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Brescia – Genuine e garbate, le parole del libro “Depressione – Vivere con il male oscuro” vibrano emozioni pronunciate nell’offrire considerazioni rapportate all’opportunità di una possibile riflessione circa l’argomento espresso nel titolo dell’inequivocabile enunciazione di copertina alla quale è pure correlata la personale ed implicita attestazione di una sperimentata convivenza instauratasi con quella patologia alla quale, nel volume, è dedicata una peculiare trattazione esplicativa.

Per le edizioni “Lampi di stampa”, Aldo Trapuzzano si cimenta in una laboriosa ed, al medesimo tempo, spontanea esposizione di questa tematica, sviluppandola in quella struttura, forma ed intelaiatura romanzata che, nel contenuto, si dipana nel rovesciamento tattico narrante di una verace natura, apportatrice della realtà effettiva, nel modo stesso in cui appare propria di una diretta e di una autentica testimonianza, divulgata nella condivisione di una significativa esperienza che, nelle circa centotrenta pagine del libro, si manifesta mediante una sollecita e disarmante premura.

Alla riuscita scelta della narrazione, l’autore affida il prodotto della sua ispirazione, speculare a quanto risulta funzionale a prospettare la potenziale incidenza di un utile confronto con la tematica affrontata che appare coniugata tanto ad una personale, quanto ad una diffusa attinenza con una plurale estrinsecazione, nell’ambito delle tipiche e delle svelate manifestazioni, attraverso le quali, della depressione, solitamente se ne appura una ricorrente ed una sintomatica caratterizzazione.

Già apprezzato autore, per quanto riguarda questo interessante argomento, dei libri, “Ergo Sum” pubblicato per le edizioni Il filo, e “Depressione e Coscienza”, pure editato dalla Lampi di Stampa, Aldo Trapuzzano innerva coraggio nella scrittura per continuare ad approfondire gli ardui aspetti legati al complesso genere della patologia depressiva, attraverso la dinamica affidata alla trama di un’affabulazione in prima persona narrante dove “una giornalista che conduce da anni ricerche e inchieste sulla Depressione in giro per il mondo, si imbatte in un libro sull’argomento scritto da un autore sconosciuto, incuriosita decide di intervistarlo. Avvicinandosi all’uomo se ne innamorerà appassionatamente e troverà risposta a molti interrogativi sulla malattia della Depressione e sulla propria esistenza”.

Depressione_copertinaL’artifizio del ricorrere a questo personaggio immaginario, ideato a finzione di un ruolo importante, perchè nel libro ne discenda una corrispondente linea d’azione trainante, si traduce, di fatto, nel genere letterario di un libro-intervista dove, all’insieme delle domande, combacia la ragionata proiezione delle risposte che sono suffragate da motivate asserzioni, traslate da un indotto esperienziale, maturato sul campo e scaturito da una perdurante interazione con questo inibente disagio patologico invalidante.

Cinque capitoli aprono la via metaforica per un viaggio indenne nel mondo della depressione, qui considerata come “una malattia subdola che distrugge l’essere umano in pochissimo tempo dall’insorgenza, la sensazione di cadere nel baratro è molto forte e la persona non sa come evitarlo e come fermare questa caduta libera. Per chi non ha mai avuto episodi depressivi, la sensazione è quella di sentirsi disperato e questa sensazione tende ad aumentare fino a quando la persona proverà un’ansia fortissima e si sentirà impotente, senza via di scampo, ma la cosa che disturba di più è la sensazione di inutilità”.

Nel credere “agli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani”, questa esaminata porzione di umanità è interpretata in una disinvolta scrittura scorrevole ed immediata che si avvale di un’abile introspezione aderente al tema, attraverso le descritte vicissitudini mediante le quali la stessa inclinazione risulta racchiusa nell’animo di quei personaggi che, a vario titolo, hanno un rispettivo ruolo nel libro in cui le colonne portanti sono una psicologa “bionda con un fisico attraente e un bel sorriso”, con la passione per il giornalismo ed interessata alla depressione anche per la necessità di aiutare il proprio fratello, Camillo, che ne è affetto, ed il “sig. T.” a cui, invece, spetta la libera descrizione della sua esperienza, vissuta nel cercare di fare fronte ai sintomi del “male oscuro”, non senza avere occasionalmente intessuto con questa giovane donna, una fugace relazione sentimentale, inaspettatamente sbocciata, nella parte romanzata del testo, proprio a ridosso dell’intervista che questo personaggio, allusivo dell’autore, concede a chi, nella trama del suo stesso resoconto, si presta ad esserne il mentore.

In questa “epoca dalle passioni tristi”, un contemporaneo irraggiamento di sferzanti constatazioni personali, sfiorate dal riflesso di uno stigmatizzato contesto, si sviluppano, nell’accennata intervista, in risposta, fra l’altro, al quesito di “come potrebbe essere un mondo più giusto?” suscitando, nell’intervistato, l’appunto ramingo che “sembra che parlare dell’essere umano sia una vergogna, si pronuncia questa parola sottovoce per paura di essere preso in giro. Pochi scrivono della vita dell’uomo, mentre molti, con più successo, scrivono di come toglierla, la vita. Sembra un controsenso, ma non lo è, in quanto, in questo mondo dove ci si è dimenticati delle origini, si fa di tutto per annullare qualsiasi cosa che l’uomo ha costruito per il suo bene. Ci sono falsi messaggi stupidi, senza rispetto alcuno che spingono la gente a distruggere senza sapere come ricostruire, buttando tutto al vento in modo che possa regnare l’ignoranza, il menefreghismo, il razzismo, l’odio contro tutto e tutti, in modo che tutti siano nemici di tutti. E’ come è sempre stato nella storia “dividi et impera”: solo così si può avere il potere incontrastato. Quando c’è l’ignoranza tutto è possibile, basta ricordare Gesù e Barabba, scelsero Barabba solo per non voler sapere chi era Gesù Cristo”.

depressioneA scanso dell’accennato “non sapere”, il “sig. T.” snocciola efficaci spunti d’indagine circa le cause, gli effetti ed i possibili interventi ai quali ricorrere per quel “buco nero” entro il quale la persona affetta dalla depressione si sente risucchiata in una alienante estraniazione, in certi casi, pure spinta fino ad “uno stato di prostrazione permanente che costringe a rifiutare l’esistenza”, come “una canna al vento che continua a piegarsi fino a quando non si spezza definitivamente”, dal momento che “la sofferenza psicologica si può manifestare con un insieme di sintomi. L’ansia provoca la paura angosciosa per l’attesa di un disastro imminente. Ogni piccolo problema viene enfatizzato (….). La tensione nervosa provoca altri problemi, dolori come mal di testa, di stomaco, alle gambe, alla schiena, al petto come per un infarto. Si ha la bocca secca, mancanza d’aria, vertigini, insonnia, tremori, sudorazione eccessiva diurna e notturna, nausea, affaticabilità e debolezza ingiustificate, tutto questo si può verificare tutti i giorni, indebolendo sempre di più un organismo già provato. A questi sintomi si associano diminuzione della capacità di prendere decisioni, problemi di memoria, facilità al pianto ed una tristezza profonda, talmente profonda da divenire una dolorosa visione di se stessi e del mondo, accompagnata da angoscia e disperazione. E tutto questo è solo una parte di cosa può soffrire una persona depressa”.

Si tratta, al tempo stesso, pure di solo una parte di quel che si può trovare dettagliato nel libro di Aldo Trapuzzano: terzo della feconda trilogia riservata al medesimo argomento, rispettivamente affrontato secondo un diverso piglio editoriale che, in questa pubblicazione, offre spazio anche a controdeduzioni che sfatano certe controverse versioni, secondo le quali, ad esempio, la depressione è solo bipolare; è prerogativa di una certa estrazione sociale ed è pure correlata alla fenomenologia criminale, essendo, ancora secondo l’immaginario di certuni, effetto della psiche di soggetti già in difficoltà dal punto di vista umorale.

Nel confutare queste fuorvianti concezioni, il “sig. T.” racconta la sua depressione, proporzionata a quella forza di gravità trascinante, mediante la quale la stessa naturalmente appare nel prendere il proprio corso, al pari della parole da lui usate con le quali, nel suo essere scrittore, instaura con l’intervistatrice e, quindi, con il lettore, un significativo discorso.

Una forma dialogante, piacevole nell’estro compositivo, secondo un’interrelazione narrativa colloquiante, “a libro aperto” che, preziosamente, concorre a tratteggiare un profilo meglio intelleggibile attorno a quel paludamento di malinconia depressiva, già un tempo, come ricorda lo stesso autore, individuato a terminologia eufemistica di questa malattia.

Un termine, apparentato alle molteplici sfumature della tristezza, che emerge, ad esempio, dal retaggio della mistica francescana, coeva al “poverello d’Assisi”, che è, ad esempio, presente nella rivisitazione contemplata ne il “Trattato dei miracoli” di Angelo Branduardi, dove l’intervento del santo è valso a sanare anche una persona angustiata da tale problematica: “Per le febbri ardeva Gualtiero d’Arezzo / A Francesco fece voto e fu guarito. / Ed un figlio maschio ebbe Giuliana / che di malinconia si consumava. / In terra di Spagna a San Facondo / Un grande ciliegio si era inaridito, / la gente del paese lo affidò a Francesco/ e, fiorito, a Primavera, stupiva il mondo”.