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Cremona. Per diciotto mesi Alec Von Bargen si è recato in ventitré missioni Médecins Sans Frontières (MSF, Medici Senza Frontiere) in dieci Paesi, documentando la vita nel dispiegarsi di conflitti globali. Lì è nato il progetto SO.LIL.O.QUY: fotografie, interviste, registrazioni e video esposti al Museo del Violino dal 28 settembre al 6 gennaio.

Nato a New York City, Alec Von Bargen è una sorta di antropologo sociale. Cattura istanze estetiche che risuonano vere con i loro contesti storici, politici e sociali. Usa le attrezzature più basiche per creare le sue immagini, video, murali e installazioni. Sebbene la sua ricerca sia meticolosa, non prepara, pre-produce, illumina o organizza i suoi scatti. Tutto nasce dell’immediatezza dell’emozione.

L’opera destabilizza le nozioni tradizionali di conoscenza e rappresentazione all’interno di culture e metodologie visive, presenti in entrambi campi dell’arte e dell’antropologia, portandole a sintesi in una nuova visione sistemica cui afferiscono sensibilità e percezioni sinestetiche. L’artista trasfonde in questo lavoro un contributo profondo di umanità più che modi politicamente corretti di essere auto-riflessivi riguardo al soggetto e agli oggetti umani. Lo sguardo di Von Bargen espande infatti la nozione di cosa significhi essere umano, suscitare eticamente empatia e creare un discorso di guarigione anziché ridurlo.

In ogni iterazione con i visitatori e lo spazio espositivo SO.LIL.O.QUY campisce e sostanzia atmosfere paradossalmente durature e vestigia della memoria, dove tracce esse stesse generate da dettagli o frammenti sintetizzano la possibilità simultanea del conosciuto e dell’ignoto, del visibile e dell’invisibile, della presenza e dell’assenza, giacché contengono nei loro racconti i fili e le conoscenze che la realtà non è più lì, ma si è trasformata in dialoghi e voci potenti e visibili.

In questo percorso l’autore avvicina ed esplora l’assoluta perfezione dell’umanità nonostante la sofferenza e condivide con forza le emozioni crude all’interno di ogni opera. È un’intenzione espressa già nel titolo e nelle basi concettuali per questa antologia “SO.LIL.O.QUY – afferma Alec Von Bargen – è quando un personaggio parla a voce alta, a se stesso, al proprio conflitto, spesso alla ricerca di una soluzione. Questo è quello che volevo ottenere. Sono stato un narratore per tutta la mia vita e con questa serie voglio raccontare una storia attraverso installazioni, video, brani audio e immagini”.

Un teatro vissuto dove il palcoscenico e i suoi attori condividono la loro, a volte non detta, voce, capacità di recupero, gratitudine e umanità, per quanto fragili. Noi diventiamo loro e siamo avvolti come testimoni nel lavoro degli artisti, in una guarigione. Queste narrazioni di resilienza, di forza e determinazione dell’individuo e della collettività per superare questi conflitti, sono portate alla ribalta in queste opere e rivelano generosamente la bellezza dell’umanità.

Osserva Nikos Papastergiadis, professore alla Scuola di cultura e comunicazione, Università di Melbourne, Australia: “In un momento in cui il discorso politico sulla migrazione si allontana sempre più dalle prospettive umanitarie e si consolida in forme sempre più ristrette di interesse personale nazionalista, è rinfrescante vedere come le nuove visioni di interconnessione globale siano lanciate dagli artisti. … nuovi paradigmi per comprendere la relazione tra storie di rifugiati e arte contemporanea. Ha un approccio interdisciplinare e uno scopo globale che catturerà sicuramente l’attenzione “.

“Le opere di SO.LIL.O.QUY nel complesso – scrive l’artista ed accademico Lynne Roberts-Goodwin – ci ricordano che i ritratti sono più di un semplice volto e che i campi visivi, i paesaggi, privi del corpo umano, contengono la traccia e la presenza della società e la sua dislocazione. L’abilità di Von Bargen di catturare lo spirito, le tradizioni, la cultura e la realtà di un individuo all’interno di queste opere è fonte di ispirazione e invita ognuno di noi a esplorare l’umanità attraverso l’obiettivo, stimolando l’approfondimento sui principali eventi mondiali, conflitti razziali e la realtà globale di spostamenti in massa”.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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