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Brescia – Trovare citato il proprio territorio nella “Divina Commedia” di Dante Alighieri (1265–1321) e constatare, però, che tale documentata citazione sia, invece, contestata da chi non ne stava considerando certa l’attribuzione, non andava bene ai valligiani camuni dell’inizio del Novecento, tanto da ispirare l’utilizzo del loro giornale per contrastare l’altrui opera protesa ad oscurare quel mito che qualcuno voleva sfatare.

In pratica, dall’allora periodico milanese “Italia Bella”, un non meglio identificato articolista si era chiesto se, invece, di Val Camonica, Dante avesse inteso scrivere, fra il versificare del “Canto XX” dell’Inferno, “Val di Monica” oppure “Val di Moniga”, alludendo alla località lacustre gardesana, situata nella Valtenesi, anch’essa bresciana, come la terra camuna che dalla stessa cittadina, prospiciente il basso lago di Garda, è però ben lontana.

E’, questo, il campo di una diversità d’interpretazione, insinuata nella poetica costruzione lessicale dell’illustre autore medioevale che, da un certo punto di vista, può forse pure prestarsi, con buona lena e con altrettanta intraprendente inventiva, ad una differente individuazione toponomastica, circa l’assonanza degli appellativi messi in antitetica pertinenza fra loro, nella medesima parte del manoscritto dantesco, forte del fatto che l’originale dello stesso poema, da poter confutare, sia, da tempo immemore, andato perso.

L’anno di questa sottile diatriba è il 1912, con tanto di botta e di risposta fra i periodici “Italia Bella” e “Illustrazione camuna”, mediante un pronunciamento su quel testo preso a riferimento, risalente all’inizio del Quattordicesimo secolo, quale epoca della sua stesura nel corpo organico della notevole Divina Commedia, famosa opera esemplificativa di un’acclarata e di una celebrata letteratura.

Dante, nel suo “Inferno”, aveva pure dedicato spazio a varie figure mitologiche legate a caratterizzazioni magiche e divinatorie e, fra queste, anche a Manto, figlia del leggendario indovino tebano Tiresia, della quale ne accenna in strofe la presenza nel territorio di Mantova dove la città stessa, poi costruita nel luogo della sepoltura della medesima donna, ne avrebbe adottato il nome per una tipica individuazione, definita tra i contorni misteriosi di una scaramantica denominazione.

Nella parte dell’CAMUNI DANTESCHIopera dantesca considerata, in mezzo ad un decantato affresco di località, vagheggiate in un insieme di adiacenti prossimità, circostanziate per dare un riscontro d’insieme alla città virgiliana, emerge anche la Vallecamonica, come appare leggendo “…Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l’Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, c’ha nome Benaco. Per mille fonti, credo, e più si bagna tra Garda e Val Camonica e Pennino de l’acqua che nel detto laco stagna. Loco è nel mezzo là dove ‘l trentino pastore e quel di Brescia e ‘l veronese segnar poria, s’è fesse quel cammino (…)”.

Alla voce “Dante Alighieri”, trattata con una particolare attinenza di interrelazioni con il territorio locale di pertinenza dell’Enciclopedia Bresciana di mons. Antonio Fappani, questo stralcio della “Divina Commedia”, che nella versione ivi riportata, fra l’altro, trova scritto “Val di Monica” anziché “Valle Camonica”, si accompagna alle illuminanti precisazioni che “Si tratta in verità di una delle pagine più tormentate dai critici, ma nello stesso tempo fra le più apprezzate del poema, tanto da far scrivere ad Adolfo Bartoli “solamente un’anima innamorata della natura poteva vedere l’Italia com’egli l’ha vista, nei suoi sorrisi e nelle sue cupezze. La descrizione del lago di Garda è un palpito d’amore. Lunghe discussioni sollevò la seconda terzina citata: “Per mille fonti e più…”. I più hanno visto in quel Val di Monica, la Valcamonica, e la maggior parte dei testi porta addirittura questa lezione, mentre pochi altri hanno visto la Valtenesi, facendo valere Monica per Moniga”.

Tra questi ultimi, anche l’assertore di quanto il periodico l’Illustrazione Camuna, diffuso in stampa nel mese di giugno del 1912, riportava nel periodare dell’articolo, a firma di Fortunato Rizzi (1880 – 1965), dal titolo “Valcamonica o Valle di Monica?”, per contrastare la tesi di questa detrazione d’attribuzione che era messa in chiaro, criticamente, in quell’affermazione, mediante la quale, se ne stigmatizzava l’accusata citazione galeotta che “Nell’Italia Bella è detto che in quel passo di Dante “Valcamonica” sarebbe uno sproposito, perchè col Garda, la Val Camonica nulla ha da vedere, essendo essa divisa dai monti della Val Sabbia e Giudicarie e della Valtrompia”.

La valle dell’Oglio pareva, in tale senso, perdere il posto nella “Divina Commedia”, scalzata dalla presunta menzione di una diversa località, più circoscritta nella specificità di un unico paese, secondo una certa versione letteraria che,CANTO INFERNO DOVE SI TROVA VALLECAMONICA nel periodico camuno, trovava una pronta controdeduzione: “(…) Certamente doveva esser nota a Dante la Vallecamonica e per la sua estensione e per la sua importanza storica, mentre pur essendo egli a Verona, non c’è davvero ragione da supporre che gli fosse parimenti nota la Val di Moniga che anche oggi è ignota a molti che pur almen di nome conoscono la Val Camonica”.

La questione, legata a questo aspetto peculiare, sviluppato in una chiave d’indagine prettamente culturale, era destinata a riproporsi anche nell’edizione del mese di novembre dello stesso anno di cui, nel giugno citato, il tema era stato evidenziato, con un pronunciamento bene marcato.

Sulla scia dell’altra edizione pubblicata, l’Illustrazione Camuna proponeva altri argomenti per dare peso alla propria posizione, motivata a non fare dubitare che, nella “Divina Commedia”, fosse assicurata la versione partigiana sostenuta che, per altro, sembra sia pure quella riscontrabile nella più diffusa forma attuale: “Volendo Dante parlare del luogo dove si fondò Mantova, luogo forte per la palude da cui è cinto, tratta prima dell’origine di quella palude perciò accenna al Benaco, ma non dimentica neppure i monti che lo alimentano e dice: “Per mille fonti, credo, e più si bagna, tra Garda e Val Camonica, Pennino dell’acqua che nel detto lago stagna”. E’ chiaro quindi che in Pennino si devono principalmente veder ricordate le sorgenti del Sarca, che a Benaco e a Mantova e al Pò mandano più largo contributo di acque”.

L’autore di queste righe era don Giambattista Meotti (1867–1937) che, nel suo contributo all’ormai, in quei frangenti, assecondata disquisizione, specificava che “ben volentieri piglio le difese della Val Camonica, non punto disposta a lasciarsi ingiustamente espungere dal divino poema, dove afferma con nobile orgoglio di essere stata iscritta da Dante: che se non può portare in giudizio la prova irrefutabile dell’autografo dantesco, sgraziatamente perduto, possiede però altre prove convincenti per di più corroborate dall’autorità dei codici, i quali sono buon indizio di ciò che l’autografo contenesse a suo riguardo”.

“Codici”, aulicamente intesi come fonti del sapere, per quanto significativi anche delle informazioni circa la geografia, considerata nel modo corrispondente alla disposizione dei luoghi trattati in quelle rime poetiche delle quali, tra l’altro, se ne evocava la più compatibile assimilazione lirica con l’uso, nel contesto fonico del ritmo dell’endecasillabo dantesco, di “Valcamonica”, piuttosto che di “Val di Moniga”, la quale permetteva, in quest’ultima risoluzione, di fare denotare, invece, una caduta d’accento, sulla propria parola, diversa rispetto a quella della denominazione camuna, a proposito della quale, non si mancava pure di spiegare, quanto la stessa meglio si amalgamasse al versificare della Divina Commedia, interpretato tra le suggestioni oniriche della quarta bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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