“In inglese si usa sempre e solo ‘child’. In Italia si parla di fanciulli, giovani, ragazzi, minori. Come gruppo ci siamo interrogati per una scelta univoca così, da un paio di anni, parliamo di ‘persone di età minore’, per mettere l’accento sul loro essere persone, soggetti di diritto. Esattamente quello che è stato dimenticato in questo 2020”.

Arianna Saulini è la coordinatrice del Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Gruppo Crc), network attualmente composto da 100 soggetti del Terzo Settore che dal 2000 si occupano della promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, coordinato da Save the Children Italia.

“Soprattutto nella prima parte dell’anno, i bambini e le bambine sono diventati invisibili – denuncia –. Nei decreti di questa primavera non venivano considerati, anche il linguaggio denunciava un forte arretramento culturale: le persone di minore età non sono state pensate come soggetti di diritto, diritto anche alla partecipazione e all’ascolto.

Le istituzioni sollevavano il problema di conciliare attività lavorativa e gestione dei figli, ma non si poneva l’accento sul diritto all’istruzione che, con le scuole chiuse, andava inevitabilmente perso. Poi si è parlato di come affrontare la gestione dei figli di genitori separati, ma mai dal punto di vista dei più piccoli.

Ancora, i bambini e i ragazzi sono stati gli ‘untori’ dei nonni e della popolazione anziana. Fino al voucher babysitter, che ancora una volta non prendeva in considerazione il vero problema: dove era finito il rispetto dei diritti dei minori? Il diritto allo studio, alla socialità, all’aria aperta”.

Agli adolescenti non è andata meglio. “In occasione della presentazione dell’11° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia di metà novembre abbiamo organizzato la Children’s week.

È nostra abitudine, infatti, lasciare che siano i ragazzi a raccontarsi”. Saulini parla di ragazzi propositivi, “sul pezzo”: “Tutti i giovani coinvolti ci hanno spiegato, piccati, che non si riconoscevano per nulla nella descrizione che di loro veniva fatta, quella di essere tutti untori, interessati solo alla movida, superficiali ed egoisti. Si tratta di un problema annoso: l’adolescenza, purtroppo, è sempre vista in forma mediata e mai propositiva. Certo l’adolescenza è un’età di problemi e disagi, ma non si esaurisce lì, c’è tanto altro”.

Il problema che solleva Saulini è chiaro: la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza non ancora prevede una risposta organica, ma sempre e solo frammentata: “Ministero del Lavoro, della Famiglia, del Lavoro, dell’Istruzione devono ragionare insieme, non per compartimenti stagni. Le stesse task force non riescono a garantire una visione d’insieme”.

In estate, spiega, ci si è finalmente resi conto che le persone di minore età avevano dei bisogni. Perché i diritti sono stati compressi per tutti, ma per loro la socialità, lo stare all’aria aperta, il gioco, hanno un peso diverso.

“L’apertura dei centri estivi, per molti, ha significato una nuova consapevolezza nell’accettare le regole anti-contagio, che magari tra le mura domestiche erano state percepite in maniera diversa; per altri è stato il momento in cui, finalmente, far fuoriuscire le emozioni negative vissute in lockdown.

Ma, finita l’estate, si è ricominciato a parlare di scuola come fonte di contagio, oppure legata al problema del trasporto pubblico. Ancora una volta si trascura il cuore della questione: il rischio di abbandono scolastico soprattutto per i ragazzi più fragili”.

Guardando avanti, quali saranno le parole che caratterizzeranno il 2021 delle persone di minore età? “Per la ripresa post Covid è stato istituito il fondo Next Generation.

Ecco, sarebbe bello se le ‘nuove generazioni’ guidassero la ripartenza. Vorrei che si cominciasse a parlare di giovani come protagonistiLa loro enorme energia dovrebbe essere valorizzata in luoghi di confronto strutturali e strutturati.

Non solo: in un’ottica di riscoperta dei territori, con la dichiarata volontà di far crescere le comunità educanti, i ragazzi devono poter essere protagonisti dei territori che vivono”.

A guardare agli adolescenti come protagonisti è Stefano Laffi, ricercatore sociale presso l’agenzia Codici e Ricerche, che organizza progetti per coinvolgere e dare voce ai giovani delle periferie di Milano.

“In questo 2020 prima i ragazzi prima sono stati considerati vittime del lockdown, e poi appena c’è stata la riapertura rapidamente criminalizzati, additati come potenziali untori – spiega –.

Gli articoli di cronaca difficilmente hanno parlato di chi invece rispettava le regole: del resto, stare dentro le norme si concretizzava nel non uscire di casa, ma il non uscire di casa è difficile da raccontare a livello giornalistico. Che cosa si può immortalare, una strada vuota? Ecco allora gli appostamenti di giornalisti e fotografi in punti strategici, per immortalare la cosiddetta ‘movida’”.

Solo l’anno prima, spiega Laffi, i giovani erano invece stati presi in considerazione con una profondità diversa: con Fridays for Future le nuove generazioni avevano finalmente preso parola ed erano diventate protagoniste del cambiamento.

Le grandi manifestazioni avevano riempito le città, le scuole erano diventate plastic free, addirittura si era aperto un dibattito sulla possibilità di estendere il diritto di voto a 16 anni. Oggi che fine ha fatto tutto questo movimento?

“I ragazzi hanno capito che la loro militanza oggi si concretizza nel non uscire – spiega Laffi –. Questa scelta, che sembra all’apparenza la più privata e pigra, in realtà è la loro assunzione di responsabilità, come prima era scendere in piazza e chiedere un mondo plastic free”.

I bambini e i ragazzi, in questo complicato 2020, non sono mai stati né ascoltati né presi in considerazione. Per loro non sono stati previsti luoghi di confronto, non sono stati coinvolti nella decisione delle regole che li avrebbero interessati direttamente.

“La cosa che è completamente mancata, dal punto di vista istituzionale ma anche dell’informazione, è stato il fatto di interpellare gli adolescenti e chiedere il loro parere – conclude Laffi –. Non è stato fatto né nelle scuole, né nei luoghi di decisione della politica, né sui giornali.

La voce dei ragazzi è mancata completamente: hanno dovuto subire questa situazione senza essere ascoltati. La pandemia si è mangiata tutti i passi avanti che erano stati fatti: nel 2019 i ragazzi erano stati i grandi promotori del cambiamento; nel 2020 li abbiamo chiusi a casa. E loro hanno accettato in silenzio: del resto, quando non ti puoi muovere e mettere insieme agli altri, è difficile alzare la voce”.