Brescia – Se, per quanto riguarda Gabriele D’Annunzio (1863–1938) il 2013 coincide con il centocinquantesimo anniversario dalla sua nascita, è altrettanto vero che il 12 marzo rappresenti quella data che ne circostanzia temporalmente l’abbondantemente ultracentenaria ricorrenza.

Prima che tre mezzi secoli allontanino dal compleanno dannunziano l’epoca contemporanea, con il fatale andare del tempo, “Il Giornale di Brescia” di domenica 7 ottobre 1951 interveniva in merito ad una fra le innumerevoli questioni inerenti la sopravvivente figura storica di Gabriele D’Annunzio, tra gli spazi letterari dell’acculturata terza pagina, pubblicata in quel giorno memore della vittoria cristiana sui Turchi a Lepanto nel 1571, dettagliando una serie di considerazioni legate alla ventilata progettualità di una “Università Dannunziana”.

Due colonne tipografiche ricorrenti nella seriale proposta di una rubrica letteraria intellettuale, sono bastate in quell’edizione di stampa, per dare senso compiuto ad una specifica valutazione che, a firma di “Valenti”, sono tuttora valide per un’attenzione utile ad illuminare gli aspetti di una argomentata interpretazione circa il periplo compiuto da quei giorni attorno al poeta per quello che appariva come un progetto in fase di attuazione.

Da un lato chi, rifacendosi a D’Annunzio coltivava il proposito di istituire una scuola d’eccellenza e di peculiare attinenza alla versatile ed eclettica prominenza culturale celebrata fra le gesta, sia letterarie che di azione, che sono, per altro, tuttora, corrispondenti alla consistenza di quanto era diffusamente tramandato da ciò che poteva essere documentato a proposito della vita del noto poeta d’origine abruzzese.

D’altro canto colui che, nel redigere invece il citato articolo, di questa intenzione ne metteva in luce la controversa attribuzione circa i termini attraverso i quali l’idea annunciata si profilava nel prospettato paradigma formativo improntato ad una curiosa ispirazione.

Orbene, codesta Università Dannunziana, visto come nasce e considerati gli elementi a cui si appoggia, immersa in un’atmosfera sordamente politica, è certo che non potrà servire che ad esaltare il D’Annunzio minore, episodico, viziato”: era precisato, fra l’altro, nel pensiero dell’estensore dell’articolo, esprimendo una considerazione critica verso l’intero insieme dell’iniziativa, presa sul profilo di quei giorni dell’esatta metà del Novecento, come fluttuante motivo di una precisa progettazione, nella vaghezza di una stentorea ideazione ancora in fase di pratica evoluzione.

Nello sviluppo di queste esplicite riserve, affidate al quotidiano bresciano, il pensiero che ne strutturava gli aspetti di una accorta riflessione sulla natura di quell’intento di estrema rievocazione, si insinuava anche passando per il paragone di un approssimato accostamento facente leva su una eloquente esemplificazione relativa all’Associazione degli Amici di Proust”, a suo tempo istituita in Francia, ma della quale, sebbene favorevolmente tentato di aderirvi, l’autore dell’articolo aveva evitato di farne parte, in quanto, a suo scrivere, questo sodalizio si sarebbe forse rivelato nelle dubbie sfumature di un’espressione volta ad “adorare l’uomo Proust, il suo dandismo, la sua mondanità, i suoi vizi di cocco dell’alta società parigina, le sue idiosincrasie snobistiche”.

Analogamente, circa Gabriele D’Annunzio, al lettore a cui si sottoponeva l’ipotesi allora nell’aria delle presunte novità contraddistinguenti un’università dannunziana, si affidava l’avviso che, con tale sedicente organizzazione di nicchia potesse in realtà emergere un: “D’Annunzio velleitario e guerresco che indossava le divise, che portava il pugnale, che parlava – calcolatore e dionisiaco – alle folle. Un D’Annunzio che non ha nulla a che fare col poeta di Alcyone e con gli impasti timbrici e coloristici de La Figlia di Iorio. Inoltre penso che l’Università, impostata nel modo indicato, non possa che accrescere i noti sospetti che già pesano sul Vittoriale”.

Sull’accennato complesso residenziale gentilizio che Gabriele D’Annunzio aveva monumentato per poco più di tre lustri nella configurazione della sua prestigiosa dimora, affacciata sul lontano orizzonte accarezzante il panorama lacustre gardesano, pare gravassero ombre di probabili strumentalizzazioni politiche post belliche, cavillanti sulla compromissione o meno del celebre personaggio che vi era stato l’inquilino più conclamato, durante la parabola fascista dalla quale ne era uscito indenne con la sua morte, avvenuta una manciata di anni prima dalla caduta del tanto poi vituperato regime.

Anche in questo senso, il citato articolo dal titolo “L’Università Dannunziana chiariva l’argomento trattato, rivelando lo spunto preso da una informazione aleggiante sul periodo allora incombente, attraverso una diretta coniugazione colloquiante, espressa in una prima persona narrante: ”Avevo appena commentato alcuni scritti di Baldini sul Vittoriale a proposito di un carteggio dannunziano che un settimanale romano, noto per la sua serietà culturale, diede la notizia sbalorditiva che uno dei tanti gruppetti che alimentano il movimento neofascista italiano, sta adoperandosi per l’istituzione di una Università Internazionale Dannunziana che sarà aperta prossimamente”.

Questa università degli studi dedicati a Gabriele D’Annunzio sembrava fosse intesa come “scuola di alta classe con docenti di chiara fama”, previsti nell’impostazione accademica di formatori per quei corsi di “dannunzianesimo” sia teorico che pratico, nel senso che il programma d’istruzione si confaceva, nelle intenzioni trapelate, tanto ad una scuola di poesia, quanto ad un laboratorio per una ideologia mistica tradotta nell’azione, probabilmente sbrogliando l’intricata matassa delle diverse epiche gesta compiute dal Vate, in relazione a varie contingenze storiche, come durante ed a ridosso della Prima guerra mondiale, ed anche nell’esuberanza della rincorsa di uno stile proprio, generalmente interpretato nella ricerca protesa al compimento di una “vita inimitabile”.

Nell’incorniciare con un proprio spiegato punto d’osservazione, affacciato sulla particolare prospettiva formativa che appariva espressa fra gli impulsi entusiastici verso D’Annunzio nello stereotiparne il ruolo come nume ispiratore di una scuola funzionale alla sua imitazione, l’autore della rubrica giornalistica “Parole all’orecchio” particolareggiava le caratteristiche di questa esclusiva ambizione culturale, esaminata nella ancora scarna sua porzione embrionale: “L’università pensate, avrà fra i suoi principali scopi, l’insegnamento della declamazione dannunziana che non dovrà più essere mortificata e costretta in temi intimistici, come oggi si usa, ma che dovrà essere spiegata, ampia come le piazze d’Italia. Una dizione gridata, urlata, col megafono. Qualcosa di molto robusto e guerresco, adatto ai più perfidi gusti sonori. Dè la Figlia di Jorio si salverà soltanto il debitamente urlato: “La fiamma è bella, la fiamma è bella”; e con orrore risentiremo le cose più bolse de La Nave e di Più che l’Amore, pomposamente declamata dai dottori in dannunzianesimo usciti dall’Università”.

A tali presumibili caratteristiche la conclusione, del pensiero di chi già le vedeva nella loro concreta manifestazione, ne stroncava il futuribile decorso di ipotizzata rivelazione con il giudizio personalmente espresso nelle righe del medesimo intervento sviluppato sul quotidiano bresciano, illustrandone le motivazioni nel dichiarato assurto che: “gli artisti mi piace saperli soli, isolati ed inafferrabili. Mi angustia circoscriverli ed inquadrarli. Mi pare di avvelenarli”.

Una posizione che lo stesso “Valenti”, ancora dalla “terza pagina” del “Giornale di Brescia” ha avuto poi modo di ulteriormente riprendere, nell’ambito della sua accennata rubrica culturale, nell’edizione in edicola sabato 2 febbraio 1952, dando corpo di idee e di informazioni, modellate insieme a mirate considerazioni, per un interessante intervento d’opinione dal titolo “Allarme Vittoriale”.

In buona sostanza, nel raccogliere la vertenza di quel tempo nell’ambito della quale pareva si fosse dinnanzi ad un bivio, circa la sorte dell’intera realtà lasciata da D’Annunzio a Gardone Riviera, nella fattispecie di una parziale smobilitazione o di una, provocatoriamente enfatizzata, demolizione di tali imponente eredità, l’opinione che l’autore immetteva nell’arengo dell’opinione pubblica, sfiorata dall’argomento, era che si potesse approdare all’assestamento di ogni possibile dibattito sul piano di un museo, ma anche di questo sbandierato e mite compromesso scriveva, per spiegarsi meglio: “Dobbiamo distruggere la sua casa? Non saremo presi da orrore se essa diventerà un museo, nulla di più e nulla di meno di un museo. Marinetti giurava morte ai musei. Noi siamo più clementi. Inorridiamo, invece, al pensiero che si pretenda che un museo debba insegnare a vivere, ora, e ci tenga schiavi, e ci detti leggi, e ci imponga sogni grandiosi e sovrumani. Sarebbe come dire che, per poter degnamente visitare, (fatte le debite distanze) il Partenone o Pompei, bisogna inginocchiarsi, battersi il petto, rifarsi l’animo degli antichi greci e romani e soggiacere alle credenze fanatiche e pagane di questi tempi sepolti”.

Dall’epoca di questa testimonianza, esplicita nel documentarne alcuni elementi riferiti al tema evocato, il “Vittoriale degli Italiani” non è stato né demolito, né smantellato, progredendo in una via esorbitante pure la mera accezione museale, nell’abbracciare, insieme al fecondo assetto culturale, quanto, come in quegli anni, può in ogni caso essere riservato all’interiore e personale rivisitazione del celeberrimo poeta, esercente un molteplice carisma ritratto nella generosa diversificazione di altrettante sue pose.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.