Brescia – Una barca si allontana. Contiene quattro persone. La stessa barca poco dopo ritorna a riva. Ne contiene una sola. Due persone, fra quelle allontanatesi, tornano nel frattempo a nuoto. Ne manca uno. Non c’è più chi del gruppo ha lasciato la propria vita nel lago, vicino all’isola del Garda. E’ la fine di agosto del 1901, ma la stampa locale, nella triplice forma degli allora tre quotidiani bresciani, ne dava notizia solo qualche giorno dopo, nell’immediato inizio di settembre.

La vittima è Enrico Simais, belga, direttore generale delle dogane persiane nel golfo Persico”, come specificava, martedì 3 settembre 1901, “Il Cittadino di Brescia”.

L’accaduto che, legava alle note sintetiche di cronache tragiche e fatali, i nomi di una rosa di notabili dell’allora autorevole olimpo nobiliare, risaliva alla giornata di giovedì 29 agosto.

La dinamica è riferita, con diffusa accuratezza di particolari, nell’articolo pubblicato da “La Provincia di Brescia”, nell’edizione del tre settembre che, congiuntamente a più fonti giornalistiche, consentiva ai lettori di sapere a proposito dell’increscioso avvenimento, scaturito a rimbalzo struggente e straziante di sofferte ripercussioni umane, dalla località di San Felice del Benaco, prospiciente a quel lago che, in tale posizione adagia, nel proprio profilo di terra, di acqua e di cielo, quella suggestiva lingua insulare, separata alcune braccia lacustri, misurate in poco più di duecento metri ondosi ed alterni che la separano dalla rude e silvestre Punta di San Fermo.

Grave disgrazia – Un signore belga che si affoga nel Garda. Ci scrivono da Salò 31: L’altra sera presso l’incantevole isola De Ferrari, che sorge appena fuori del golfo, accadeva una disgrazia che ha destato dolorosa impressione. Dal 25 agosto era ospite gradito del principe Scipione Borghese, un simpatico e robusto giovane, il sig. Enrico Simais, belga di ventisei anni, addetto commerciale della legazione belga a Teheran (Persia) e direttore generale delle dogane persiane nel golfo Persico. Il signor Simais dopo una lauta merenda manifestò al principe Borghese il proprio desiderio di bagnarsi nel lago; ma ad onta ne fosse stato sconsigliato volle insistere e con una barca in unione al principe, al signor Campbell Archibald Charles e la signorina Cecilia Buckely si portarono discosti dalla riva. I tre uomini scesero contemporaneamente nel lago mentre la signorina ritornava a riva con la barca: ad un tratto il sig. Simais chiamò al soccorso dicendo di sentirsi male. Il principe Borghese ed il signor Campbell accorsero tosto e afferratolo lo trasportarono per circa 50 metri, ma poi sopraffatti dalle onde dovettero lasciarlo; il principe Borghese con la barca si portò nuovamente sulle tracce dello sfortunato giovane che però si era affondato. Poco dopo l’infelice signor Simais fu rinvenuto, ma era già freddo cadavere”.

L’accaduto, oltre a contraddistinguere l’isola con un ulteriore particolare riconducibile alla cornice aneddotica della sua storia che, attraverso il tempo, ha stemperato le albe ed i tramonti sullo sfondo della propria imperturbabile conformazione, si presta anche ad analogie con altri fatti similmente verificatisi sul posto.

Fra questi, dei quali esistono tracce nella memorialistica di documenti storici a vario titolo, se ne profilano almeno altri due: nel pomeriggio, prima sereno, poi improvvisamente burrascoso, di sabato 16 luglio 1921 avviene l’annegamento, a ottocento metri dalla riva, della marchesa Mary Bona Kifer Degli Albizzi, a seguito di naufragio dell’imbarcazione sulla quale viaggiava con il consorte, Nicola Degli Albizzi, invece sopravvissuto all’infausto evento. L’altro caso è invece quello della principessa Anna Maria de Ferrari Borghese, moglie del principe Scipione Borghese, la sera di lunedì 24 novembre 1924, in circostanze prive di testimoni e misteriose nella trama, scomparendo con pochi indizi superstiti dall’isola sulla quale risiedeva, in quella aristocratica dimora realizzata in stile neogotico veneziano dal padre Gaetano de Ferrari, duca di Genova, su progetto dell’architetto Luigi Rovelli, durante gli ultimi anni dell’Ottocento.

Con la tragica dipartita, nella tarda estate del 1901, del giovane belga Enrico Simais che, come informa “Il Cittadino di Brescia” di martedì 3 settembre di quell’anno, “aveva 26 anni e lascia nella desolazione i genitori ed una sorella”, le uscite di scena, con teatro l’isola del Garda, si retrodatano con una documentata incidenza connessa, tanto alla notorietà dello stesso luogo, quanto all’eco di considerazione per l’alto lignaggio delle vittime, tutte appartenenti all’alta classe sociale e legate fra loro da vincoli di amicizia, nel riverbero insulare del luogo, assurto a consesso di privata e di esclusiva ospitalità e di relazioni altolocate fra consimili.

Nobili in transito, fra i personaggi blasonati in vista nella società ed ai vertici della pubblica distinzione, dei quali, nei giorni concomitanti alla notizia dell’accennato annegamento, “La Sentinella di Brescia” di mercoledì 4 settembre 1901 ne testimoniava un eloquente esempio caratteristico all’epoca ed al tempo del debutto delle automobili, in una significativa attestazione di caratteristiche famigliari a tutti gli appassionati del genere e del settore, rimasto, per lo più, prerogativa di benestanti cultori: “Principe di passaggio. Iermattina proveniente direttamente da Parigi, giunse a Brescia sostando all’Hotel d’Italie, Sua Eccellenza Bourbon del Monte, Principe di San Faustino di Roma colla sua signora, uno splendido tipo di bruna aristocratica, sopra una magnifica automobile a quattro posti. E’ una carrozza nuovissima, uscita or ora dalle officine Panhard Levassor con motore Centauro a venti cavalli: è l’ultima e più perfetta espressione dell’automobilismo ed ha una velocità di 80 chilometri all’ora. Difatti i Principi di San Faustino, partiti domenica mattina da Parigi, compirono il viaggio brillantemente senza il minimo incidente, superando perfino il Monviso a gran velocità. A Brescia, i Principi romani fecero colazione all’Hotel Italie, si rifornirono di benzina e proseguirono per Conegliano Veneto, meta del loro viaggio. Con loro viaggia un chaffeurs francese”.

Tendenza, quella del viaggio esuberante e della velocità, incardinata nei gangli innovativi del motore a scoppio in azione che, parallelamente conduce un accostamento all’epica impresa attuata dal principe Scipione Borghese (1871 – 1927), nei termini della sua prima qualificazione al raid automobilistico “Pechino – Parigi” del 1907.

A questa eclatante impresa che univa l’Asia e l’Europa in una nuova dinamica di viaggio, rompendo le solite catene allora condizionanti tutto un mondo antico, attraverso l’esperienza motoristica e la tenacia pionieristica umana, aveva in parte partecipato anche la moglie del principe, Anna Maria De Ferrari Borghese (1874 – 1924) che a lui si era unita in matrimonio a Parigi nel 1895 e da cui aveva avuto le figlie Santa (1897 – 1997) e Livia (1901 – 1969), futura moglie, quest’ultima, del conte bolognese Alessandro Cavazza, il cognome del quale è quello dei loro discendenti, attuali proprietari e residenti dell’isola del Garda.

Una personalità, quella della principessa Anna Maria, destinata all’evanescenza di una scomparsa lacustre in un’autunnale sera di enigmatico trapasso, apprezzata all’epoca anche per essere autrice di numerosi reportage di viaggio e di guerra, attraverso le proprie eclettiche qualità umane che, unitamente ad aver prestato servizio, come crocerossina, al fronte italo-austriaco durante la prima guerra mondiale ed ad avere ricoperto la carica di Presidente dell’Unione Nazionale delle Giovani Esploratrici Italiane, l’avevano distinta anche per la passione fotografica, applicata agli interessanti particolari dei diversi viaggi compiuti sulle insolite rotte di luoghi lontani, tra gli avventurosi tragitti di scenari sperimentati coraggiosamente con i mezzi di quel tempo.

Anche Gabriele D’Annunzio che risiedeva dal 1921 a Gardone Riviera, conosceva la principessa. Un giorno, durante la manifestazione delle regate sportive sulle acque del lago del settembre 1922 pare le avesse detto “voi mi vedrete giungere un giorno a nuoto, alla vostra splendida isola”.

Ottomila fotografie, dalla prima scattata nel 1898 in Ungheria, nella tenuta del marito, di madre ungherese e di padre della nobile famiglia romana dei Borghese, fino a quelle dell’ultimo periodo della sua vita, durante i tanti giorni trascorsi sull’isola del Garda, sono l’interessante risultato della sua macchina fotografica di piccolo formato, modello Bull’s Eye Kodak, con la quale ha prodotto un articolato insieme d’immagini, in seguito custodite dal nipote Novello Cavazza.

Nell’oggettiva fissità visiva delle immagini catturate, emerge una testimonianza, rasente l’attuale fotogiornalismo d’acuta efficacia, rappresentativa d’un notevole valore storico e memorialistico. Un’abilità d’osservazione d’uno sguardo pervadente in una variegata raccolta che è stata affascinante oggetto della mostra “Il racconto di un’epoca. Fotografie dagli album della principessa Anna Maria Borghese” nella quale le fotografie, realizzate a cavallo di due secoli, sono state allestite presso l’Istituto Nazionale della Grafica, Palazzo della Calcografia, di Roma dal 25 febbraio al 6 aprile del 2011, in un’efficace esposizione a cura di Maria Francesca Bonetti e di Mario Peliti, con l’accompagnamento di uno specifico catalogo di 219 pagine, stampato per la Peliti Associati.