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Vera Baboun ha il phisique du rôle del capo di stato: inglese regale e la delicatezza delle donne che scelgono di fare politica per un segno del divino in un giardino di Milano.

Era il 20 luglio del 2012 e Vera era stata invitata a visitare un convento in qualità di preside dell’università di Betlemme. Nel giardino la sua attenzione venne catturata da un croce di legno con un cristo bianco senza braccia, visione che in un primo momento le fu difficile sostenere. Poi, la commozione della frase posta sotto la croce: ‘Le tue braccia sono le mie braccia’. E la folgorazione, quattro mesi prima di diventare sindaco, di donare le sue per abbracciare la vita politica.

Delle 72 città nel mondo gemellate con Betlemme, di cui 26 italiane, Vera ha scelto Brescia lo scorso settembre come prima città da visitare dopo l’estate di morti a Gaza. E’ qui che la ascoltiamo e la incontriamo.

Vera ha scelto Brescia per via di un doppio legame della città palestinese con Paolo VI. Il papa bresciano, beatificato lo scorso ottobre, regalò due miracoli a Betlemme: l’università, dove Vera ha insegnato inglese, e il centro per disabili ‘Effatah’.

Di famiglia istruita, Vera è la figlia più grande di quattro fratelli. L’emancipazione femminile che l’ha portata oggi ad essere sindaco della sua città è un processo che non avrebbe potuto realizzarsi senza l’incoraggiamento del padre, che la incitava sempre a esibire la sua bella voce nonostante la timidezza.

Vera BabounA quindici anni, scout, le chiedono di ricoprire il ruolo di leader, tradizionalmente affidato agli uomini. Anche in quell’occasione il padre la incoraggia con un: sì, tu puoi. È la prima sfida alla tradizione.

Vengono poi gli anni della prima Intifada. Vera è sposata con Johnny e hanno tre figli quando una notte i militari israeliani bussano alla loro porta. Il marito viene arrestato e condannato alla reclusione per essere attivista politico all’insaputa di Vera.

Le visite quindicinali in prigione all’uomo sono fatte di pianto e risentimento. Finché la donna non ritrova la speranza nelle parole di un sermone del patriarca Beltritti trascritte in uno dei suoi diari da adolescente. La grazia vive nell’utero della sofferenza: impara a darle vita.

Vera capisce così che il suo tempo non può essere speso a disperarsi, ma deve impegnarsi a creare una vita migliore per lei, suo marito e i suoi figli. I suoi figli saranno persone migliori grazie a quella sofferenza. È lì che decide di investire nella carriera accademica.

Fa l’insegnante di inglese, diventa docente universitaria, si occupa di traduzioni e interpretariato, fino a diventare ricercatrice sui temi di genere per il progetto Grace (Ricerca di genere in Africa e Medio Oriente sui temi della comunicazione e dell’information technology per l’emancipazione delle donne).

I figli riescono a laurearsi tutti. Il marito, invece, esce di prigione ma non si riprenderà mai dall’esperienza. Dopo che gli israeliani gli distruggono per la seconda volta il luogo di lavoro, confessa alla moglie di non avere più la forza di lottare. Dopo qualche anno, muore.

Per questo, quando Vera parla dell’occupazione israeliana lo fa dal punto di vista di chi l’ha sofferta ma ha saputo andare oltre questa sofferenza superando la rabbia e la voglia di vendetta.Quanto vissuto l’ha resa una donna capace di affrontare le sfide. Non ultima in ordine di difficoltà e importanza, la vita politica.

Secondo Vera insegnanti si nasce e ogni parte di lei era fatta per l’insegnamento, mentre politici si diventa attraverso le situazioni, l’esperienza, le sfide. Ricoprire un ruolo come il suo è una sfida ancora più forte alla tradizione e al sentire comune secondo il quale gli uomini sono più capaci in politica per nascita. È una sfida che ha le sue radici nella contraddizione di essere donna in un ruolo tagliato su misura per gli uomini.

Le donne però sono biologicamente predisposte a dare la vita per gli altri e agiscono a partire da questa prospettiva, mentre la prospettiva degli uomini è quella egoistica. La forza delle donne sta proprio in questo loro agire dall’utero e cioè per il bene degli altri.

Per questo motivo la percentuale di corruzione quando le donne ricoprono ruoli di leadership è inferiore a quando gli uomini sono al potere. I diversi punti di vista con cui uomini e donne affrontano la questione del pubblico e del bene comune costituisce comunque un problema.

Per Vera sono punti di vista che si completano. Per gli uomini invece competono e all’inizio della sua attività istituzionale l’hanno ostacolata. Per questo fare politica si impara e Vera sta imparando a raggiungere le decisioni dando spazio agli altri, attraverso modi e comportamenti rinnovati, cercando di contribuire alle questioni da una dimensione che le completi.

Parte della sfida insita nel suo mandato politico è rappresentata dal luogo in cui è chiamata a svolgerlo.
Betlemme vive un conflitto tra quello che significa e quello che è. Il 62% del suo territorio è area C, cioè sotto il completo controllo amministrativo e di sicurezza israeliano. Su quella porzione di terra i palestinesi non possono fare niente e ciò ha causato e causa tuttora grande emigrazione per poter vivere una vita dignitosa.

Betlemme, luogo da cui il messaggio di pace è nato e che ha dato il significato di pace al mondo, vive senza pace. La pace stessa è occupata.

Oggi un muro separa Betlemme, luogo della natività, da Gerusalemme, la resurrezione. Il cammino dalla natività alla resurrezione è interrotto. Un’intera generazione di credenti non può pregare sul Santo Sepolcro. Quanto può essere tenuto vivo il messaggio di pace se il sentiero è interrotto?

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