Mostre / Le otto rose di Mauro Campagnaro

Brescia – Dopo un 2025 intenso, segnato da mostre, collaborazioni e momenti di confronto che hanno consolidato CARME come spazio dedicato alla ricerca artistica e alla riflessione sui processi del contemporaneo, Otto rose di Mauro Campagnaro inaugura il programma espositivo del 2026.

La mostra si inserisce coerentemente nella mission di CARME, che da sempre indaga il rapporto tra territorio e arte contemporanea, privilegiando artisti, come Campagnaro, sensibili al mondo di oggi nel suo contesto culturale e sociale. Attraverso un lavoro che assume l’archeologia come metodo e come postura dello sguardo, Campagnaro propone una ricerca che dialoga profondamente con l’identità dello spazio: un ambiente inteso non come luogo di semplice esposizione, ma come dispositivo critico, aperto all’incompiuto e al processo.

Otto rose apre così il nuovo anno espositivo riaffermando l’attenzione di CARME nei confronti di pratiche che concepiscono l’arte come forma di ascolto, di scavo e direlazione con ciò che resiste nel presente.

Al centro del racconto presente in mostra c’è il lavoro sullo sguardo che ci guida a percepire la memoria come un tessuto vivo, fatto di tracce, superfici e materiali che parlano nel silenzio. Guardare non significa solo vedere, ma riconoscere il peso del passato nel presente. La memoria non va ricostruita, ma scavata, come in un processo archeologico, perché il lavoro della memoria non è un compito chiuso, ma un’apertura permanente verso l’incompiuto, un’attenzione verso ciò che sopravvive senza far rumore. La memoria sta nel terreno della fragilità della materia.

La mostra ci invita ad adottare uno sguardo archeologico che non cerca un significato univoco, ma si esercita sul frammento, sul dettaglio, sul residuo. Il passato non si dà mai in modo puro o ordinato; è sempre sporco, danneggiato, incompleto.

E lo sguardo che sa cogliere la memoria deve essere disposto ad abitare questa discontinuità. L’esposizione è pensata come un unico grande animale che tratta la memoria come lavoro di archeologia, di terra smossa, di strati che rivelano non una sequela di ritrovamenti possibili, ma ritratti di chi sta cercando. Non è soltanto una tecnica per esplorare il passato, ma anche e soprattutto una reminiscenza per capire il presente e orientarlo.

Mauro Campagnaro (Bassano del Grappa, 1977) consegue il diploma con lode in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Partecipa a programmi di residenze artistiche e si reca per un soggiorno in Finlandia meridionale presso il centro d’arte Taidekeskus Antares. Il suo curriculum annovera mostre in luoghi istituzionali come quella nella torre Grimaldina di Palazzo Ducale a Genova, alla X edizione di Segrete tracce di memoria per il progetto
Peace Project (2018), ma anche in spazi indipendenti come Spazio Serra (fermata del passante ferroviario di Lancetti Milano), dove ha esposto tra dicembre e gennaio (2021)la mostra personale Residere.

La terra è nella sua pratica il luogo delle possibilità, le opere sono la catalogazione poetica delle fasi di una ricerca, ecco pertanto che il processo quantunque invisibile diventa parte essenziale dell’opera. Questo può portare ad una visione diversa del fare arte, non come produzione, ma come partecipazione al vivente. Il progetto è stato realizzato con il supporto di Tracciatori, Consorzio Marmisti Bresciani, Casa della Memoria e del
Comune di Flero.

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