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Una dozzina d’anni di ricovero ospedaliero.
I tempi di una così lunga permanenza, come paziente tra le corsie dell’Ospedale Civile di Brescia, si intersecavano con quelli di una tormentata vicenda umana, osservata alla luce di quei giorni della fine dell’anno 1908, durante i quali, i contorni che ne tratteggiavano lo stato di necessità, erano stati evidenziati all’attenzione generale, grazie alle parole usate dall’allora quotidiano locale “La Sentinella Bresciana” del 15 dicembre.

Tra le indicazioni, pure in stampa, esplicitamente riconducibili ad alcune rispettive professionalità medico-specialistiche, fra le quali, quella circostanziata a Milano “in via San Damiano 32” del “dott. Giuseppe Dè Orchi, specialista per le malattie della gola, naso ed orecchio” e quella, invece, a Brescia, del “Gabinetto Dentistico Americano del dottor Bono Cornetti delle cliniche di Zurigo, Chicago e Philadelfia”, aperto nel palazzo del “Credito Agrario” nell’attuale piazza Paolo VI, a quel tempo, “piazza Duomo”, l’impronta ultradecennale, notata a carico di una degenza eccezionale, era stata sviluppata nella notizia dal titolo “Una giovinetta inferma degente all’Ospitale da dodici anni”.

Il cronista che, insieme alla curiosità del suo scritto non affidava, unitamente all’insolito contenuto messo in pagina, la propria firma, era stato ispirato dalla realtà presa in considerazione, a margine di un aspetto inerente l’erogazione dei servizi sanitari da parte dell’ospedale cittadino di maggior rilievo, nel modo in cui tali prerogative parevano fossero sperimentate in un caso limite che assumeva aspetti del tutto particolari: “Dodici anni or sono, abbandonata prima dalla madre e non molto tempo dopo anche dal padre, amendue misteriosamente scomparsi da Brescia, veniva trasportata al Civico Ospitale, perchè malaticcia e tisicuccia, una povera bambina che contava allora soltanto due anni. Una carie roditrice delle ossa, andava lentamente distruggendo quel corpicino, già così malandato e la morte non sarebbe tardata a sopraggiungere se i medici, commossi, dal pietosissimo caso, non fossero andati a gara nel rallentare, per quanto era possibile, la rapida marcia del male. In seguito alle molteplici operazioni subite, l’infelice ragazzina dovette perdere delle dita alle mani ed ai piedi; fu però sempre calma e paziente, benchè continuamente tormentata da indicibili sofferenze. Nella sala n. 21, dov’è ricoverata, nessuno conosce il suo cognome e tutti la chiamano Pinì, tutti le vogliono bene, tutti la circondano delle più amorevoli cure. Ora, ha raggiunto i quattordici anni circa e si è fatta abbastanza grandicella. Non molto tempo fa, una suora approfittando di una bella giornata in cui la Pinì si sentiva meglio e più sollevata del solito, chiese ed ottenne il permesso di accompagnarla un pò fuori, sicura che un pò di moto e di aria pura le avrebbero giovato. Di mano in mano che s’andava allontanando dall’Ospitale, la ragazza spalancava gli occhi come trasognata nel vedere tante e tante cose che, durante la sua lunghissima permanenza nell’Ospitale, non poteva certo, anche lontanamente, aver immaginato. Ma la sua sorpresa, anzi il suo spavento, giunsero al colmo quando vide sopraggiungere e passarle a breve distanza un carrozzone del tram elettrico. La poveretta che non sapeva spiegarsi come mai quella vettura potesse correre così veloce senza che alcun cavallo la trascinasse, rimase strabiliata e stringendosi al braccio della buona suora, la pregò di riaccompagnarla subito all’Ospitale, là dove ormai esiste il suo unico piccolo mondo”.

Ospedale, come luogo sicuro per chi vi appurava quotidianamente le proprietà di un rassicurante riparo dove poter personalmente sperimentare, fra l’altro, la percezione di un argine verso le debolezze della propria infermità, quale dato di fatto, che, in un altro ambito, fatte le debite distinzioni, sembra che sia emerso, nella constatazione di un analogo concetto, nel modo in cui è stato ribadito, secondo un supremo valore, riaffermato a fronte di un notevole incendio, scaturito ai danni della medesima sede ospedaliera bresciana, quando, “i militari dell’Imperial Reggimento Duka”, fanteria asburgica di presidio a Brescia, erano intervenuti per dare il proprio contributo ed, ispirati alla natura delle finalità affidate alle struttura ospedaliera, avevano concorso al suo spegnimento, come nel “Giornale della Provincia Bresciana” del lontano 23 aprile 1819, si precisava, nel sottolineare l’importanza sociale di questa antica istituzione ricettiva di utilità pubblica: “(…) si distinsero in questa circostanza i militari dell’I.R. reggimento Duka, ch’è di presidio in Brescia, i quali al primo segnale accorsero sul luogo, ed affrontando pericoli, e non considerando nè fatica nè disagio, trasportarono fra le proprie braccia i malati in un luogo sicuro e cooperarono, poscia, a preservare l’ospedale stesso. La sollecitudine, lo zelo e la filantropia di questi militari, destarono il più vivo sentimento di riconoscenza nell’animo degli individui componenti il corpo municipale di questa città, che offersero loro cinquecento franchi, i quali vennero dei detti prodi militari ricusati, coll’istanza che fossero ripartiti fra gli infermi dell’ospedale stesso, all’atto della loro uscita, e in proporzione dei loro bisogni, chiamandosi bastemente paghi per essersi adoperati in vantaggio dei loro simili. (…)”

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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