Tempo di lettura: 4 minuti

8 agosto 1916. Siamo in piena prima guerra mondiale. Goriziano, trincea caldissima e dolente. Gorizia, una città devastata dai bombardamenti della sesta battaglia dell’Isonzo.

Quel giorno, un poeta fiorentino che tanto aveva vissuto a Venezia, lavorando alle Poste centrali e che ora in guerra era responsabile postale della XII divisione di stanza in Friuli Venezia Giulia, incontra un cane.

Forse un randagio abbandonato. Forse un cane arruolato in un’altra divisione e che si era perso. Forse un’anima in cerca d’amore. Alto e robusto, sano, con una lunga coda, un muso appuntito che sembra sorridere, gli occhi rassegnati di chi ha conosciuto tempi migliori.

Vittorio Locchi, questo era il nome del giovane poeta, lo porterà con sé quel cagnone dall’occhio implorante. Lo chiamerà Isonzo e lo terrà per sempre. Isonzo diventerà la sua ombra, in trincea come in prima linea. Assieme da una parte all’altra del fronte per portare la posta. Vedevi arrivare lui, a cavallo, e dietro il fido e trotterellante Isonzo.

Non sapeva il poeta che Isonzo non era un randagio. Un bastardo, forse, ma non un randagio. Era nato in una bella e ricca dimora. Era amato e accudito dai suoi padroni. Poteva correre ogni giorno per il giardino e tornare a casa per trovare riparo e un pasto sostanzioso.

Così come per Vittorio, anche per Isonzo la guerra significò cancellare la vita di prima. Ritrovarsi per la strada. Solo come non era mai stato prima. Ma era un cane forte e fu facile essere arruolato. D’altra parte meglio tirare un carretto con le munizioni o un cannone piuttosto che vagare per strada. Qualche carezza prima o poi arriva. E un pasto caldo anche.

Sono loro, Locchi e Isonzo,  ad accompagnarci in un prezioso libro – Vittorio Locchi e il cane Isonzo – che racconta con altri occhi la prima guerra mondiale. Una guerra vista con lo sguardo e l’anima degli animali. Cani, muli, cavalli. Ma anche colombi. E soprattutto cani.

Serenella Ferrari, storica dell’arte, goriziana, ha voluto ricostruire la loro storia. Fra verità e fiction. Una storia di amicizia che si incrocia con quella di migliaia di altri uomini e altri animali che hanno vissuto sulla propria pelle una guerra terribile, ancor più terribile sul fronte orientale.

Partendo dal ritrovamento di una cartolina, che ritrae Vittorio Locchi e Isonzo insieme e sorridenti, Ferrari racconta con maestria, facendoci ritrovare i momenti salienti di quella guerra al confine, aiutandoci a riconoscere i luoghi, provocando emozioni intense quando parla dell’amicizia, del legame profondo e purtroppo senza futuro fra Vittorio e Isonzo. Ci conduce per mano fino alla fine e quando arrivi all’ultima pagina, qualche lacrima scende dagli occhi. Vorresti non lasciarli mai quei due amici. Non ti resta che portarteli nel cuore, per sempre.

Un libro intenso che piacerà agli appassionati di storia – qui l’autrice è rigorosa – e a tutti coloro che amano gli animali e le storie di vero amore.

Il biondo Isonzo fu uno degli oltre 16 milioni di pelosi che accompagnarono i nostri soldati in guerra. 11 milioni furono gli equini fra cavalli, asini e soprattutto muli, centomila i cani e 200mila piccioni.

Un esercito silenzioso al quale Serenella Ferrari, assieme a un’altra studiosa, Suzanne E.L.Probst, aveva già dato voce qualche anno fa con una mostra di fotografie e documenti   1914/18:la guerra e gli animali. Truppe silenziose al servizio degli eserciti che poi era anche diventata un libro con la prefazione di Oliviero Toscani.

“Fin dall’antichità l’uomo ha usato gli animali in guerra – spiega Serenella Ferrari. “Omero narra di carri trainati da cavalli durante l’assedio di Troia, Alessandro il Macedone affronta i Persiani in groppa al suo mitico Bucefalo, Annibale valica le Alpi con trentasette elefanti da guerra per non dimenticare le oche sacre del Campidoglio che scongiurarono l’assalto da parte dei Galli di Brenno.

Anche nel corso della Grande Guerra, nonostante l’impiego di armi sempre più sofisticate e trasporti motorizzati, l’uomo non ha potuto fare a meno degli animali impiegandoli nelle mansioni più diverse per sostenere le truppe di tutti gli eserciti: cavalli, buoi, cani, gatti, muli e piccioni, animali da lavoro, da cibo e da affezione in guerra CON e PER l’uomo, trasportando armi, munizioni, equipaggiamenti, ma anche liberando le trincee dai ratti”.

La maggior parte di questi animali – cani, cavalli e muli che la popolazione civile era stata obbligata a consegnare all’esercito – non fece più ritorno a casa.

Morirono sui campi di battaglia, morirono esposti senza protezione ai gas tossici, morirono per gli stenti, per le pandemie o sacrificati dai loro stessi camerati umani disperatamente affamati.

I fotografi di guerra hanno lasciato una testimonianza preziosa. Hanno documentato quale fosse davvero il ruolo che questi animali hanno avuto a fianco dei soldati di tutte le nazionalità.

Eppure, sorride amaramente Serenella, questi animali non vengono ricordati nei libri di storia. Restano eroi silenziosi.

Ora non più. Grazie a lei.