a cura di Letizia Piangerelli

Quito – La Panamericana è una strada lunga e idealmente dritta, che come un filo ben teso attraversa le americhe dall’Alaska alla Terra del Fuoco, passando per il caldo e il freddo, gli inverni brevi e le estati tropicali, ironicamente unendo a guisa di cicatrice l’America dei conquistadores a stelle e strisce e quella latina delle battaglie per la revolución.

La Panamericana senza buche e senza strettoie, che dopo un veloce tratto abbiamo abbandonato per infilare la strada sterrata in direzione di Ambato, nella provincia di Tungurahua, ancora nel cuore andino dell’Ecuador. Andiamo a visitare la sede della cooperativa di credito locale, “El Calvario”, nome di certo evocativo, chissà se per la storia passata dei suoi fondatori o per la fatica della salita che bisogna fare per arrampicarsi fino al paese da fondo valle.

Il paesaggio è cambiato. Lasciata alle spalle la nebbia e l’asprezza dei monti intorno a Riobamba, nel Tungurahua ondeggiano le palme e le fronde degli alberi da frutto, tutti i microclimi dell’Ecuador, non mi stupirei se alla prossima curva incrociassimo ulivi secolari. Vicino all’entrata de “El Calvario”, un bambino arrostisce piccoli cuyes infilzati in uno spiedo rotondo. Porcellini d’india, dopo averli visti vispi e curiosi nelle case dei campesinos, avrei qualche difficoltà ad assaggiarli simulando entusiasmo, come se fossero ali di pollo. Gli sguardi che incrocio tradiscono la stessa preoccupazione, soprattutto quando Luis gentilmente ci informa che i cuyes sono animaletti “che vengono cucinati solo in occasioni speciali o per festeggiare un amico”. Attimo di panico, dopo tale preambolo chi si azzarderebbe a rifiutare l’offerta di un assaggio? Invece non saprò mai di cosa sa la carne di cuy, l’arrosto del bambino non era per noi.

Oggi la giornata è un po’ più “latina” del ritmo frenetico che ha caratterizzato i giorni passati, ne approfittiamo, stavolta la strada verso Quito la percorriamo con calma. I bambini di Ambato, come tante api in festa, hanno svuotato gridanti il sacchetto di caramelle degli amici delle Marche e dell’Emilia-Romagna.

Piove di nuovo e l’autobus si fa sauna, riprendiamo la chitarra e le canzoni. Le curve ripide aprono squarci sul marrone e grigio della grande città, a valle, un tappeto di case fatto di tanti puntini e finestre cieche. Spicca nel mezzo la costruzione rotonda e bianca di una chiesa strana, metà spagnola, metà arabeggiante. Mi ricorda l’enorme mausoleo di Gorizia per i caduti delle due guerre mondiali. Tungurahua e il Carso, che strane nostalgie evocano i viaggi, a volte. Forse sono tutti i luoghi che riusciamo a portarci dentro, preziosi e intatti, a fare del mondo un villaggio globale.