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Un rimedio naturale. Allora, era la prassi normale, trarre, in presa diretta dalla natura, una risposta funzionale, a cercare di fare fronte ad un dato male.

Anche quando il problema si annidava tra le viscere, in una sorta di creatura nemica della salute, in quanto parassita, potenzialmente di casa fra le serpiginose anse dell’organo cavo di forma tubolare che null’altro è, se non, quello intestinale.

Tenia, verme solitario, come lo si può chiamare, a contrastarne la presenza, nel basso ventre umano, si pensava al melograno, più come pianta che come frutto, per cercare, nel merito di questo ospite sgradito, un rimedio peculiare.

L’utilizzo della corteccia delle radici di melograno insiste, tuttora, nella tradizione erboristica, ma capita che si abbia notizia di tale aspetto salutistico, più dalla consultazione di testi antichi, che dalla odierna divulgazione del potere benefico delle piante, forse, alquanto subissato, come sapere, da una pletora di altri prodotti da sdoganare al mercato di chi cerca di poter migliorare la propria salute, anche in un estemporaneo modo improvvisato.

In ogni caso, all’oggi di chi rimane fedele al potere curativo, intrinseco nel creato, si lega tutto un vasto passato di quando, già per la maggiore, non si poteva ricorrere ad altro se non a ciò che risultava derivato dal patrimonio delle essenze che animano il patrimonio vivente in cui anche l’uomo può scoprirsi implicitamente di trovarsi collocato.

In questo modo, i passi compiuti dall’uomo, per tentare di ritrovare la tracce di una salute andata un poco perduta, si ascrivevano, in alcuni casi, anche alle ricette di impiego e di somministrazione di un tale prodotto naturale, oltre al fatto di averne seguito pure le vie che ne avevavo reso possibile la fornitura, per l’effettiva disponibilità genuina di uno specifico e mirato utilizzo materiale.

Da Genova, era, a titolo di esempio, arrivato a Trieste, il brigantino sardo, “Gibilterrino”, di centoventuno tonnellate, carico, fra l’altro, oltre che di fusti d’olio, sacchi di cacao, casse di limoni, foglie d’arance, barili di vino moscato, pelli bovine secche, cannella garofolata, anche di “corteccia di pomogranato”, come attestato dal giornale “Foglio Commerciale – Notizie di Commercio navigazione Industrie col prezzo corrente della piazza di Milano, licenziato in stampa nel lontano 14 maggio 1845.

Variante antica, il “pomogranato”, nella denominazione di melograno, passava al femminile, mediante un’ulteriore versione, applicata all’intendere questa antica essenza, per altro, al quanto carica di elementi simbolici di un esoterismo assai profondo, proporzionandosi in altra declinazione di genere, mediante la dizione che, della stessa pianta, ne aveva fatto la “Gazzetta di Mantova” del 30 giugno 1827, avendo, in tal giorno, editato una informazione che resta nel tema in questione: “Medicina. Già da qualche tempo, alcuni dotti professori di medicina credevano d’aver trovato nella corteccia della radice della melagrana uno specifico contro la tenia, ossia verme solitario. La cosa sembra ora certa; ed il sig. Monlin, chirurgo del collegio reale di S. Luigi, ha letto, nell’ultima adunanza della Reale Accademia di medicina, il caso di una signora che, da venti anni, molestata dal verme solitario, fu intieramente guarita coll’uso della corteccia accennata.”
In considerazione di tali dotti pronunciamenti, non doveva apparire strano che, nel medesimo anno, ci si potesse meglio dilungare a particolareggiare, secondo la mentalità dell’epoca, rispetto allo stesso interessante argomento, come, fra l’altro, era risultato dal “Giornale d’Indizj Giudiziari della Provincia di Bergamo” del 26 aprile 1827, che a proposito pubblicava: “Cura del verme tenia. Il dottor Antonio Bojti primo chirurgo di Sua Altezza il gran Duca di Toscana, ha proposto un nuovo metodo d’amministrare il decotto della corteccia delle radici di melograno (Punica granatum) contro il verme Tenia; e riporta ben otto casi di guarigioni da lui ottenute in breve spazio di tempo l’uno dopo l’altra.

Questo metodo consiste in raccogliere le radici di melograno, nato spontaneamente in luoghi montuosi, incolti, coll’avvertenza che le radici siano d’albero giovane e non maggiori della grossezza del pollice, e che la corteccia sia affatto spoglia della parte legnosa.

Se le radici sono raccolte in primavera, in tempo della maggiore vegetazione della pianta, (alla quale epoca il rimedio riesce della maggiore attività) e se la corteccia si può usare nel medesimo giorno in cui si raccolgono le radici, basta soltanto una oncia di essa in una libbra e mezza di acqua di fonte. Se la corteccia non ha le indicate vantaggiose qualità (ed è il caso più frequente) la dose per la corteccia, per l’individuo adulto, sarà di dramme dieci, e minore in proporzione dell’età. Si mette questa dose in once venti d’acqua fresca di fonte, in vaso di terra bene inverniciato, e vi si lascia in infusione per 24 ore.

Quindi, si fa bollire nell’istesso vaso, finchè sia ridotto nella metà. Levato il vaso dal fuoco, lo si copre, lasciando la corteccia in macerazione per altre 12 ore.

Dopo, si decanta il decotto semplicemente, ed in tre volte, nello spazio di un’ora, si amministrerà a digiuno al malato al quale, il dì innanzi, giova il far prendere un leggero purgante. La corteccia, nella necessità di doverla conservare, si lascia seccare in un luogo asciutto, all’ombra, lungi dal calore del sole e del fuoco”.

Come frutto che saluta l’estate, profilandosi in maturazione, mentre la stagione estiva declina verso quella autunnale, questo tondo prodotto, caratteristico, in particolar modo, nel bacino mediterraneo, in un’originaria matrice orientale, richiama, tra altri possibili spunti, la simbologia dell’ideale di fratellanza per via dei numerosi chicchi, presenti al suo interno, raggrumati insieme, in un’aderenza perfetta, secondo quella coesistenza che, all’evidenza di una riusciuta armonia, risulta di fatto dimostrata come possibile.

Dal frutto alle radici, il melograno sembra suscitare una complessità di ispirazioni e di usi differenti che ne confermano, rispettivamente, le gradevoli prerogative, per altro, apportatrici anche di elementi utili per una visione spendibile a comparazione poetica della realtà, come, ad esempio, appare nel “Giornale della Provincia Bresciana” del 1 marzo 1846, a margine di una notizia, pubblicata da fonti altrui, recante le impressioni di un’eruzione vesuviana: “Notizie varie. Se furon mai si continue e tranquille, non parvero mai forse così pittoresche, le eruzioni del nostro Vesuvio.

Il suo fiammeggiare è assai temperato e spesso interrotto, ma la materia vulcanica trabocca incessantemente ed in abbondanza da varie parti, sì che sembra screziarne la vetta e darle talora la forma di screpolata melagrana: spettacolo tanto più dilettoso, nelle scorse notti, quanto meno esse furono notti d’inverno e per la limpidezza del cielo e per la dolce temperie dell’atmosfera”.