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Brescia – Più che una conclamata aureola di santità, sembra sia una sussurrata aura di leggenda a circondare la figura di Adriano VI (1459 – 1523), papa di umili origini, appartenente al forte carisma religioso dei “Fratelli della vita comune”, che ha regnato sul trono di Pietro dal 1522 al 1523.

Se la documentazione ufficiale lo ascrive all’Olanda, dove sarebbe nato nel 1459 con il nome di Adriaan Florensz Dedel, c’è tutta un’altra curiosa versione biografica parallela che diversamente lo riconduce a Renzano, località poco discosta dal golfo di Salò, ai piedi del monte san Bartolomeo, dove la geografia della zona presenta, fra l’altro, il santuario della “Madonna del Rio” con una vicina cascata, cadente da un’alta fenditura a strapiombo, accarezzata da un filo di acqua fulgida, come il taglio affilato di una bianca lama algida.

Un’antica iscrizione, posta sul portale della chiesa di questo borgo, ne rivendica un’esplicita attinenza come luogo invece in cui Adriano VI sarebbe venuto al mondo, appartenente alla famiglia Rampini, nella quale altre fonti attestano si fosse chiamato Luigi Lodovico che, nel suo destino già segnato da giovane, avrebbe presto preso la via degli studi, arrivando molto lontano, fino a radicarsi in terra olandese, ad Utrecht, e da lì, ormai inghiottito da una nuova ed acquisita identità, aver proseguito nella carriera ecclesiastica, coltivando quella vocazione che sarebbe stata, nel corso della sua vita, foriera di più di una gratificazione lusinghiera.

Questo papa, con un trascorso personale vissuto lontano dalla curia romana, era stato eletto da un conclave in cui, assente, non aveva partecipato, mentre le opposte preferenze dei cardinali non erano riuscite ad aggiudicarsi il proprio rispettivo candidato. Una strategica formula di temporeggiante compromesso sembra quindi abbia avocato a sé, fuori dagli stereotipati schemi emersi sul campo, la scelta adottata infine dai porporati, operativamente concretizzatasi a favore di un altro destinatario, nella persona di questo stimato teologo, per altro, nelle sue relazioni, vicino al trono spagnolo.

Dalla Spagna, dove era stato tutore del giovane futuro re Carlo V, Adriano VI era giunto a Roma, approdando a Civitavecchia, solo alcuni mesi dopo la sua elezione e da quel momento la sede apostolica romana avrebbe fatto esperienza della diversa natura di questo papa, rispetto al suo predecessore, che era di stampo invece rinascimentale, indugiante sul fascino dell’arte e condizionato da un fasto intriso dal gusto del bello, diffuso in una dispendiosa corte licenziosa, nello sfarzo lanciato alla rincorsa delle seduzioni compiacenti quella cultura assaporata anche solo per un prestigioso appannaggio d’abbellimento.

“Fu semplice, frugale e avverso al lusso e alle pompe del regno”, si legge, fra l’altro, di Adriano VI a pagina quattro del periodico l’Illustrazione Bresciana, nell’edizione del 15 agosto 1903, dove un breve articolo dal titolo “Un papa bresciano?” dedicava all’illustre personaggio l’evidenza di quella curiosa attribuzione della patria benacense, già documentata nella storia andata, nel secolo stesso della sua vita, in riferimento alla quale si precisa: “Sessant’anni circa dopo la morte di Adriano VI, ossia l’anno 1584, Bongianni Gratarolo di Salò in una Informazione di Papa Adriano, e poco dopo, cioè l’anno 1587, nella Istoria della Riviera di Salò, e nel 1586 Mattia Bellintani, celebre cappuccino nato in Gazano, nella Scrittura della vera origine di Adriano VI, con lunga trattazione e con una serie di prove e di congetture, si studiarono dimostrare che quel Sommo Pontefice ebbe a sua patria Renzano, terriciuola distante appena un miglio da Salò e che suo padre fu cotal maestro Zambone o Gianni Buono de’ Rampini, onesto uomo di quel luogo”.

Nel periodo della stampa del quindicinale che da circa un anno si era inserito nel panorama editoriale locale, Brescia non conteggiava ufficialmente alcun papa, contraddistinto da origini coincidenti al proprio esteso territorio, e anche il papa bresciano Giovanni Battista Montini di Concesio era ancora, ad inizio Novecento, ben lontano dall’assurgere agli onori del suo pontificato, apertosi nel 1963, diventando Paolo VI.

Sesto, coincidente numero in comune, nella numerazione cardinale, con Adriano VI di dubbia e di presunta origine gardesana di cui a Renzano il portale ad architrave della chiesa locale, dedicata ai Santi Nazaro e Celso, reca tutt’oggi questa consunta ed emblematica iscrizione che specifica tanto l’origine, nel luogo, di Adriano VI quanto la sua successione dopo Leone X nel 1522: “ADRIANI VI PO (INTIFICI) M (AXIMI) RENTIANI PAT (RII) AN (NO) POST LEONE X MDXXII”.

Iscrizione che alcune fonti locali sembra datino al 1625, quando la chiesa stessa era stata interessata ad un restauro strutturale, nell’ambito del quale si era pure avuta la premura di installare sulla facciata esterna anche una lapide recante lo stemma pontificio a cui l’epigrafe accennata alludeva, nel trattare il medesimo titolare di tale araldica insegna, consistente in un blasone suddiviso in quattro campi: “il primo ed il quarto con tre uncini rivoltati, il secondo ed il terzo con un leone rampante”.

Gli uncini erano elemento contraddistinguente anche l’allegoria araldica dello stemma della famiglia Rampini per cui è possibile che, a sviluppo di tale collimante somiglianza, qualcuno abbia, a suo tempo, voluto intendere o creare ad arte una leggendaria attribuzione di parte che anche alcuni letterati locali hanno avuto la disinvoltura di avvallare, confermandola, pure nella forma di un poetico versificare su Renzano, come è accaduto per mano dello storico Bongianni Gratarolo (1519 – 1596 o 1599): “Quivi nacque colui, cui celar piacque/ Nel sonno grado altrui l’origine vera/ Quivi è la patria sua…”.

Le tracce percorse sembrano però rifarsi ad più ampio spettro di riferimenti, rintracciati dagli autori del Cinquecento sull’origine di Adriano VI che era divenuto papa in un periodo in cui, tra gli altri problemi, l’incombere della riforma protestante, la divisione fra i regnanti cristiani, le guerre in Italia e l’avanzata ottomana in Europa gli avevano creato un difficile panorama ingessato tale “onde soleva dire che a lui era toccata una Republica, che havea tagliati i nervi di tutta la persona”.

Esternazione ancora documentata nell’operaHistoria della Riviera di Salò”, in relazione alla quale l’autore Bongianni Gratarolo spiega che “non si puotè mai dar tempo di investigare, che fosse avenuto della sua famiglia, o forse non se ne curò, dubitando che la bassezza del sangue, gli fesse pregiudicio; o perché la collera durava ancora ostinata contra i suoi: Non si curò dico di farsi, né anco di lasciarsi conoscere. È però vero che un suo Nepote, il quale havea nome Mariano, et era figlio di quel Tomaso, ch’è detto, ch’era fratello del Papa, lo andò a trovare a Roma, persuaso da più cose (…)”.

Nel prosieguo di questa presunta ricostruzione storica, sembra che l’accennato nipote del pontefice abbia avuto un ruolo di collaborazione con il ritrovato zio, elevato al rango di Santo Padre, tanto da ricevere da lui un incarico di fiducia che lo aveva indirizzato sui passi prima compiuti fuori d’Italia dal papa stesso, quand’era già figura di prestigio nei possedimenti spagnoli, in un dato biografico che è messo in evidenza dalla medesima fonte trascritta, nella quale è spiegato che Adriano VI da “costui dunque solo si diede a (si è fatto) conoscere, havendolo però prima tentato molto, e fattolo giurare di non palesarlo, prima che egli stesso glielo commettesse (autorizzasse). Gli diè denari e lettere scritte di sua propria mano, indirizzate all’Imperatore, con commissione che egli stesso gliele presentasse, e con procura (delega) di levar de Spira (località della Renania) alcune ricchezze che v’havea lasciate, andando Ambasciatore in Hispagna, dove poi era rimasto (stato) Governatore. Ma egli trovò (apprese) che subito che s’havea havuto nova (quando si era avuta notizia) del suo Pontificato, ogni suo havere era stato messo a ruba da quei Popoli; oltra che, alla sua gionta (arrivo) nella corte, giunse anco la nova (notizia) che ’l Papa era morto. Tuttavia egli hebbe tanti danari e favori e dall’Imperatore, e dal Re di Romani, che si contentò molto bene di haver fatto quel viaggio”.

A districarsi abilmente fra questi documenti antichi, pervasi dalle controverse memorie narratevi, il giornalista e scrittore Tullio Ferro di Desenzano del Garda ha affrontato in alcune ricerche, anche pubblicate sulla serie editoriale “Quaderni del Garda”, l’amena questione della papale attribuzione a Renzano di questo pontefice che ancora una certa letteratura postuma precisava non avesse modificato il nome da quello ufficialmente detenuto, prima della sua elezione, di Adriano, in quanto già lo aveva cambiato, mutandolo da quel Luigi Lodovico che “si era formato alla scuola del famoso francescano frate Francesco Lechi detto il Licheto, nel convento dell’isola del Garda, dove aveva istituito una scuola di teologia e filosofia che fu per lungo tempo assai prestigiosa e singolare: una specie di stadio, dove il metodo scolastico del suo fondatore, esemplato su quello dei peripatetici ateniesi, si traduceva in conversazioni e dispute all’aperto di frati e laici deambulanti”.

Da lungo tempo l’isola del Garda ha una villa prestigiosa al posto sia del convento che della scuola teologica, così come, nel territorio salodiano, Renzano non ha altro che tracce sbiadite di un leggendario e minimo retaggio storico a proposito di questo papa che, nel sogno di riformare la Chiesa, sembra che in essa abbia risolto la propria stessa identità personale, nel silenzio di una voluta abnegazione valoriale.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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