Brescia – Breve il suo servizio a Brescia, ma comunque significativo per l’avvicendarsi di quegli incarichi che hanno preceduto il suo lungo mandato come capo della Polizia, durante il “Ventennio” fascista.

Arturo Bocchini (1880–1940), prima di approdare al vertice della maggiore istituzione nazionale preposta alla pubblica sicurezza, sancito nel suo ruolo di referente apicale svolto a Roma dal 1926 al 1940, era stato prefetto di Brescia dal 31 dicembre 1922 al 15 dicembre del 1923, come primo passo di un’incalzante carriera, pure caratterizzata dalle correlate tappe iniziali relative all’analogo compito, rispettivamente interpretato, in sede prefettizia, a Bologna (1923–1925) ed a Genova (1925–1926).

Di lui si legge, fra l’altro, nel primo volume del “Dizionario del Fascismo” dell’Einaudi: “Nella città lombarda rimase un anno, impegnandosi con risultati lusinghieri nel contrastare sia il movimento degli ex combattenti filo-socialisti di Guglielmo Ghislandi (mediante il commissariamento delle amministrazioni municipali e la copertura concessa agli squadristi di Augusto Turati), sia – con qualche maggiore cautela – il Partito Popolare”.

Similmente, fra le pagine dell’opera monografica “I tentacoli dell’Ovra” di Mimmo Franzinelli, per la “Bollati Boringhieri” edizioni, è, fra l’altro, documentato che “Durante la permanenza a Brescia, nel 1923, Bocchini aveva apprezzato le capacità professionali di un impiegato della prefettura, il primo ragioniere Ernesto Gulì, dimostratosi sagace e disinvolto poliziotto nell’indagare contro l’avvocato Guglielmo Ghislandi, organizzatore e deputato degli ex combattenti bresciani poi passato coi socialisti. Lo spodestamento dell’amministrazione municipale di Breno (capoluogo della Valcamonica) valse a Gulì l’apprezzamento di Augusto Turati, nemico personale e avversario politico di Ghislandi. Il 18 settembre 1926 Bocchini trasferì il funzionario da Brescia a Roma, inserendolo nel novero dei propri collaboratori. Gulì mantenne i contatti con Turati (divenuto segretario del PNF) e diresse per un triennio la neocostituita Divisione Polizia Politica, attirandosi l’ostilità invidiosa dei più giovani colleghi, vistisi inopinatamente scavalcare da un parvenu. Il reclutamento della prima infornata di fiduciari fu deciso da Gulì d’intesa con Bocchini e Turati, passati nel volgere di un triennio da Brescia a Roma, dall’amministrazione periferica a quella centrale, con incarichi di estrema responsabilità. Gulì strutturò la rete spionistica della Divisione Polizia Politica, forte di oltre trecento fiduciari, ingaggiati singolarmente o reclutati da un capogruppo in una compagine di informatori; tra i primi organismi costituitisi, rivestirono particolarmente rilievo i gruppi Pini – Pupeschi, Donati – Volpi e la cordata di Filippo Tagliavacche”.

Il primo periodo accennato, contemporaneo all’incarico bresciano, era quello che, immediatamente successivo alla fatidica “marcia su Roma”, si rapportava all’inesorabile instaurarsi in Italia del regime fascista, attraverso quel progressivo snodo fattuale che si esplicava a fatale itinerario sincronico nei confronti dell’assestarsi di un nuovo assetto politico, pervadente l’intero profilo societario, in un tentacolare sistema dittatoriale.

carabinieri primi anni del VentennioLa pagina stessa del giornale che annunciava l’arrivo di questo rappresentante del Governo, circostanziandone, nella città di riferimento dell’allora quotidiano “La Provincia di Brescia”, la venuta, con il mandato di nuovo prefetto, il 2 gennaio 1923, pubblicava, fra l’altro, notizie del tenore “Due fascisti pugnalati a Castelletto di Leno”, ma anche, del tipo “Circolo socialista danneggiato – Tre feriti a Volta”, mentre, nella consueta trasversalità degli avvenimenti, posti anche a contestuale corollario di un variabile assortimento che, in questo caso, si era manifestato nel genere di quanto, già allora, fatti analoghi, rispetto all’attualità stretta nei suoi problematici contorni, erano descritti nei termini di “Avvelenato dalla cocaina. L’altra sera alle 20 è stato accolto all’ospedale, perchè avvelenato dalla cocaina, un viaggiatore di commercio, certo Fedeli Battista di anni 20”.

Il funzionario prefettizio, nel tempo a venire, destinato a Roma alla più alta carica in seno alla competente istituzione dove avrebbe trovato un’indiscussa affermazione pertinente, fino a tratteggiarsi quel profilo che è stato emblematicamente descritto nel libro di Domizia Carafoli, dal titolo evocativo di “Il Viceduce: storia di Arturo Bocchini capo della polizia fascista” della Mursia Editore, era stato accolto alla stazione ferroviaria di Brescia dalle autorità cittadine, fra le quali il prefetto uscente Achille De Martino, suo diretto predecessore, titolare del servizio espletato al vertice della prefettura durante i dieci mesi prima.

La stampa locale ne aveva tratteggiato quella formalità istituzionale che, della particolare circostanza, a proposito di questo sopraggiunto emissario statale, era stata messa in pagina nella versione del suo saluto ufficiale: “Nell’assumere il governo di questa nobilissima e patriottica Provincia, per la quale tenni sempre vivo in lontananza il memore affetto, faccio sicuro affidamento su quella collaborazione che tutti indistintamente, in quest’ora di rinascita, con fervida devozione e con severa disciplina, devono dare pel supremo interesse e per le rinnovate fortune della Patria che è fiaccola eterna di luce. Da parte mia assicuro che la mia opera sarà volta, con ogni passione e con piena dedizione, al bene di questa Provincia”.

Quell’anno, la Pasqua cadeva, da calendario, nella tradizionale giornata che, nella data del primo di aprile, legata alla curiosa natura goliardica di una certa consuetudine alla quale pare tuttora sia assegnata, sembra abbia lasciato strascichi di una maggiore notorietà, alle cronache bresciane di quei giorni, per la storica manifestazione che aveva sancito la fusione politica fra i nazionalisti ed i fascisti, solennizzata in una apposita cerimonia a palazzo Broletto di Brescia, lunedì 2 aprile 1923.

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Arturo Bocchini

L’intervento di Arturo Bocchini era stato divulgato da “La Sentinelle Bresciana” nell’edizione in stampa l’indomani: “E’ il compimento questo del voto che era nel cuore di ogni italiano non traviato o ottenebrato dalle torbide passioni di parte, per la maturazione di più mirabili eventi: è la riconsacrazione questa, sull’Altare della Patria, dell’offerta di tutti noi stessi spogli di ogni calcolo personale, fatta con salda ed indomita volontà all’interesse della Nazione: il monito questo a quegli uomini, sozze immagini di frode che si illudono di poter speculare su insussistenti discordie. Chi penetra e la cosa è facile, l’essenza del Nazionalismo e del Fascismo, sa che unico e sublime è il sentimento che religiosamente li anima, unico e sublime è l’intento che santamente li guida (…)”.

Se, insieme al rappresentante del Governo, un’altra nota personalità del tempo, nella figura del Console della Legione Bresciana, poi Segretario del Partito Nazionale Fascista dal 1926 al 1930, Augusto Turati, aveva personalmente avvalorato questa cerimonia bresciana di intesa politica e culturale, l’arrivo a Brescia, invece, del quadrunviro Italo Balbo, a margine della “festa del Natale di Roma”, il 21 aprile seguente, aveva costituito un appuntamento a cui anche il prefetto Bocchini non aveva potuto non essere presente, come confermava “La Sentinella Bresciana” del 23 aprile 1923: “Partito da Milano a mezzogiorno in aeroplano, pilotato dal tenente Rolandi, per recarsi a Trieste, il dott. Italo Balbo è stato costretto da un incidente di viaggio ad atterrare al campo di aviazione di Olivari di Ghedi , dove fu accolto con gran cordialità dal Comando del campo e da tutti gli ufficiali. Ricoverato nell’hangar l’apparecchio, il dott. Italo Balbo è venuto sabato nel pomeriggio a Brescia, ricevuto con affetto e deferenza dal console Augusto Turati e dal suo stato maggiore. Al caffè Maffio alle 17 gli è stato offerto un rinfresco a cui hanno partecipato anche il prefetto comm. Bocchini ed il Commissario prefettizio comm. Zanon; ed alla sera all’Albergo Brescia, gli venne offerto un banchetto con l’intervento di autorità cittadine e di ufficiali del campo di Ghedi e della Milizia Nazionale. Quindi, accompagnato da Augusto Turati, dal Prefetto Comm. Bocchini, dal Commissario Prefettizio del Comune, comm. Zanon, dal Questore, cav. Bardelloni, e da un gruppo di ufficiali della Milizia Nazionale, il dottor Italo Balbo, è intervenuto alla serata di gala al Teatro Sociale”.

Abolita d’autorità la festività civile del primo maggio, il panorama delle manifestazioni, nel corso dei giorni, capitate in capo a quella data, riguardavano, fra le altre, la commemorazione di Alessandro Manzoni, al teatro Grande di Brescia, da parte del senatore Filippo Crispolti, a proposito della quale l’ignoto cronista della sopra menzionata testata giornalistica scriveva, fra l’altro, nell’articolo pubblicato in coincidenza di questa giornata del 1923 che “Fra le autorità abbiamo notato il prefetto Comm. Bocchini”, mentre era questo pure il periodo in cui, dalle colonne tipografiche del medesimo giornale, nell’edizione di giovedì tre di maggio, si attestava uno strabiliante caso locale di una mutazione animale che, diversamente, nel tema invece alimentare di un’altra creatura commestibile presa di mira in modo esponenziale, avrebbe rappresentato, a sua volta, quell’eccezionalità nella quale gli ultimi istanti di vita dello stesso Bocchini pare siano rimasti incredibilmente avvinti, essendo che, si dice che la morte gli sia sopraggiunta a Roma, sul calar del 1940, per un’indigestione di una serie spropositata di aragoste alla quale una pantagruelica abbuffata non ha consentito deroghe alla normale misura d’assimilazione umana: “Ci scrivono da Ospitaletto 2 maggio. Mesi or sono diversi giornali si sono occupati di un pulcino nato in casa di certo Salvi, con 4 gambe, 3 ali e 2 orifizi, il quale, se gli si fossero prodigate le cure necessarie sarebbe probabilmente sopravvissuto. Ma figuratevi che il Salvi, per la consolazione, lo portava in tasca a mostrare per gli esercizi. La bestia però sopravvisse per qualche tempo e ci fu qualcuno che, dopo morto, si prese la cura di farlo imbalsamare da persona dell’arte e tutt’oggi si trova ad Ospitaletto. Fu anche fotografato dal nostro egregio Marini e spedita copia alla Domenica del Corriere, alla Tribuna Illustrata e alla Illustrazione del Popolo. Il fenomeno è certamente di un qualche interesse poiché di esso si sono occupati parecchi quotidiani, ciò che fa meraviglia che nessuno dei periodici abbia riprodotta la fotografia ed in questo, forse, potrebbe avere colpa la posta (…)”.