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Jesi, Ancona. “Memorie in Cammino” ha fatto rotta sul bordo delle coste marchigiane, in una mattinata di nebbia salmastra che sale dal mare addormentato e si insinua tra i colli “De solar claritade et virtù eccellentissime”, come diceva il buon frate del Verdicchio.jesi 9

Jesi è più in su, protetta ancora dalle trecentesca mura, che cingono il centro storico dei palazzi gentilizi, di piazze ove nacque Federico II, ma Cesare, classe 1922, ci aspetta nel quartiere popolare. Case schiarate in vie parallele e una stazione anonima, racconto di vita essenziale della classe operaia che nel dopoguerra si è permessa un tetto e quattro mura, senza badare all’architettura, ma solo a scrollarsi di dosso la miseria e gli orrori della guerra. Fuori c’è la nebbia che cavalca silente le verdi colline che s’ingobbano come onde, offrendo i fianchi ai filari d’uva del Verdicchio. Quando c’è il sole sulle alture da una parte scorgi i Sibillini, e dall’altra respiri salsedine che sale dall’acquattato Adriatico.

Ma oggi c’è la nebbia, densa come mosto, unta. Cesare arriva lento, bastone in una mano e nell’altra una busta di plastica, un poco di verdura e pane, e ti par che trascini l’odore della minestra riscaldata sulla stufa. Invece trascina sulle spalle il fardello della memoria, più pesante degli anni.jesi 8

20 giugno del 1944 nella campagne di Montecappone, alle spalle di Jesi, sette ragazzi vengono trucidati dalla rabbia nazi-fascista. Un’altra volta setta, come i fratelli Cervi… Cesare c’era, era lì!

Apre la porta della sede del partito, che lamenta un cigolio appesantita da cartelloni elettorali scaduti, annunci di assemblee, adesivi di partiti che hanno cambiato nome. Fuori c’è l’ultimo emblema, ma dentro è rimasta uguale, con l’essenzialità degli anni del dopoguerra, quando si incontravano i partigiani a sognare una nuova Italia. Un tavolo e sedie spaiate una diversa dall’altra, una vecchia scrivania, un mobiletto basso riadattato a libreria, lavandino e turca in una strettoia ricavata in fondo. Sui muri che implorano pittura Togliatti, Lenin, Marx e Che Guevara si guardano, non li ha tolti nessuno.IMG_3409

Oggi esiste un problema di relazione tra Storia e Memoria, quella consegnata ai libri, al pari di altri avvenimenti del passato, da studiare come un qualsiasi altro capitolo di un libro scolastico, con il rischio di renderne distante il significato e la ragione vera. Pochi testimoni sono rimasti a raccontarci la loro esperienza; a Jesi è rimasto solo Cesare.

Quello che accadde il 20 giugno 1944 è ancora vivo nel ricordo di Cesare ed è rievocato in maniera lucida e limpida dallo storico locale e giornalista Giuseppe Luconi nel suo libro “L’anno più lungo”.
“Sono all’incirca le sette di sera: in via Roma, all’altezza dell’edicola del Crocefisso, una trentina di giovani sono seduti avanti casa e discutono sui fatti del giorno. Improvvisamente arrivano tedeschi e fascisti, i quali, dopo aver bloccato gli accessi della via, obbligano i giovani a mettersi in fila e ad incamminarsi verso la villa Armarmi, in contrada Montecappone.
Si pensa ad una delle solite retate di uomini di lavoro, ma non è così.
Giunti alla villa, i giovani vengono rinchiusi nella brigata del colono Massacci, perquisiti, minacciati, bastonati e rimessi in libertà: tutti, meno sette, che una spia di Fabriano (una donna?) qualifica come partigiani.IMG_3455

–  Erano solo ragazzi, amici miei, a due piaceva cantare. Cantavano e certe sere se non c’era il coprifuoco s’andava per balere. Cantavamo, io suonavo l’armonica. Il paese era vuoto la gioventù era stata risucchiata dalla guerra, la tradotta se n’era andata lenta, ma l’artiglio della guerra è stato veloce e feroce. –

Contro questi sette si accanisce la rabbia nazifascista. Vengono seviziati e torturati a lungo: da lontano si odono le loro grida di dolore e di implorazione. Riconosciuti come partigiani, vengono condannati a morte, senza processo. Agli abitanti della villa e della casa colonica sono impartiti ordini perentori: “Nessuno esca ed ogni porta e finestra sia serrata!”.

Quando i sette vengono spinti in un vallone a circa duecento metri dalla villa, sono irriconoscibili per le violenze subìte. Poi il tragico epilogo: “una scarica di mitraglia ed i corpi cadono dalla ripa, rotolando. Qualcuno si contorce, tra gli spasimi estremi chiama la mamma, invoca Iddio”. Allora vengono finiti “coi pugnali, coi calci dei fucili: negli orecchi, negli occhi, sui petti”. Più tardi, la sera, parenti e amici, saliti sul posto, provvedono alla loro sepoltura. Qualche mese dopo i resti mortali saranno solennemente trasferiti nel Famedio; sul posto sarà collocata una lapide. Dei sette fucilati, cinque sono jesini: Armando e Luigi Angeloni muratori, rispettivamente di 25 e 18 anni, Francesco Cecchi e Alfredo Santinelli, apprendisti, diciottenni, e Mario Saveri di 23 anni meccanico. Avevano aderito ai Gap di via Roma. Gli altri due sono Enzo Carboni di S. Eufemia di Aspromonte (Reggio Calabria) e Calogero Grasceffo di Agrigento, entrambi ventenni ed entrambi carabinieri”.IMG_3437

Un’altra volta sette, come i fratelli Cervi…

Era una mattina chiara, c’era il sole il martedì 20 giugno del 1944. Cesare era salito con un camioncino tra le colline. Da lassù a volte vedi il mare, ma quella mattina la terra gridava. Il sole era eclissato dal cupo terrore delle camicie nere!

– Non ha mai smesso di gridare la terra, la sento ancora oggi. Dopo tanti anni – dobbiamo aspettare, le lacrime rompono il racconto, segnano il viso di Cesare già segnato dal tempo. Il silenzio è di piombo – la sento ancora la voce di Palmina, chiama disperata: “presto, viè a vedè, è stati ammazzati tutti!”- s’arresta ancora la voce, mette la mano nella tasca, toglie il fazzoletto e s’asciuga le lacrime. Un gesto mite che rende meno duro il momento.

–  Non ne sono stato capace, il mio corpo sembrava di pietra, non riuscivo a muovermi. Guardai Palmina ricomporre quel che restava dei miei amici. Non mi è stato possibile dimenticare, non si può. La memoria è rimasta intatta mentre il mio corpo invecchiava, i miei occhi oggi fan fatica a leggere e questo è il mio unico rammarico della vecchiaia, ma piangono ancora. Ogni giorno.-IMG_3425

Torna verso casa Cesare, trascina lento la sua saggezza. Bastone in una mano e nell’altra la busta per il pranzo. Mentre lo osservo allontanarsi sento forte il peso del suo dolore. Poi saliamo lassù, tra verdi pascoli ondulati, filari di vino e argentati ulivi a macchia sulle colline, qualche casolare isolato. A lato della stretta strada dei gradini tagliano la scarpata dov’erano rotolati i corpi. Il grido è ancora là, nelle statue abbracciate, contorte, con le bocche spalancate e gli occhi sbarrati. Urla pietrificate nel bronzo. Sette nomi che non si scorderanno.

Un’altra volta sette, come i fratelli Cervi…

Una grande quercia fa loro ombra, ne custodisce l’eterno ricordo, lancia un monito con le fronde, perché non accada mai più. Lei c’era la mattina del 20 giugno del ’44, le sue radici hanno asciugato il sangue. Nessuno dovrà dimenticare, la memoria è futuro. Mentre i nomi di chi li ha trucidati sono seppelliti nel nulla, dimenticati dalla storia, scomparsi dalla memoria.

La guerra non ha codici d’onore, meno ancora quella civile, ma l’accanimento feroce, brutale è una volgare malvagità, è la maledizione di Caino che si ritorce contro se stessi. Non c’era il nemico in quei sette ragazzi, chi li ha trucidati, fatti a pezzi era nemico di se stesso. In quel gesto disumano c’era la rabbia dei perdenti, della razza Ariana che voleva dominare il mondo nei secoli a venire, invece s’era deteriorata in una manciata di mesi. La mattina del 20 giugno del 1944 facevano a pezzi i loro alienati ideali razzisti: come in gran parte degli eccidi efferati di quegli anni bui, scuri, neri come le loro camicie.

Sono stati tanti, troppa gioventù finita sotto terra, qualcuno vorrebbe rivedere la storia, contorcerla, riscriverla, ma finché rimarrà viva la memoria sarà impossibile. Quei sette ragazzi sono “Partigiani” oggi più di ieri, e lottano per la nostra futura libertà con i loro nomi, insieme a tanti altri nomi sparsi in tutta l’Italia dei 150 anni di unità. Come sta facendo ora la memoria dei sette fratelli Cervi.

 

 

 

 

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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