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“Una foresta in miniatura” pare si distribuisse sul profilo disteso fra gli spazi diradati lungo la periferia della città di Brescia, in quell’ultimo scorcio dell’anno 1932, durante il quale, venerdì 18 novembre, l’unico quotidiano di stampo locale, allora presente sul panorama editoriale, ne diffondeva la notizia: oggi curiosità legata al passato, ma attestazione tuttora attuale nella promozione della cultura ecologica ed ambientale.

Il giornale, pubblicato con la testata di inequivocabile localizzazione peculiare, enunciata nei termini de “Il Popolo di Brescia” informava i propri lettori circa la presenza, tra i sobborghi cittadini, situati a pianeggiante planimetria di due ettari ubicati ai piedi delle pendici dei Ronchi, di un vivaio denominato Bredina.

Lungi da una attività meramente commerciale, l’iniziativa esprimeva una chiara e perdurante rivendicazione istituzionale, in quanto realizzata dalla locale compagine della Milizia Nazionale Forestale, emanazione della fascista Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, per dare corso ad un progetto ispirato ad una visione di valorizzazione delle risorse naturali, paesaggisticamente intese nelle varie realtà italiane che al cronista del quotidiano ispiravano, fra l’altro, lo scrivere: “La passione e la fede di questi soldati, che il Governo nazionale ha creato a presidio e a tutela del patrimonio forestale, uniti alla dottrina scientifica e alla esperienza teorica, assicura sulla vittoria completa nella lotta per la bonifica montana. Si può dire senza ombra di enfasi che essi riusciranno a ridare alle pendici isolate i boschi divelti barbaramente, a ricostituire e rinsanguare quelli estremamente deteriorati: le montagne oggi denudate, ridotte spesso ad aride schiene di pietra, presto rivenderanno e le nascenti selve ne coroneranno la bellezza”.

Mentre la medesima pagina dell’organo d’informazione bresciano recava pure pubblica notorietà alle proiezioni cinematografiche previste a Brescia sia del film “Shangai Express, parlato in italiano con Marlene Dietrich”, al Grande, che della pellicola “Cercasi modella, parlato e cantato in italiano con Elsa Merlini”, atteso al cinema Magenta, una venatura di verde ecologia si diffondeva nell’atmosfera autunnale emanata da quei giorni sopraggiunti, nel bel mezzo di novembre, che erano descritti dalla cronaca giornalistica pubblicata.

Nell’ambito dell’estensione vivaistica osservata “ai piedi dei Ronchi di Porta Trento, sulla strada che dalla Pusterla porta a Mompiano”, si prendeva atto delle attività in corso d’opera, attraverso quegli interventi sul campo che si specchiavano nella ravvisata descrizione desunta da una concreta considerazione d’insieme, proiettata anche nell’arco generale delle operazioni solitamente intraprese “ferve il lavoro di escavazione delle piantine che, data la delicata natura della loro specie abbisognano di cure particolari da parte della maestranza addetta che deve essere composta di operai specializzati. Del resto la lavorazione e la preparazione del terreno, la semina e gli sviluppi successivi richiedono non comuni attenzioni: le pianticene hanno bisogno di ripari contro il gelo e la siccità, per cui si proteggono con frasche e si innaffiano anche due volte al giorno se il tempo è secco o ventoso; di sarchiature che servono a levare le male erbe e concorrono a mantenere fresco il terreno; di diradamenti e di tutela contro gli insetti e i parassiti, mentre in seguito, la stagione più indicata per questa operazione, è la primavera, avviene il trapianto”.

Nel bilancio che in quell’epoca, nella quale anche la realizzazione, nel cuore della città, di piazza della Vittoria trovava conclamata inaugurazione, si poteva già ascrivere agli operatori del settore forestale la stima, allora presunta, di circa ottocentomila piantine, messe a dimora in svariate località bresciane, per la riuscita del rimboschimento attuato nel periodo compreso dall’inizio dell’impegno dei “Forestali della Coorte di Brescia”, fino alla data di stampa del quotidiano sopra accennato.

Molto prima degli attuali provvedimenti a favore dell’ambiente, a volte pure sottintendenti la riscoperta di alcune attrattive naturali latenti, nel territorio bresciano pare ci si fosse organizzati con alcuni vivai atti “alla preparazione di materiale sano e robusto tale che arrivi sul luogo del rimboschimento nelle migliori condizioni”, confacenti ad un riuscito attecchimento delle radici, suggenti la vita che vi scorre fino al suo riverbero nel lucente fogliame.

Queste aree, particolarmente consacrate alla religione profana di una natura vivente, sposata con quella umana trascendente, erano citate in una certa numerica proporzione, pure coniugata alla rispettiva e fattiva loro ubicazione: “una dozzina sono quelli più notevoli disseminati nelle vallate: citiamo quelli di Vione, di Borno, quello di “Pra scondit”, in Comune di Limone, il “Gisuai” in Comune di Gardone Val Trompia, quelli di Tremosine e di Tignale; non sono molto estesi, essi però crescono continuamente in relazione ai bisogni aumentati della zona nel quadro della bonifica integrale”.

Due erano le principali caratteristiche ricorrenti in questi vivai che tappezzavano, con macchie distinte di minute arborescenze dalle plurime essenze, alcune aree, distribuite come pezzature messe a mosaico nel tessuto territoriale di una variopinta provincia di laghi e di pianure, ai piedi di declivi montuosi e collinari: “il semenzaio, ossia il luogo ove le piantine si fanno nascere, e il piantonaio, cioè quello ove si trapiantano per far loro raggiungere maggiori dimensioni”.

In un periodo, privo della rigurgitante plastica attuale, erano utilizzati, nella forma di un materiale di base, i vasetti di terracotta o i barattoli in latta per il trapianto delle esili piantine prodotte da semenzaio che, oltretutto sembra favorissero un interessante risultato nell’ottica del “vantaggio che non occorre levare la piantina dal barattolo, poiché la latta, dopo due o tre anni, si decompone completamente, per cui si può porre a dimora il barattolo con la piantina”.

Il vivaio Bredina che, nella sub urbe bresciana attirava l’allora attenzione dei contemporanei nel suo profilarsi a riuscita tendenza di utile e promossa contingenza a favore dell’ambiente, era volto ad oriente, come sbocco confacente ad ornare con le sue piantine la sponda Occidentale Gardesana, mentre altri interventi di apprezzato rimboschimento erano, al tempo stesso, individuati per rinverdire le alture gibbose della Maddalena, del Monte Orfano, del Monte San Rocco e San Bartolomeo.

“In accordo con le direttive della stazione sperimentale di Firenze”, i tecnici della “milizia forestale”, attivi a Brescia, all’inizio degli anni Trenta del Novecento di ormai incanutita e sopravvivente memoria, affrescavano il paesaggio locale con alcune compatibili specie arboree oculatamente commiste.

Il campo d’azione di una pulita iniziativa di generale abbellimento estetico, senza l’artifizio inerte di un impianto artificiale scenico, si sviluppava fra le tipicità ambientali di quell’ecosistema naturale di cui anche oggi una certa sensibilità “verde” e non più nella camicia nera del periodo in questione, non stupirebbe alcuno se assecondasse la scelta di adornare il Garda ed il Sebino con i cipressi e con i cedri del Libano che, nelle brune e medie alture del territorio, connotavano invece analoghi interventi con i pioppi, i lecci, i faggi ed i larici.

La strategia di una piantumazione che modulasse le pianticelle con i passi compiuti nel circostante territorio, proseguiva fino a salire in alto, fra le più erte pendici montuose, nei termini contraddistinguenti la preferenza per i pini di varie specie, per l’abete bianco e per l’abete rosso, forse da quei giorni, ancora svettanti fra il vento della storia, nei loro pinnacoli che ciondolano fra l’oggi ed il domani, fra l’al di qua e l’aldilà, a seguire il verso dell’umana animosità.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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