Tempo di lettura: 4 minuti

Golden Boy II si muove sinuoso. La testa è leggera come quella di un Arabo. Le gambe sono lunghe, esili, forti. Il collo e il torace sono possenti. Il mantello ha il bagliore dorato dell’Akhal Teke. Forza e lievità insieme danzavano davanti a Elisabetta d’Inghilterra, nel 2012, per festeggiare i 60 anni di regno della sovrana che tanto ama i cavalli.

Golden Boy II, luminoso e altero come un dio, potrebbe essere uno degli ultimi e fra i più puri cavalli Karabakh del mondo. Originari di quella terra antica contesa da Armenia e Azerbaigian.

I suoi avi erano i cavalli tanto amati da Puskin che ne possedeva uno e ne lodava il coraggio. Un cavallo così bello che nel 1956 il governo dell’Unione sovietica regalò Zaman, purissimo stallone, alla giovane sovrana inglese.

Era il cavallo degli zar e dei migliori generali dell’armata. Era una delle poche razze che nell’ex Unione sovietica veniva allevata esclusivamente da sella. Mesomorfo, piuttosto piccolo (con un’altezza al garrese di 143-152 cm), il collo mediamente lungo, un dorso brevilineo e robusto, una groppa arrotondata, gli arti asciutti, le articolazioni particolarmente solide, gli zoccoli piccoli e duri.

Cavallo di montagna. Eppure abitante del mito. E della velocità. Se è vero che nel 2004 un esemplare stabilì un record mondiale correndo mille metri in 1 minuto e 9 secondi.

Quando qualche anni fa andai in Armenia, fui quasi ossessionata nel ritrovarne le tracce. Inutilmente.

I cavalli perduti sono da sempre contesi fra due paesi, Azerbaijan e Armenia. Assieme alla terra che li ha visti nascere, il Nagorno-Karabakh, con una popolazione a maggioranza armena e per il quale i due paesi dal 1992 al 1994 hanno consumato una guerra mai dichiarata conclusa, ripresa nelle scorse settimane e da cui oggi è stato firmato il cessate il fuoco con quella che Baku definisce la “liberazione” di Shusha, una delle città simbolo di questi cavalli.

Fu il conflitto degli anni Novanta a chiudere definitivamente la frontiera fra Yerevan e Baku e a dar vita di fatto alla piccola repubblica del Nagorno-Karabakh.

Ma non risolse la questione dei cavalli. Armenia e Azerbaigian continuarono a contenderseli. In piena guerra, nel 1993, centinaia di cavalli furono messi in salvo da Agdam, la città del Nogorno Karabahk, oggi solo rovine e polvere, distrutta dalla guerra appena conclusa. Lì c’era uno storico allevamento di questi cavalli, quello che fino al 1991 aveva rifornito Mosca di 20,25 cavalli purissimi all’anno.

Un allevamento aperto nel 1949 proprio per riportare la razza alle sue origini genetiche dopo decenni in cui il Karabakh veniva incrociato con soggetti non puri con il risultato di averne ridotto l’altezza e trasformato alcune caratteristiche peculiari.

Quell’estate del 1993, per i Karabakh di Agdam iniziava un viaggio di speranza così simile a quello che coinvolse i Lipizzani durante la seconda guerra mondiale (bellissimo il libro su questa vicenda, Pura razza bianca)

Una fuga per mettere al riparo il mito. Bisognava andarsene da Agdam che rappresentava un obiettivo strategico per gli Armeni perché da lì erano partiti i peggiori attacchi azeri.

Durante un drammatico bombardamento, i cavalli partirono. In due gruppi distinti, guidati dal personale dell’allevamento che rischiò la vita per farli uscire dalla cittadina.

Circa 300 fattrici furono portate nella vicina Yevlax. Lì rimasero tre mesi, nella speranza di poter rientrare ad Agdam. Un’illusione: la cittadina viene quasi tutta distrutta e oggi è un paese fantasma dove vivono poche centinaia di pastori e contadini e che è vietato ai turisti sprovvisti di un permesso speciale difficile da ottenere.

Non tornarono più a casa le belle cavalle. Da Yevlax vennero spostate all’ippodromo di Baku, sul mar Caspio. Arrivarono lì anche gli ultimi sette stalloni che scamparono al bombardamento di Agdam.

L’inverno fu duro per i Karabakh. Una settantina di giumente morirono. Qualcuno accusò gli azeri di averle lasciate consumare di fame. Ma il governo rispose che a essere fatale fu il clima marino, quell’umidità a cui non erano abituate. Così lontana dalle secche alture di Agdam. Perché il Karabakh è un possente cavallo nato per attraversare le impervie montagne del Caucaso. Una creatura dal carattere docile che venne utilizzato nei secoli dalle popolazioni dell’area.

Oggi, si narra, il Karabakh puro non esiste più. Una combinazione di guerra, negligenza, mescolanza esagerata di razze diverse lo minaccia. Secondo una delle maggiori esperte della razza, la tedesca Verena Sholian che ha passato vent’anni della sua vita a studiare le linee genetiche di questo cavallo, forse esistono nel mondo solo dieci giumente pure.

Non è un caso quindi che, soprattutto nel ricco Azerbaijan, di cui questo cavallo è il simbolo, l’obiettivo sia quello di ritrovare i geni originari del Karabakh, animale simbolo del paese, e di sviluppare la razza.

NEL 2007 il ministero dell’agricoltura mise a punto un piano di 15 anni per riportarla agli antichi splendori, elevarla a standard moderni, vendere i frutti nel mondo e così sostenere l’allevamento locale. Per fare questo, il governo azero ha cominciato a fare test del dna su un centinaio di cavalli considerati quasi puri. E ha aiutato alcuni allevamenti del paese a ritrovare l’antico sangue.

Golden Boy II è uno dei primi frutti. In un’esposizione della razza che si è tenuta qualche d’anni fa a Baku, 17 cavalli di 6 allevamenti furono messi a confronto. Il migliore, quello che venne reputato il più simile all’originario Karabakh, fu questo stallone dorato. A lui l’onore di danzaredavanti alla regina Elisabetta.