Mostre / La grafica di Ugo Aldrighi

Brescia – A 23 anni dalla scomparsa di Ugo Aldrighi (Brescia, 1917-2003) il Museo Dolci coglie l’occasione per raccontare al pubblico alcuni aspetti  dell’opera dell’artista bresciano, cantore di scene di quotidianità all’interno di quel quartiere Carmine cui egli stesso appartenne. Nelle sale del giovane museo, sostenuto fra gli altri anche da Cassa Padana Bcc, si trova ritratta la vociante moltitudine, composta da fruttivendoli e bambini che giocano a palla, arrotini e prostitute, che animava il pittoresco quartiere, emblema della Brescia popolare, almeno fino agli anni Novanta del Novecento.

Un ritratto partecipe di una umanità variegata e scomposta, caratterizzata da vitale dinamismo e sempre affaccendata, che Aldrighi restituisce con fragranza cromatica fatta di impasti rosso vivo, azzurri e gialli, racchiusi in solidi contorni e stesi su supporti di juta trattati a gesso. I soggetti scelti documentano il legame viscerale dell’autore bresciano con la sua città, di cui è indagata l’animata popolosità con bonaria partecipazione. Una ulteriore conferma di ciò, ora, la si trova negli appunti posti a margine delle pagine di diario vergate dall’artista stesso: scritti rimasti inediti sino ad oggi, divenuti oggetto di studio in relazione alla mostra grazie alla disponibilità della figlia Livia, a cui si deve l’emersione di una preziosa documentazione inesplorata.

Figlio di un decoratore, Aldrighi non ha seguito studi accademici regolari. Ha dipinto a lungo come dilettante, trasformando l’arte in una professione nel 1972 dopo il ritiro dal lavoro per problemi di salute. Definito dal critico Eugenio Busi come un “menestrello che canta la vita del popolo e della natura” ha una spinta naïf che unisce l’irruenza cromatica di Antonio Ligabue alle atmosfere sognanti di Marc Chagall.

La sua eredità artistica è raccolta nel volume monografico “L’arte di vivere”, curato e promosso dalla Fondazione Martino Dolci.

 

Note sull'autore

Articoli recenti

Ti Potrebbe interessare: