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Esistono nel mondo reale. Convivono con tutto ciò che si insinua nella realtà fattuale. Concezioni relative all’interpretare l’evolversi di quanto gravita intorno ad un dato ambito particolare.

Voci che corrono e si tramandano in un retaggio popolare, tanto da poter conformare una sorta di frammentario manuale esperienziale, disponibile a lettura dei più disparati temi che risultano legati all’interazione dell’’uomo con l’incombere di una costante mediazione del mondo naturale.

Se ne era consapevoli già nel lontano 1837, quando nell’edizione della “Gazzetta della Provincia di Pavia” del 27 maggio, un non meglio precisato autore trattava l’argomento, annunciato nel titolo del suo diffuso intervento in cui, appunto, aveva inteso spiegare “di alcuni pregiudizi relativi all’agricoltura”.

Il successivo 3 giugno, era la volta di un seguito ad ulteriore pronunciamento, nell’uscita in stampa del medesimo giornale, completando la diffusa riflessione iniziata, nel documentare, in una seconda parte, la precisazione di una serie di altri esempi caratteristici, in larga misura non del tutto estranei, anche ai tempi odierni, a motivo della comune portata di versioni analogamente riconoscibili.

Al centro della scena, la luna. L’affascinante presenza notturna che si evolve nelle sue conclamate fasi tradizionali, era, a pieno titolo, menzionata nel merito delle tendenze ad operare in agricoltura, a seconda di come questa antica luce dell’empireo più lontano, si presentasse ai comuni mortali: “(…) pretendono i legumi non riescire saporiti se non quando vengano seminati nella luna vecchia. Consigliano di potare le vite alternativamente un anno in luna vecchia, ed il seguente in luna nuova, giacchè la prima, procura abbondantissima vendemmia, l’altra fa crescere i tralci. (…)”.

Tale “pretesa”, nella semplice veste di una perentoria convinzione, presumibilmente derivante dall’affidarsi al lascito tramandato di una sedicente sperimentazione, era riferita agli operatori del settore, nel quadro di quella fattispecie produttiva, da sempre affidata alla natura perché ogni sforzo, profuso nella materia viva, si tramutasse in una soddisfacente produzione effettiva, andando, pure, a considerare che: “(…) nota è l’influenza che si attribuisce alla luna sulle variazioni dell’atmosfera e sui lavori agricoli. Per me, non oso negarla; ma, nello stato attuale delle nostre cognizioni, noi possiamo riguardare siccome pregiudizi la maggior parte degli effetti che gli agricoltori, dalla più remota antichità, attribuiscono a questo pianeta. Plinio afferma il tornar meglio il raccogliere ed il seminare, sia frutti che granaglie, a luna calante piuttosto che a luna crescente; non doversi spargere il letame, castrare montoni, tori, che a luna calante; esser d’uopo di mettere a covare le uova nel novilunio ecc… I villani che giurano sulla luna, non ammazzerebbero i loro maiali, quantunque grassi, se non allorchè la luna decresce, giacchè allora, dicono, il lardo cala, altresì, nel diseccare”.

Allo stesso modo, dal piano del cielo a quello terrestre, le misure di arcane credenze portavano a proporzionare una gamma di diverse altre circostanze, secondo quella linea di tenuta su apparenti forme inspiegabili che sembrava avessero ispirato un punto fermo nel codificarne le più ricorrenti evenienze: “(…) Se una gallina si mette a cantare alla foggia del gallo, le si schianta il collo perché quel canto è di cattivo augurio. Se un fanciullo alla mammella è malinconico o rifiuta di poppare, si crede sia l’effetto d’un maleficio. Allorchè i porci sono ammalati, si attribuisce alla sorte che un individuo od una magliarda abbia loro gittata. (…)”.

Chi cadeva in questi sospetti, cioè d’aver operato qualche influsso negativo, pare potesse vedersi compromesso anche dal dover rendere ragione dei propri comportamenti che, per quanto a prima vista del tutto innocenti, come pure, nella più serena ipotesi, lo erano nella sostanza, appariva a qualcuno che avessero intaccato l’equilibrio di quel quieto vivere, già di per sé gravoso in tempi di vacche magre, che, in quanti lo monitoravano, assumeva i contorni del manifestare imponderabili paure, fino alle più ossessive conseguenze, come, restando all’esempio, sopra menzionato, si proseguiva, nel testo ottocentesco, con il ribadire: “(…) se era passato dal villaggio un mendicante, una vecchia, si correva loro dietro, si conducevano presso il porco od il fanciullo malato: sovente questi disgraziati convenivano bonariamente di aver gettate le sorti, attestavano esser ciò accaduto involontariamente ed esserne pronti a distruggerne l’effetto. (…)”.

Il rimedio, secondo l’opinione emergente nel corso di quel 1837, era “(…) l’istruzione primaria, diffondendo nelle classi povere buoni principi di morale e serie idee di ragione (…)”: intanto, però, tra le righe di questa ragionevole rappresentazione delle sbavature superstiziose da limare in una razionale soluzione, si faceva strada l’evocare, parecchi decenni prima dell’odierno attimo fuggente, ciò che era riconducibile, anche allora, all’interpretazione del volo di una rondine, piuttosto che al sinistro ululare di un cane, o anche alle sopravviventi figure di streghe ed, in un altro genere sempreverde, di folletti, quasi come se le stesse fossero implicite a quella natura atavica dove profilano, insieme all’uomo, la propria distinta ed inscindibile impronta in una perdurante letteratura.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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