non aver dato l’allarme la sera del 9 ottobre per attivare l’evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione. Fu aperta un’inchiesta giudiziaria. Il processo venne celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971 e si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la prevedibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi. Ora Longarone ed i paesi colpiti sono stati ricostruiti. La zona in cui si è verificato l’evento catastrofico continua a parlare alla coscienza di quanti la visitano attraverso la lezione, quanto mai attuale, che da esso si può apprendere.

 

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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