Brescia, tre nuove pietre di inciampo

Brescia – L’artista tedesco Gunter Demnig tornerà in città per posare tre nuove pietre d’inciampo e presentare alla cittadinanza il suo progetto artistico attraverso una lezione pubblica. Il programma prevede la posa di tre pietre d’inciampo in successione.

Alle 9 in Piazzale Garibaldi 14 ci sarà la posa della pietra d’inciampo in memoria di Giacomo Cazzago, deportato, morto a Dachau il 15 aprile del 1944. Interverranno la sindaca di Brescia Laura Castelletti, il vicesindaco Federico Manzoni e una rappresentanza degli allievi dell’IIS Astolfo Lunardi.

A seguire, in via dei Mille 9, con l’intervento di una rappresentanza degli allievi del Canossa Campus, si terrà la posa della seconda pietra d’inciampo in memoria di Raimondo Bertoli, deportato, morto a Dachau il 21 marzo 1944.

Successivamente, in via delle Grazie 44, con l’intervento di una rappresentanza di allievi dell’IIS Astolfo Lunardi, ci sarà la posa della terza e ultima pietra d’inciampo in memoria di Luigi Radaelli, deportato, morto a Landsberg il 7 gennaio 1945.

Alle 10.30, nell’aula 4 della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Brescia, l’artista Gunter Demnig terrà una lezione in cui illustrerà l’origine e lo sviluppo del progetto artistico delle pietre d’inciampo, il più esteso monumento europeo dedicato alla memoria individuale delle vittime della dittatura nazi-fascista.

L’intervento dell’artista sarà in tedesco con traduzione in italiano a cura di Anita Botta.
I posti in aula sono prenotati da 300 studenti degli Istituti Superiori e dai loro insegnanti.
Per chi fosse interessato sarà possibile seguire la lezione in streaming attraverso il canale YouTube della CCDC.

L’evento è promosso da Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura, ANED, ANEI, ANPI, Associazione Fiamme Verdi, Commissione Scuola ANPI Dolores Abbiati, Raccolte Storiche dell’Università Cattolica sede di Brescia, Casa della Memoria ed è realizzato con il sostegno della Fondazione Comunità Bresciana e il patrocinio del Comune di Brescia.

Nato a Brescia il 16 gennaio 1912, figlio di Clemente Bertoli, oste, e Domenica Sandri, casalinga, Raimondo Bertoli abitava in Via dei Mille n. 9, allora accessibile da Vicolo Galizia. Celibe, con licenza elementare, lavorava come sarto. Richiamato alle armi nel 46° Reggimento Artiglieria di stanza a Trento il 17 dicembre 1941, non si presentò alla sede di destinazione. Arrestato e processato dal Tribunale militare di Verona fu condannato il 7 gennaio 1942 a due anni e sei mesi di reclusione per diserzione. Detenuto nel carcere militare di Gaeta dal 1° aprile 1943 per furto, fu poi trasferito a Peschiera
del Garda.

In seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 Bertoli, che si trovava ancora in detenzione, venne fatto prigioniero dalle forze tedesche entrate in Italia e il 20 settembre 1943 venne deportato su disposizione della Kriminalpolizei di Monaco nel campo di concentramento di Dachau con il trasporto ferroviario n. 002. Questo convoglio, adibito a penitenziario militare, contava 1791 prigionieri (identificati 1788) considerati disertori, renitenti o “asociali”, partì da Peschiera del Garda il 20 settembre 1943 e arrivò nel campo di
concentramento di Dachau il 22 settembre 1943.

È storicamente documentato che il carcere di Peschiera del Garda fosse utilizzato da tedeschi e dalla RSI come centro di raccolta e smistamento di prigionieri politici, militari sbandati e renitenti alla leva, come pure che ai militari italiani detenuti dopo l’8 settembre 1943 venisse spesso offerta la possibilità di aderire alla Repubblica Sociale Italiana (RSI) o di collaborare con le forze tedesche in cambio di benefici. Pare quindi plausibile ritenere che Raimondo Bertoli si fosse rifiutato di accettare qualsiasi forma di collaborazione e per questo venne catalogato come prigioniero politico e deportato.
Bertoli fu registrato nel lager con il numero 54351.

Giacomo Cazzago nasce a Brescia il 23 novembre 1925, primogenito dei sei figli di Ernesto e Maria Menolfi, donna originaria della Val Camonica e ricordata da tutti per la sua instancabile generosità. Fin da giovane Giacomo è profondamente segnato dall’esperienza tragica della guerra: vive in una zona della città non lontana dalle fabbriche bombardate dagli alleati e lavora come apprendista operaio accanto al padre in una fabbrica cittadina
che produce materiale bellico.

La tragicità della quotidianità non toglie al giovane il desiderio di costruire un’Italia libera e democratica e di essere protagonista del cambiamento, anche attraverso gesti semplici, ma di grande coraggio, come diffondere manifesti contro il regime fascista e l’occupazione
nazista. Secondo i ricordi della famiglia Giacomo fu arrestato per la sua attività antifascista. Maria, la madre, pur in attesa di uno dei suoi figli, ricolma dicoraggio e contemporaneamente schiacciata dal peso dell’angoscia, percorse in bicicletta la strada dell’epoca da Remedello, dove la famiglia era sfollata, fino al lago di Garda dove si trovava la “capitale” dello stato “fantoccio” della Repubblica sociale, per chiedere direttamente a Mussolini di liberare il figlio.

Il duce le rispose con la frase, apparentemente rassicurante: «Vai a casa Maria che tuo figlio ti aspetta». La speranza alla quale Maria volle disperatamente aggrapparsi, e che le diede la forza di pedalare fino a Brescia, venne tragicamente infranta dai fatti.

Giacomo venne deportato in Germania e, come testimoniano i documenti, a partire dal 13 gennaio 1944, era inquadrato come lavoratore coatto, cioè privato della propria libertà e posto sotto sorveglianza, anche se non all’interno di un campo di concentramento,
e costretto a lavorare presso la Bayerische Motorenwerke (BMW) di Monaco. Venne poi arrestato per motivi non chiariti e deportato il 15 aprile 1944 con il trasporto n. 221 nel lager di Dachau, dove fu registrato con il numero di matricola 66734 con la qualifica di “manovale e molatore”.

 Luigi Radaelli nacque a Brescia il 9 dicembre 1905, figlio di Giovanni e Anita Lombardi. Lavorava come imbianchino e conduceva una vita semplice, segnata dal lavoro quotidiano e dagli affetti familiari: era infatti sposato con Maria Colombo. La sua esistenza scorreva come quella di tanti italiani della sua generazione, finché gli eventi storici non la trascinarono dentro il vortice della guerra.

Non ci sono testimonianze e fonti specifiche che attestino la sua posizione di fronte al Fascismo. La documentazione storica riporta però due fatti particolari: la visita medica di leva con certificazione di non idoneità, da cui si desume che non fu arruolato nell’esercito, e una condanna a una pena detentiva di ben cinque anni, da scontare dal 29 gennaio 1942
al 28 febbraio 1947 per furto.

La detenzione di Luigi iniziò presso il Forte Urbano di Castelfranco Emilia, uno dei tre carceri per antifascisti in Italia, insieme a quelli di Civitavecchia e di Fossano. Negli anni Trenta in quel carcere furono rinchiusi più di un migliaio di detenuti politici. La condivisione
dell’esperienza detentiva accentuò la solidarietà tra i detenuti, per la maggior parte comunisti, facendo del Forte Urbano uno dei centri di diffusione delle idee antifasciste e di organizzazione politica contro il regime.

La detenzione di Luigi Radaelli presso il carcere di Castelfranco Emilia può sollevare pertanto il dubbio che il reato di furto potesse celare altre tipologie di reati riguardanti, forse, attività antifascista.

Luigi venne deportato in Germania il 29 luglio 1944 presso il carcere di Landsberg in Baviera, insieme ad un gruppo di oltre 70 prigionieri di Castelfranco Emilia. Il senso del trasferimento può essere compreso alla luce del tentativo operato dal Terzo Reich di sostenere la produzione bellica attraverso l’impiego di prigionieri provenienti
da tutta Europa.

La destinazione finale della deportazione di Luigi fu pertanto la prigione di Landsberg am Lech, una struttura collegata al sistema del lager di Dachau, in cui nel periodo 1944/45 erano detenuti numerosi prigionieri provenienti dai Paesi europei occupati, come polacchi, francesi.

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