Tempo di lettura: 5 minuti

Verona – Aziende e produttori, giornalisti e appassionati, politici e attori, artisti e chef. Adesso che si è davvero chiuso il sipario su Vinitaly 2019 è tempo di bilanci.

Piaccia o non piaccia a chi cerca di ridurne l’importanza rispetto ad altri appuntamenti di settore, si è confermato come sempre il momento di ritrovo più partecipato del mondo del vino italiano e non solo.

A pochi giorni di distanza da ProWein, con cui si divide la scena primaverile ormai da decenni, il salone regala anche questa volta numeri da capogiro: 125mila presenze da 145 nazioni, 4600 aziende, 100mila metri quadrati espositivi netti. E ancora, un aumento del 3% dei buyer accreditati per un totale di 33mila presenze.

“Si è appena concluso il Vinitaly più grande di sempre” ha sottolineato il presidente di Veronafiere Maurizio Danese. E sembra procedere a gonfie vele anche la strategia, avviata ormai da qualche anno, di selezionare i visitatori puntando su presenze sempre più internazionali e professionali indirizzando invece i wine lovers sugli eventi fuori salone, all’interno di Vinitaly and The City, che ha registrato quest’anno ben 80mila presenze, 20mila in più rispetto alla passata edizione.

La nostra collaboratrice Silvia Allegri a spasso per il Vinitaly
La nostra collaboratrice Silvia Allegri a spasso per il Vinitaly

La presenza di politici, di personaggi famosi dello sport e di guest stars come gli chef, impegnati in show cooking dentro e fuori il salone, confermano la forte componente mondana  dell’evento, consacrando Vinitaly come appuntamento immancabile per chiunque abbia a cuore la propria immagine pubblica.

Nella top five delle provenienze degli operatori spiccano gli Stati Uniti (+2% sul 2018),
seguiti da Germania (+4%), Regno Unito (+9%), Cina (+3%) e Canada (+18%). Mentre il Giappone incrementa dell’11% il numero dei buyer.

E proprio questo risultato, sommato agli altri registrati dal Far East, supporta la scelta degli organizzatori di creare un nuovo strumento di promozione permanente dedicato all’Asia, con il lancio della nuova piattaforma di promozione Wine To Asia attiva dal 2020 in Cina.

Il concorrente più temibile per l’Italia si conferma la Francia. Nonostante l’incremento dei vini made in Italy nel Far East, i brand dei cugini d’Oltralpe regnano sovrani, complice forse quella perenne tendenza, tutta italiana, a non trovare la quadra con marchi forti e unificanti, quanto piuttosto a lasciare che le aziende, grandi o anche molto piccole, prendano l’iniziativa creando un canale con i buyer per spedire, a tempi più o meno regolari, i loro prodotti che si trasformano però in vini di nicchia in nicchie di mercato.

Il rallentamento c’è stato, insomma, in questo anno appena concluso, ma non è il caso di
generare allarmismi: si registra infatti un rifiorire generale dei consumi in Italia, e se le
bollicine continuano a spopolare si nota comunque una tendenza al recupero di doc sconosciute, ma anche l’interesse a investire sulla terra, con un sensibile aumento dei prezzi dei vigneti anche nelle regioni d’Italia meno vocate alla viticoltura.

Investimenti in un’ottica lungimirante, e che coincidono spesso con un ritorno alle attività agricole e a una riscoperta della terra a tutto tondo.

Degustazioni e merende
Degustazioni e merende

La più grande vetrina internazionale del vino italiano mette in luce però anche molte
criticità. Sul mercato mondiale si affacciano nuovi competitor, e oltre alla consueta
presenza della Francia, che si colloca in vetta alla classifica in paesi come la Cina,
arrivano oggi anche Australia, Nuova Zelanda, America Latina a costringere il mercato
italiano a fare una riflessione sulle nuove esigenze di non perdere competitività.

Per crescere servono investimenti in vigna, miglioramenti delle tecnologie e negli impianti in cantina, ma soprattutto nuove strategie di vendita. Un mercato sempre più globalizzato vede infatti sorgere nuove priorità, a partire dai millennials, potenziali acquirenti dalle esigenze ben diverse rispetto ai più attempati consumatori.

Attenzione all’immagine, presenza sui social, nuovo valore ai brand sono step obbligatori per tutte le imprese.

E arrivano nuove minacce per le eccellenze italiane. Dai nuovi dazi annunciati da Trump alla Brexit, il falso made in Italy ha tavola è ormai un allarme, e le nuove guerre
commerciali mettono a rischio record e spazi di mercato conquistati negli ultimi anni.

Così la Coldiretti, all’indomani dell’annuncio delle ritorsioni da parte del presidente americano Trump e alla vigilia dell’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, ha realizzato la prima grande esposizione sul falso Made in Italy che rischia di esplodere con il nuovo protezionismo.

Spazio anche al Sud
Spazio anche al Sud

Con i dazi, si è spiegato nel corso di una tavola rotonda a Vinitaly nello stand Coldiretti
aumenterebbero i prezzi dei prodotti italiani sul mercato americano e sarebbero più
competitive le falsificazioni ottenute sul territorio statunitense e quelle provenienti da Paesi
non colpiti dalle misure di Trump.

Ed è certamente il vino uno dei settori più colpiti, come ha dimostrato la “cantina degli orrori” aperta dalla Coldiretti durante il salone, dove sono stati esposti dal Bordolino argentino nella versione bianco e rosso con tanto di bandiera tricolore al Kressecco, ma anche il Barbera bianco e il Chianti fatto in California, il Marsala sudamericano e quello statunitense.

Un rischio concreto che riguarda anche per il Prosecco, in testa alla classifica dei vini italiani più venduti, al punto da mettere in crisi il mercato dei fermi, ma anche taroccati con le imitazioni diffuse in tutti i continenti dal Meersecco al Kressecco, dal Semisecco al Consecco, dal Whitesecco e al Crisecco.

Tarocchi facilitati anche dalle opportunità di vendita attraverso la rete, dove è possibile acquistare da aziende anglosassoni pseudo vino ottenuto da polveri miracolose contenute in wine-kit che promettono in pochi giorni di ottenere le etichette più prestigiose come Chianti, Valpolicella, Frascati, Primitivo, Gewuerztraminer, Barolo, Verdicchio, Lambrusco o Montepulciano.

Passione Amarone....
Passione Amarone….

Corale, come sempre, la partecipazione delle cantine, aziende, consorzi del veronese. Che hanno offerto degustazioni e verticali, ma anche lanciato progetti di riqualificazione del territorio che vedono nel vino un veicolo prezioso in grado di condurre alla scoperta di aree più o meno inserite nel circuito turistico nuovi visitatori e potenziali clienti.

Trekking, percorsi enogastronomici a piedi, in bici e a cavallo, esperienze sensoriali nelle cantine, valorizzazione del patrimonio artistico e culturale.

E questa edizione, che coincide con il decimo compleanno delle Famiglie Storiche, ha visto una degustazione di Amaroni di diverse annate selezionate dalle tredici aziende che fanno parte dell’associazione, guidata dal giornalista Ian d’Agata e con la partecipazione dei produttori stessi.

Immancabili, poi, gli eventi glamour fuori salone, dall’elegante aperitivo di Tommasi presso il negozio di abbigliamento maschile Taylors & Ties, in centro città, alla tradizionale cena di gala di Allegrini presso Villa della Torre, con la partecipazione dello chef Carlo Cracco. Turismo, mondanità e una maggiore cultura del vino veicolata anche, e sempre di più, dai professionisti del settore.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *