Mostre / I cieli sonori di Gaia Anselmi Tamburini

Crema, Cremona – La Galleria Arteatro della Fondazione San Domenico ospita la mostra fotografica di Gaia Anselmi Tamburini  “Cieli Sonori”.

Per Gaia Anselmi Tamburini questa è una mostra “immersiva, tra suoni e immagini”. L’artista, nata a Crema, classe 1996, sviluppa una pratica che si colloca al confine tra fotografia, design e installazione, indagando la costruzione dell’immagine come spazio di relazione tra materia, percezione e paesaggio. Il suo lavoro mette in dialogo precisione formale ed emotività visiva, dando forma a narrazioni sospese tra reale e messa in scena, in cui la nitidezza diventa strumento per rivelare o occultare il soggetto.

“Questo per me è un luogo del cuore, ho ballato per vent’anni al San Domenico, è un onore ritornarci per presentare un mio progetto.” – racconta l’artista.

Negli ultimi anni, la sua ricerca si è ampliata verso una dimensione sonora, introducendo il suono come elemento capace di estendere l’immagine oltre il visibile e attivare nuove modalità di esperienza. Nel 2024 prende parte a una residenza artistica presso Mater Iniciativa, centro di ricerca interdisciplinare fondato da Virgilio Martínez, Pía León e Malena Martínez, nato in relazione al progetto di Central a Lima, riconosciuto tra i ristoranti più influenti al mondo e vincitore di The World’s 50 Best Restaurants 2023.

È in questo contesto, sulle Ande peruviane, nel territorio di Cusco a oltre 3.500 metri sul livello del mare, che prende forma ‘Cieli Sonori’, progetto che segna un punto di svolta nella ricerca dell’artista.

“Ho vissuto due mesi a 3.500 metri, è stato faticoso, ci vuole tanto adattamento, ma è stato davvero soddisfacente. È un posto incredibile, mi sentivo come se fossi sospesa nel cielo. Da qui, infatti, il titolo della mostra.” – commenta Anselmi Tamburini.

‘Cieli Sonori’ presenta una serie di opere che esplorano il paesaggio come sistema complesso di relazioni visibili e invisibili, indagando la tensione tra immagine e suono, tra ciò che appare e ciò che si percepisce.

Il progetto nasce all’interno di uno degli ecosistemi più ricchi e stratificati al mondo, dove biodiversità naturale e conoscenze ancestrali convivono in un equilibrio dinamico. In questo contesto, ogni elemento sembra partecipare a una rete di corrispondenze in cui il paesaggio non è solo rappresentato, ma esperito come linguaggio.

Al centro della ricerca emergono elementi archetipici come il fiore e la radice, simboli di connessione, trasformazione e appartenenza, che evocano un equilibrio fragile tra natura e cultura. Le immagini, definite e iper-dettagliate, restituiscono forme sospese tra familiarità ed enigma, mentre cieli densi e immobili sembrano contenere una materia vibrante che sfugge allo sguardo ma permane nella percezione.

Come suggerisce il titolo stesso, ogni immagine è attraversata da una dimensione sonora: attraverso registrazioni ambientali raccolte durante la residenza e rielaborate dal musicista Nicola Ratti, l’artista costruisce una geografia parallela fatta di frequenze e vibrazioni. Il suono non accompagna l’immagine, ma la attraversa, rendendo percepibile ciò che normalmente resta invisibile.

“Dopo aver esposto le fotografie a Milano e Udine, in Utah e a Pechino, sono felicissima di far conoscere questo mio progetto alla mia città natale.” – spiega Gaia.

Il contatto tra immagine e suono genera una trasformazione continua: la fotografia si espande, diventando un dispositivo sensoriale in cui ciò che appare statico rivela una tensione costante tra immobilità e movimento. È in questo spazio, tra visione e ascolto, che si inscrive la possibilità di una nuova esperienza del paesaggio.

 

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