Mostre / Vincenzo Agretti, Surplace & altro

Pisogne, Brescia – Gli spazi del Mirad’Or, sul Lago d’Iseo, ospitano la mostra Vincenzo Agnetti. Surplace & altro, a cura di Flaminio Gualdoni, con la supervisione e il coordinamento di Marco Lagorio, nell’ambito delle iniziative che celebrano il centenario della nascita dell’artista (Milano, 1926–1981).

La complessa operazione Surplace (1980) è composta da quattro grandi sculture in ferro che “trascrivono” quattro scatti fotografici tratti dalla performance La lettera perduta, che Agnetti realizzò nel 1979 a Venezia, a Palazzo Grassi. L’istantaneità dello scatto fotografico si traduce così in una dimensione monumentale, mentre le opere concrete assumono la funzione di “didascalie” delle immagini.

Il lavoro XIV-XX secolo sarà esposto nella Chiesa di Santa Maria della Neve, nota anche come Chiesa del Romanino, edificio tardo-quattrocentesco celebre per lo straordinario ciclo di affreschi realizzato da Girolamo Romanino. XIV-XX secolo è un’opera composta da quattro strappi di affreschi del Trecento, con i simboli degli evangelisti, sui quali le sovrascritture di Agnetti irrompono ampliandone e mettendone in discussione il campo convenzionale della significazione: “Pensa; Prendi; Pesa; Usa”.

Sull’altare della chiesa è stato allestito il Teatro statico dell’Apocalisse (1970), importante opera legata alla ricerca della Macchina drogata che, in dialogo con l’Apocalisse di San Giovanni, riflette sui limiti e sull’inefficacia del codice comunicativo. L’Apocalisse è un libro in Perspex con sette sigilli in lacca rossa e una scrittura illeggibile, accompagnata da un testo dal sapore biblico che richiama l’antica fascinazione dell’uomo per gli oracoli. La Macchina drogata, realizzata tra il 1967 e il 1968, era una calcolatrice Divisumma 14 di Olivetti, nella quale i numeri erano sostituiti da lettere dell’alfabeto, così che le parole generate dalle operazioni matematiche, pur prive di significato, potessero costituire la base di una possibile intonazione sonora.

La mostra, allestita tra il Mirad’Or, sospeso sull’acqua del Lago d’Iseo, e la Chiesa del Romanino, è stata integralmente concepita e organizzata grazie alla collaborazione dell’Archivio Vincenzo Agnetti di Milano, non solo per celebrare il centenario della nascita, ma soprattutto per offrire una nuova occasione di confronto con l’opera di un artista che ha fatto dell’interrogazione dei linguaggi e dei meccanismi della comunicazione uno degli strumenti fondamentali della propria ricerca, ponendo questioni che continuano a investire il nostro presente.

Vincenzo Agnetti nasce a Milano nel 1926, nel 1948 si diploma all’Accademia dei Filodrammatici di Milano e per un breve periodo lavora con Strehler come attore al Piccolo Teatro. Alla fine degli anni ‘50 stringe amicizia con Enrico Castellani e Piero Manzoni. Nel 1959 pubblica per la rivista Azimuth i primi “scritti proposizionali”. Nel 1962 si trasferisce in Argentina dove lavora nel campo dell’automazione elettronica. Nel 1967 torna in Italia, continua la ricerca nella critica dell’arte e inizia la produzione artistica a un ritmo vorticoso spiegando il senso con riferimenti precisi alla struttura e alla genesi delle sue opere. Nel 1968 pubblica il romanzo Obsoleto e un’autoedizione del romanzo Tesi.

L’avvicendarsi di mostre e di presenze nelle rassegne internazionali lo spingono a cimentarsi con tipologie di lavoro che utilizzano estetiche differenti ma sempre all’insegna di un rigore e di una coerenza critica che rappresentano la sua matrice artistica. Dalla Macchina drogata, al Neg, ai Libri dimenticati a memoria, agli assiomi, i feltri, i lavori fotografici, le sculture, le photo-graffie e molto altro, tutta la produzione artistica di Agnetti è volta a trasformare la parola, la poesia, il discorso, il pensiero in un’icona visiva.

Dal 1973 apre uno studio anche a New York, dove vivrà in modo intermittente, iniziando il pendolarismo Milano-Grande Mela che sarà un motore di ispirazione importante della sua attività. Nel 1981 muore improvvisamente a Milano, lasciando un’opera incompiuta e alcuni versi, che terminavano così: Prima della breve sera / torneremo alle armi / Saremo in Terra in Sole in Aria. / Poi col suonatore di fiori. Forse.

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