La fine primavera, con l’inizio dell’estate, assomma l’avvicendarsi stagionale del lungo periodo in cui la mostra d’arte, dal titolo “Il corpo celeste – Vittorio Trainini e Oscar Di Prata nella bottega Poisa: i grandi apparati eucaristici”, percorre il 2015, dal 23 maggio fino al 5 luglio, negli spazi claustrali del museo diocesano di Brescia, al civico 13 di via Gasparo da Salò, per un’importante e composita esposizione dallo spessore plurale che è dedicata ai due famosi artisti bresciani, Vittorio Trainini (1888 – 1969) ed Oscar Di Prata (1910 – 2006), mediante la messa in evidenza di un particolare connubio con il laboratorio artistico “Poisa” a cui parte del loro lavoro si riconduce, in un’effettiva ed in un’operosa collaborazione sostanziale.

Grazie alla munifica disponibilità dell’attuale esponente di questa stimata famiglia di eccellenti produttori di opere artistiche, ispirate, fin dal lontano Settecento, a sacre ambientazioni, pervase da esplicite connotazioni devozionistiche, il museo diocesano di Brescia ha recepito una numerosa raccolta di quei disegni preparatori che i due artisti avevano, nel tempo, stilato, per una conseguente consegna operativa affidata ad un’accurata mediazione plastica dei loro lavori, propedeutici allo studio dei manufatti tridimensionali propri di un’ecclesiastica ideazione e collocazione.

Durante la manifestazione inaugurale della mostra, il direttore del museo diocesano, don Giuseppe Fusari, ha, fra l’altro, sottolineato il ruolo di Giuseppe Poisa, ultimo titolare dell’omonimo laboratorio di via Pace a Brescia, chiuso nel 2008, per l’utile messa a disposizione documentaristica di molti bozzetti figurativi che, del carisma compositivo dei due autori, ne riassumono gli eloquenti riferimenti rappresentativi, contraddistinti da una compenetrata armonia di fattori.

Presente anche Mauro Salvatore, al vertice dellaFondazione San Francesco di Sales” di Brescia, che, all’inaugurazione ha, fra l’altro, fornito le precisazioni di come quest’iniziativa espositiva si configuri nell’ambito della più vasta ed articolata manifestazione culturale del “Corpus Hominis” della quale la diocesi bresciana ne sperimenta, in più tappe e nell’attrattiva diluizione di varie giornate, la prima contestuale edizione, costituita da una serie di appuntamenti d’aggregazione, attorno a temi di ampia proporzione, protesi a favorire la comunitarietà di una sintesi propositiva nella compartecipazione ad eventi di confronto, di vita spirituale e di contenuti formativi.

Per la cura dello stesso don Giuseppe Fusari e di Lorenza Giovanelli, con la collaborazione di quattro ragazzi dell’Accademia LABA di Brescia, secondo la progettazione dello studio di architettura 09_architecture di Nicolò e Jacopo Galeazzi e Stefano Di Corato, la mostra “Il corpo celeste” è disposta in tre ambienti, fra loro, adiacenti.

L’ingresso, a cui si può accedere negli orari d’apertura quotidianamente distribuiti dalle ore 10 a mezzogiorno e dalle ore 15 alle ore 18, con la sola esclusione del mercoledì, immette nella sala di mezzo, dedicata al prestigioso e memorabile laboratorio “Poisa”, attraverso un allestimento che privilegia, unitamente alla fitta esposizione su un supporto ligneo dei disegni e di una varietà di documentazione dei due compianti artisti, alcune imponenti realtà evocative che si rifanno alla concreta esemplificazione di questo raffinato opificio, dedito alla produzione di quanto, secondo un rispettivo anelito artistico, giungeva tra i propri qualificati strumenti istruiti per il completamento compositivo di una ricercata risoluzione.

trainini_bodyQuella risoluzione che, dalle forme grafiche dei disegni, approdava alla solida tridimensionalità di una diversa espressione, rispetto all’originale ideazione figurativa, pure pensata perchè alla stessa se ne fosse poi data la materia effettiva di una raggiunta attribuzione nel legno, nello stucco e nell’assemblaggio delle parti in rilievo, uscite dal ciclo di una precisa lavorazione, grazie alla scultorea assimilazione, in un’unica matrice, di quel bozzetto connotativo che ne aveva preannunciato la successiva realizzazione.

Come significativa testimonianza di questo laborioso settore, l’ambiente d’accoglienza della mostra rende possibile, fra l’altro, la visione del fastoso e solenne apparato delle Quarantore, appositamente trasferito, per la specifica occasione, grazie alla disponibilità del parroco don Amerigo Barbieri, dalla sua sede in un’antica chiesa cittadina che, come attesta un pannello informativo presente sul posto, è stato “interamente intagliato e dorato dal laboratorio Poisa. E’ stato realizzato su disegno di Vittorio Trainini nel 1952 ed è, tutt’oggi, utilizzato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista”.

Di quest’artista, di cui, fra i presenti alla manifestazione inaugurale della mostra stessa, c’era il figlio Gigi, sono inseriti, nel raccolto circuito dell’esposizione, quei suoi bozzetti che, nella sala attigua di siniostra, trovano una particolareggiata ubicazione, correlata da una didascalica presentazione, facente capo alla possibile individuazione delle opere rispettivamente confacenti i carboncini su “carta da spolvero” che sono relativi alla “sezione sinistra di una cornice decorata con putti e motivi floreali a bassorilievo”, allo “studio per il candelabro del cero pasquale della chiesa di S. Vittore (Milano)”, al “progetto per il tronetto dell’ostensorio della Chiesa di Odolo (Brescia)”, allo “studio per coppia di puttini reggicero”, allo “studio per dettaglio della base di un ostensorio con putti”, al “progetto per la cornice con putti della chiesa di S. Camillo” ed al “progetto per l’apparato delle Quarantore della chiesa di Quinzano (Brescia)”.

I soggetti, praticati nelle varie opere esposte ed ispirati al trascendente, conformano, nella caratteristica iconografia della tradizione devozionale che si apre alla spirituale sfera immanente, quell’irraggiamento ideale che appare pure sotteso alle considerazioni espresse dallo storico e giornalista brasiliano Plinio Correa De Oliveira (1908 – 1995) in quel pensiero che è evidenziato nella mostra, secondo lo stile dei pannelli divulgativi del medesimo allestimento: “Dio nostro Signore ci diede le creature, affinché esse ci servissero per giungere a lui, così bisogna che la cultura e l’arte, ispirate dalla fede, pongano in evidenza tutte le bellezze del creato irrazionale e tutti gli splendori del talento e della virtù dell’anima umana. E’ quella che si chiama cultura e civiltà cristiana, in questo modo, gli uomini si formano nella verità e nella bellezza, nell’amore per il sublime, per la gerarchia e per l’ordine che rispecchiano nell’universo la perfezione del Creatore”.

In questo ambito, una feconda gemmazione di tali concetti si esplica anche nella quarantina di opere   significative dell’abbondante produzione artistica del pittore Oscar Di Prata che sono sistemate nella sala di destra della mostra, attraverso una diversificazione di contributi espressivi anche cromaticamente contraddistinti da una peculiare metodica di rappresentazione, rispettivamente gravitanti dalla matita alla tempera, dall’acquerello alla tecnica mista, dal carboncino alla finale soluzione stilistica della litografia.

Tra  studi di angeli, scene di vita evangelica, anonimi ritratti di personaggi rimasti immaginari e sezionanti interpretazioni di apparati liturgici, anche l’affascinante apporto di questo apprezzato e qualificato autore di cui, nella biografia ufficiale, Giovanni Quaresmini, fra l’altro, ne attribuisce quel “realismo dell’anima” con cui, mediante la pittura, “ha esplorato la problematica condizione dell’uomo”, concorre a trasporre il tema del sacro in una mistica rappresentazione, costituente l’arte inclusa nella materica poliedricità di quelle opere, nel caso della mostra “Il corpo celeste”, uscite dal laboratorio della famiglia “Poisa” che, nelle sedi religiose, trovano una perdurante ed una ieratica collocazione.