Ho aggiunto il mio profilo alla lunga lista di Facebook lo scorso inverno. Più per curiosità che per altro. Non sentivo, infatti, minimamente l’esigenza di entrare a far parte di questa “nuova comunità”. Lo dimostra il fatto che, iscritta ormai da sei mesi, non ho ancora utilizzato l’inflazionato mezzo di “comunicazione”. E non certo per ostilità al mondo web. Lavoro in rete e sono costantemente “connessa”. Una prima spiegazione al mio atteggiamento “anti”facebook me la sono data da sola: fondamentalmente non è ho bisogno. Quando voglio parlare con un amico (anche di vecchia data o che non sento da un secolo) lo chiamo al telefono o gli chiedo di incontrarci. E a socializzare, nel vero senso della parola, cioè vis a vis, non ho mai avuto problemi.

Dopo aver letto “Dilettanti.com”, geniale intuizione di Andrew Keen, principale critico contemporaneo della rete, ho scoperto che la mia naturale “repulsione” era inconsciamente ripudio di quello che l’illustre pensatore del web definisce il “moderno narcisismo digitale”. Autocompiacimento, selfpromotion, egocentrismo sono, infatti, tra le nuove credenziali del web 2.0, il calderone che ingloba tutti quei siti che vanno sotto l’etichetta “user – created”, dove creatori e fruitori di contenuti coincidono. Sono i pianeti Facebook, You Tube, My Space e compagnia bella. “Luoghi” in cui ci si “incontra”, ci si “conosce”, si “parla”, si caricano i propri filmati e dove nascono tavole rotonde sui temi più svariati.

Parrebbe cosa buona e giusta, soprattutto in un mondo che sempre più spesso logora la socializzazione e l’espressione. Se non fosse che, purtroppo, nella “democrazia” del web 2.0, dove ognuno può dire la sua, non esistono regole e scarseggiano i controlli. Ne consegue che questi siti rappresentano il terreno più fertile dove far prolificare inganni, false seduzioni e diffondere opinioni spesso manipolate ad hoc. Eloquenti gli esempi riportati da Keen riguardo alle macchinazioni veicolate dal web 2.0 in campo di elezioni (un vero e proprio vademecum su come diffamare il proprio avversario politico e fargli perdere le elezioni), sulle ipotesi stravaganti legate all’11 settembre o sulla presunta nascita di nuovi gruppi neofascisti pronti a raccogliere adesioni. Tutti “contenuti” che vengono messi on line senza essere soggetti a controlli, dove chi pubblica (i dilettanti del web 2.0) non è chiamato a rispondere di ciò che esprime, e quindi si può permettere di scrivere quello che vuole. Un giornalista, al contrario, deve rispondere di ciò che scrive in prima persona, i suo articoli prima di essere pubblicati vengono letti da un direttore.

Chi pubblica su siti user-created non deve certo dar conto a direttori o editori. Così è all’ordine del giorno il copia-incolla (e che fine fa la proprietà intellettuale di un professionista?), il proliferare di contenuti scandenti, filmati a dir poco senza senso (come un gatto che suona il pianoforte o un tizio che balla scalmanato sulla spiaggia) che registrano share da capogiro. Il che la dice lunga sui gusti che la nostra società sta sviluppando, contenuti prodotti dal ragazzo della porta accanto, che non è un giornalista, non è un regista e non è un musicista. Il colmo è che i contenuti dei siti user-crated mangiano spazio ai contenuti dei veri professionisti: “la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia” sottolinea Keen più volte. Il gusto di una società va educato, va direzionato verso prodotti di livello. Musica, film, articoli, libri sono sempre stati prodotti da professionisti. Non ci si improvvisa Mozart o Balzac.

Oggi, invece, il culto del dilettante sta spopolando e diseducando. “Il talento, invece, è raro” ricorda Keen. Eppure quante case discografiche hanno chiuso i battenti o sono in procinto di farlo perché la distribuzione, non sempre legale, sul web ha preso il sopravvento. La stessa cosa vale per tante testate giornalistiche, agenzie di pubblicità e di pubbliche relazioni: “Wikipedia incontra MySpace che incontra YouTube: la democratizzazione dei mezzi di comunicazione sta indebolendo e minimizzando competenza, esperienza e talento… Le reti televisive subiscono l’attacco della programmazione autoprodotta di You Tube; il file-sharing e la pirateria digitale hanno devastato l’industria multimiliardaria della musica e ora minacciano di distruggere quella del cinema..I media democraticizzati del web 2.0 stanno rimodellando il nostro panorama intellettuale, economico e politico. E’ necessario trovare un modo per sfruttare gli aspetti positivi del futuro digitale senza distruggere le istituzioni del passato”.

Dilettanti.com è l’attento campanello d’allarme sulla diffusione di un “format” ambiguo di “comunicazione”, una forma di partecipazione al “sapere” che si sta diffondendo a macchia d’olio ma che sta seriamente minacciando le tradizionali istituzioni culturali.