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A quel tempo non lo vedevo forse da quarant’anni. L’avevo lasciato in un antico parco sulle rive del mare e gli avevo affidato la memoria dei miei anni di bambina. L’ho anche cercato, a dire il vero, non appena ho avuto un luogo dove farlo crescere. Ma senza successo. Incontrando suoi simili, ma mai lui. Confondendolo e mai riconoscendolo.

Ma alla fine è arrivato. Splendido cinquantenne per il mio compleanno di cinquantenne.

Oggi che di anni ne ho più di 60, lui è ancora più maestoso. Finalmente ben ambientato nel mio piccolo giardino. Quasi a braccetto con un glicine che anno dopo anno minaccia di avvolgerlo in un pericoloso abbraccio.

Il glicine e il biancospino

Portarlo a casa tredici anni fa, questo biancospino di tre metri d’altezza, non è stato semplice. Metterlo a dimora ancor meno.

Ma guardarlo a giornata finita, sul far della sera, mentre il suo profumo già si espandeva per il giardino che era diventato casa sua, è stato un colpo al cuore. Un’emozione infinita. Un senso di assoluta felicità, un quel tipo di sentimento che odora di”durata”. Ci ha messo 8 anni per diventare meraviglioso. In questo periodo ha allargato i suoi rami spinosi. E in questi giorni lascia sul prato i petali bianchi dei suoi fiori.

Il nome scientifico di questo arbusto che un tempo popolava i nostri boschi e oggi quasi non si vede più, deriva dal greco “kràtaigos” che significa “forza e robustezza”. Il biancospino, a dispetto del nome leggiadro, lo è senza dubbio.  Ed è forse per questa ragione che è scomparso dalle nostre campagne.

Nell’antichità era ben noto e i suoi frutti venivano adoperati a scopo alimentare mentre foglie e fiori venivano (e vengono ancora)  utilizzati a scopo medicinale per le loro proprietà antispasmodiche, cardioattive ed ipotensive. Alcune gocce di tintura madre di biancospino aiutano a sconfiggere l’ansia.

Il biancospino viene chiamato anche spina santa, pruno aguzzo o ruga bianca. Appartiene alla famiglia delle Rosacee e cresceva un po’ ovunque: nei luoghi incolti, sulle scarpate, tra i cespugli, dalle rive dei fiumi fino alle pendici montuose.

In condizioni favorevoli può diventare un vero e proprio alberello e raggiungere i dieci metri d’altezza (e, si dice perfino i 500 anni di vita…), formando intrighi impenetrabili di rami spinosi, con una scorza grigio chiara, piccole foglie verdi, lucide ed increspate, i caratteristici fiori bianchi a cinque petali, da cui si formano frutti rossastri e rotondi, considerati commestibili fin dalla più remota antichità. I loro noccioli sono stati ritrovati negli insediamenti palafitticoli della preistoria. Ancora oggi, nell’Europa centrale, se ne prepara una focaccia rustica.

La sua funzione più antica comunque è quella di “recinzione impenetrabile”: sempre presente nel “pomerium” etrusco, spesso affiancata i muri sempre “a secco” che delimitavano il giardino greco, è raccomandato da Plinio insieme ai rovi e alle rose selvatiche per recinzioni che allontanino i ladri, senza rubare spazio alla terra coltivata, dato che forniscono fiori e frutti. Forse era un’usanza celtica, perché molto diffusa in Francia ed in Inghilterra, dove si riteneva che le barriere di rose selvatiche e di biancospino fossero un accesso segreto per l’altro mondo.

Una leggenda inglese racconta poi che Giuseppe d’Arimatea, il membro del Sinedrio che aveva cercato d’opporsi alla condanna di Gesù e dopo la sua morte ne aveva raccolto il sangue nella famosa coppa, avesse piantato il suo bastone da viaggio a Glastonbury ed immediatamente ne fosse miracolosamente fiorito un biancospino.

Quel luogo sorgeva in prossimità dell’antica “Avalon”, il più importante centro di tradizioni medioevali, dove si diceva fosse sepolto Artù. Inspiegabilmente la pianta fioriva alla vigilia di Natale ed il giorno seguente un ramo veniva solennemente offerto in dono al re ed alla regina d’Inghilterra.

L’usanza fu benignamente tollerata dalla Chiesa cattolica per più di mille anni. Si riteneva infatti la pianta un efficace simbolo della Vergine dei Sette dolori, perché i fiori bianchi alludevano alla verginità, gli stami rossi al sangue del Cristo e le spine, ovviamente, alla passione.

Un’altra leggenda vuole che le antiche mura di Milano fossero interamente ricoperte di questa pianta. In questo caso la distruzione è più antica e motivata esclusivamente da necessità politiche ed economiche: nella Pasqua del 1162 “ahi passion di Cristo e di Milano!” Federico Barbarossa rase al suolo la città perché s’opponeva ai suoi ordini e nella ricostruzione successiva di biancospino sulle mura non si parla più.

Legato alla dea minore Maia, festeggiata nel mese di maggio, è considerata la pianta del segno dei Gemelli, simbolo d’innocenza e giovinezza. D’altra parte la farmacopea antica ne faceva largo uso, per cui la sua presenza nei giardini o la sua raccolta nei boschi non aveva bisogno d’appoggiarsi ad alcuna tradizione sacrale.

Anche oggi se ne usano fiori, corteccia e frutti per le note proprietà ipotensive, astringenti, antispasmodiche e sedative. Viene considerato particolarmente efficace come cardiotonico, nella cura dell’ipertensione.

La raccolta dei fiori va effettuata da marzo all’inizio di giugno, quella di corteccia e frutti in autunno. Per la conservazione va tenuto presente che i fiori si devono essiccare e conservare in luoghi areati, i frutti e la corteccia, invece, al sole. Uso: infusi e tinture, sia per uso interno sia per sciacqui contro l’infiammazione della bocca e delle gengive.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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