D’Annunzio e il digitale

di Luca Quaresmini
L’essere “Mago degli spazi, dominatore dell’etere”, sembra risultare calzante con le fluide potenzialità del mondo digitale.
Parole che d’Annunzio aveva riferito a Marconi, per via dell’invenzione della radio, espressione riadattata e pure ripresa in enfasi, parimenti celebrativa, dal governo di allora, secondo questa sua iperbole che, nel tempo, pare conformarsi anche alla composita realtà della pervadente realtà virtuale.

Le esternazioni dannunziane sembrano essersi sempre, tendenzialmente, ispirate al superamento di quei limiti che, con la sua poetica, divenivano ancora più sottili ed invisibili. Nella sua personale logica futuristica, la percezione di una duttile vertigine del tempo, attraversata dall’azione, è strumento di un rovesciamento da cui la natura umana si astrae in un protagonismo sovrumano, proiettato fino all’eccelso culmine di un disinvolto eccesso.

Parimenti, della rete digitale, pare non se ne riesca a proporzionarne il confine, indeterminato dalla dinamica mutevolezza, costantemente in divenire, di un simultaneo e progressivo effetto sensibile. Entità virtuale, calata nel reale, che, per quanto artificiale, relega la finitezza dell’uomo nella soverchiante sproporzione che ne assimila il ruolo, in un indefinibile circuito metaforico da linea retta, preceduta e seguita da una serie infinita di punti.

In queste maglie larghe, pare potersi sbizzarrire la lucida esuberanza di Gabriele d’Annunzio, fra l’altro, stilisticamente risoluto nella spudorata mancanza di scrupoli, gettata in faccia alla società del suo tempo che oggi ne vedrebbe specularmente contestualizzata l’inclinazione ad interpretare una versatile e dinamica molteplicità concomitante di azione, in approssimativa aderenza con le modalità prorompenti di internet ed affini.

Un dinamismo che pospone il tempo all’azione e sovrasta l’azione stessa con la regia di una sconfinata volontà risoluta di affermazione,
nell’imporsi anche oltre ogni previsione, collocandosi trasversalmente all’immagine canonica del palcoscenico esistenziale dove, in questo
modo, tutto viene riassestato in quel volubile campo di rappresentazione che abbraccia lo scibile umano nell’immagine, di fatto, provocatoria di una camaleontica astrazione. Ne deriva una realtà assimilata da un’incontenibile ispirazione di fondo che, stereotipandone l’applicazione, scardina i riferimenti, un tempo, ritenuti impossibili, di reinterpretazione.

Il “superuomo” dannunziano del “memento audere semper”, monito spinto fino all’assurto di osare l’inosabile, va a planare in una sorta ignota di realtà virtuale dove l’uomo pare spogliato dal retaggio corruttibile che ne limita realisticamente la vita, dribblandone tale naturale codifica, per creare l’uomo nuovo digitale che abita mondi dalle potenzialità illimitate. In tale metamorfosi epocale, l’impronta letteraria e l’orma delle imprese epiche dell’illustre inquilino del “Vittoriale degli Italiani”, paiono, sul piano del digitale, accasarsi in una possibile eco di riscontro attuale.

Un nesso che avviene per la proiezione sfuggente delle loro manifestazioni che, fatte le debite distinzioni, sembrano, fra l’altro, accostabili a quel risvolto virtuale che ne assimila delle stesse la dimensione indefinibile dell’anelito di uno slancio, fino all’oltre inesplorato, quasi fosse proiettato, attraverso gli spazi di una vaga cornice di rete immateriale, oltre ogni possibile traguardo di statico riferimento. Una esuberanza in corsa che sembra preludere alla dissoluzione stigmatizzata dalla matrice esistenzialista del concepire da parte di d’Annunzio il “cupio dissolvi”, quale intemerata sfida all’ignoto in cui assecondare, poi, un proprio dissolvimento, dove finire inghiottito, evolvendosi a parte del tutto.

Spirale ultima che richiama la polverizzazione di un impianto digitale che risucchia ogni dato ravvisabile, quasi in omogeneità a quel porsi eroico, volto alla trasformazione ed espresso nell’osmosi epica che “una tal sete di vivere è simile al bisogno di morire e di eternarsi”, come Gabriele d’Annunzio ne evocava la catarsi, nella sua opera “Le faville

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