Questa da raccontare è una storia vera. Nei tempi nostri non è facile narrare di fatti “belli”, che curano ferite e in un qualche modo fanno bene all’animo: qui si parla della transumanza di 48 vacche da latte dal Trentino ai cascinali della Bosnia, ancora segnati dalla guerra.000_7442

Il palcoscenico è l’altopiano di Sućeska – Srebrenica, la scenografia i casolari abbandonati durante la guerra, le quinte le montagne della Bosnia, mute testimoni degli orrori della “pulizia etnica”. Gli attori: le genti trentine della Val Rendena e quelle di Srebrenica, Roberta Biagiarelli e Gianni Rigoni Stern, figlio di Mario del “Sergente nella Neve”, che di storie vere ne ha scritte tante.

Tutto ha inizio poco più di un paio di anni fa, seduti al tavolo davanti a un buon bicchiere di vino a casa del Grande Vecchio, come chiamavano Mario Rigoni Stern, c’è il figlio Gianni, laureato in scienze forestali in pensione, Roberta Biagiarelli, attrice teatrale, regista e scrittrice, nota per il monologo “A come Srebrenica” e Paolo Rumiz, scrittore e giornalista. Si parla di Srebrenica, di pulizia etnica, di genocidi, argomenti che fanno venire brividi, segni di una guerra che ha lasciato dolori, ferite aperte, vedove e povertà da terzo mondo.

Nel tessere il monologo teatrale “A come Srebrenica”, seguito dal documentario “Souvenir Srebrenica”, Roberta Biagiarelli ha orbitato per una dozzina d’anni intorno a quei luoghi, sino all’ideazione e alla realizzazione, come responsabile, del “Progetto pilota a sostegno della Comunicazione per lo sviluppo sociale e culturale in Bosnia Erzegovina”, svolto grazie alla Cooperazione italiana in BiH. Un progetto di rivitalizzazione culturale destinato alle aree di Srebrenica e Bratunac, che Roberta ha coordinato da gennaio 2009 a marzo 2010.vacche bosnia 2

In questo lungo tempo ho incontrato decine, centinaia di persone che mi si propongono spesso come volontari “per fare qualcosa lì, a Srebrenica… dove vai sempre…”- racconta Roberta Biagiarelli – ma due anni fa ad Asiago ho conosciuto un volontario speciale, un uomo straordinario, un montanaro di razza: Gianbattista Rigoni Stern, detto Gianni. Gli ho raccontato della “mia” Srebrenica e dei suoi dintorni, ho intuito che potevamo architettare qualcosa insieme–.

Gianni Rigoni ha messo piede per la prima volta in quei luoghi remoti nell’estate 2009, e praticamente, come succede a molti, non se ne è più andato – Gli avevo proposto: vieni a potare gli alberi nei giardini delle donne a Srebrenica– ricorda Roberta -. Dopo un primo sguardo sulla cittadina, la risposta che mi ha dato è stata categorica: “Xè una monada!”. Ha cominciato a concentrare tutta la sua esperienza e le sue attenzioni sull’Altopiano di Sućeska, 800 metri di altitudine, a poco più di 10 chilometri dal centro di Srebrenica. La prima cosa che ha fatto è stato censire e conoscere Sućeska, contrada per contrada, pezzo dopo pezzo. L’ha fatto nel modo più umano e naturale: è entrato nelle case delle persone -.

I sopravvissuti, per la maggior parte vedove e orfani, erano tornati a popolare i casolari, abbandonati dall’inizio della guerra sino al 2000, a far rivivere la terra che custodisce quel che resta di mariti e padri. Una comunità, quella di Sućeska, dove spesso i capifamiglia sono donne vedove, anziani o ragazzi molto giovani che praticano un’agricoltura di autoconsumo e sognano di andare a vivere altrove. Nell’area, la pulizia etnica ha eliminato circa l’85% della popolazione maschile e si è portata via, oltre alla vita di migliaia di civili, le stalle, i pascoli e il sapere dei padri.vacche bosnia

Buon sangue non mente: Gianni Rigoni Stern un anno dopo ha già realizzato l’idea e il progetto, con concretezza e temperamento da montanaro, schivo ma deciso, e con l’aiuto della Provincia Autonoma di Trento. 48 vacche della Val Rendena sono state donate alle vedove di Sućeska, il villaggio di contadini che ai muri delle “case senza intonaco”, come racconta Gianni, ” hanno appeso le foto dei mariti e figli dilaniati dallo sterminio”.

“Il 1° dicembre 2010 nevicava. Siamo andati in Val Rendena, a Caderzone (TN), a ritirare gli animali dagli allevatori trentini: 48 manze e manzette di età compresa tra i 12 e i 24 mesi, alcune già gravide, le altre da ingravidare. Alcuni allevatori, soprattutto quelli con le stalle più piccole, avevano quasi le lacrime agli occhi…”.

Le mucche sono state consegnate nel dicembre scorso, qualche giorno prima di Natale, assegnate per sorteggio a una cinquantina di persone che avevano partecipato al corso tenuto da Gianni per trasmettere le tecniche base del coltivare e dell’allevare, con l’obbligo di non rivenderle né macellarle per almeno cinque anni. Uomini e donne accorrevano dalle contrade più disperse, facevano anche un’ora di strada a piedi per raggiungere il Centro giovanile di Sućeska, unico luogo di incontro collettivo della zona oltre alla moschea. La condizione posta da Rigoni è stata categorica: solo chi aveva frequentato il corso per intero avrebbe avuto diritto a ricevere in dono una vacca.

In tarda primavera, il 26 maggio del 2011, mentre le mucche si adattavano ai nuovi pascoli, i giornali battevano la notizia dell’arresto di Ratko Mladic: dopo sedici anni di latitanza riesumava ancora incubi sull’altipiano.

Ma torniamo indietro di pochi anni, che paiono secoli tanto sono lontani dai giorni nostri. E’ l’estate del 1995 quando le truppe del comandante dell’armata serbo-bosniaca Ratko Mladic entrano a Srebrenica. A Mladic non basta la conquista della città, una delle ‘zone protette’ dall’ONU. Nei giorni successivi seguono deportazioni, stupri, mutilazioni, esecuzioni di civili, uomini sepolti vivi. Con l’aiuto delle “tigri di Arkan”, gruppo paramilitare al comando di Željko Ražnatović, un’orda di belve che ha lasciato impronte di sangue nel conflitto, massacra migliaia di musulmani bosniaci: 8.372 vittime, secondo fonti ufficiali, un’intera generazione. Madri e loro figlie sono state stuprate, in molte la violenza è cresciuta nel loro grembo, mesi dopo hanno partorito i “figli dell’odio”.

Pulizia etnica, fatti tra i più orribili e controversi della storia recente: è il male del male che chiude il secolo di Auschwitz, delle foibe e dei gulag. Si dice che chi è sopravvissuto a Srebrenica non può dire di avere sentimenti in corpo, e che chi non l’ha conosciuta non può dire di aver visto la guerra in Bosnia.

 La transumanza rammenta qualcosa di leggendario, ma la via dei tratturi che porta 48 mucche dal Trentino alla Bosnia segue il sentiero della solidarietà tra uomini e donne. E’ il riscatto di una comunità, è la rinascita dei figli della guerra che devono riprendere il dialogo con la terra, per poter coltivare e allevare, riprendersi l’eredità del sapere e del lavoro lasciato incompiuto da una generazione perduta.

Il racconto continua, Gianni da un paio d’anni fa la spola dall’altipiano di Asiago a quello di Srebrenica; a Sućeska lo conoscono anche le pietre. Ora servono trattori, anche usati, per sostituire quelli bruciati o rubati, e macchinari per dissodare la terra e tagliare il fieno; la costruzione di un piccolo caseificio; un mastro casaro che possa trasmettere la sua esperienza e la sua conoscenza per fare formaggi, senza dover portare il latte, come avviene ora, a un centinaio di chilometri di distanza. Serve portare questa storia a conoscenza di molti, perché è una bella storia.

Roberta Biagiarelli ha filmato tutto e lo ha trasformato in un “road movie sulla transumanza della pace” per raccontare questa impresa di solidarietà. Gianni Rigoni Stern ha dedicato tempo, energie ed esperienza a popolazioni geograficamente vicine a noi che hanno vissuto le atrocità della guerra e l’efferatezza del genocidio: per sottolineare, con le parole di Mario Rigoni Stren, che “siamo tutti compaesani”. Con l’auspicio di poter portare a Sućeska alcuni allevatori rendenari trentini per rinsaldare quel legame di solidarietà tra comunità che può dare sostenibilità futura all’iniziativa.

E’ il racconto di una favola- conclude Roberta Biagiarelli – Un racconto che ha il respiro e i sapori di una fiaba, che lega valori ancestrali e si contrappone alla barbarie e all’immiserimento. Una favola fatta di montagne, mucche, genti e cuori pulsanti…Un’azione di solidarietà esemplare ed incisiva che inizia dalla volontà di porre rimedio in modo concreto ai danni lasciati sul campo dalla guerra, per ricostruire, almeno in piccola parte, le condizioni di una ripresa e di una prospettiva sul futuro agricolo della comunità bosniaca ancora in grande difficoltà, a quindici anni dalla fine della guerra.

Questo al momento è il mio sforzo creativo per comunicare un teatro necessario, accanto ad un mondo che sussulta, si sfalda, si inquina, accanto ad un mare di ipocrisia, ottusità, miopia, inedia, mancanza di futuro. Voglio raccontare e far risuonare la testimonianza di un’azione che va in controtendenza, che va incontro alla costruzione di un “nuovo umanesimo”. Per questo stiamo lavorando. –

Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.