Tempo di lettura: 3 minuti

 

Parma – La tela, fino a oggi presentata in Italia solo una volta, nel 2016, è accompagnata da alcuni testi critici che illustreranno l’opera del grande maestro, sottolineandone le caratteristiche espressive che allontanandosi progressivamente dall’immediatezza della resa impressionistica si avvicinano alla pittura astratta.

La Falaise du Petit Ailly à Varengeville proviene da una importante collezione d’arte privata, attualmente in deposito giudiziario presso il Complesso della Pilotta. Il progetto espositivo che ruota attorno al capolavoro di Monet nasce come momento di approfondimento scientifico dell’opera e di sensibilizzazione circa la sua possibile dispersione nel mercato dell’arte.

Il prezioso dipinto del maestro francese raffigura il tratto della costa nord della Francia sul canale della Manica che va da Digione a Pourville fino a Varengeville, caratterizzato da una lunga spiaggia circondata da alte scogliere.

Attratto dalla grande suggestività delle falesie e delle gole profonde che si susseguono fino al ponte sul fiume Petit-Ailly a Varengeville, Monet aveva soggiornato nella zona una prima volta nel febbraio-maggio del 1882, realizzando alcuni studi nei quali sperimentava da diverse visuali il rapporto roccia-cielo-mare.

A distanza di oltre dieci anni, nel febbraio 1896 Monet torna sulla costa della Normandia in un periodo di malinconia, legato al ricordo di amici recentemente scomparsi, come in un pellegrinaggio nei luoghi dove aveva già felicemente lavorato.

Il mare e le falesie battute dal vento freddo e dalla pioggia destano ancora in lui un grande entusiasmo per la bellezza dello spettacolo e offrono al pittore la possibilità di realizzare un nuovo ciclo di dipinti, come variazioni sullo stesso soggetto.  È la fase della costruzione di una ‘serie’ concentrata su un numero ristretto di angolazioni visuali.

Benché La Falaise du Petit Ailly à Varengeville rechi la firma e la data 1882, per Cianiel Wildenstein il dipinto è stato eseguito fra il 1896 e il 1897, durante il secondo soggiorno, poiché, per punto di vista e stile, appare lontano dalla sede delle scogliere del 1882, più ‘naturalistiche’, mentre si inserisce perfettamente all’interno della produzione del 1896-97.

Per Wildenstein infatti, in occasione di altre esposizioni presso la galleria Durand-Ruel nel maggio 1920, Monet aveva firmato e datato erroneamente alcune delle opere da esporre, fra le quali questa, basandosi sulla memoria.

Proprio in occasione di questa mostra il dipinto fu acquistato da Paul Durand-Ruel, collezionista e sostenitore della pittura impressionista. In seguito, La Falaise passò per diverse collezioni private, fino ad arrivare oggi al Complesso Monumentale della Pilotta, in attesa di trovare collocazione definitiva, ci si auspica in una collezione pubblica italiana.

La Falaise du Petit Ailly à Varengeville è un’opera di grande interesse per la ricchezza di riferimenti artistici e culturali che racchiude, rappresentativa di un momento in cui l’arte europea si misura con le inedite ricerche compositive dell’arte dell’Estremo Oriente e sperimenta percorsi dai quali pochi decenni dopo nasceranno le avanguardie storiche.

L’alba, indagata dal vero, illumina di rosa le rocce, che diventano quinte teatrali vaporose, creando tagli asimmetrici col mare. L’acqua, con i suoi colori, costituisce il mezzo riflettente per eccellenza su cui l’artista può concentrare gli studi sulla fusione atmosferica.

Il dipinto è inoltre un esempio della centralità della ‘serie’ nella produzione artistica di Monet degli anni Novanta del diciannovesimo secolo, quando l’istantaneità ottica dell’Impressionismo si attua in direzione di una progressiva rarefazione della figuratività, precorrendo, grazie ad una vera e propria folgorazione di Kandinskij avuta a Mosca nel 1891, l’arte astratta.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *