domenica 5 Febbraio 2023

Un orso camuno

I mandriani di montagna erano avvisati. La notizia del pericolo trapelava dall’articolo introdotto dal titolo “Un orso fra le pecore”, pubblicato da “Il Cittadino di Brescia” di venerdì 28 agosto 1891 che li esortava a stare “bene in guardia, poiché l’orso non ha vergogna a comparire anche in pieno giorno”.

Quarant’anni ancora sarebbero dovuti passare prima che un altro quotidiano locale, nell’edizione di giovedì 17 dicembre 1931, de “Il Popolo di Brescia” intervenisse sull’argomento dei plantigradi presenti sulle montagne incoronanti l’orizzonte settentrionale, sia orobico che bresciano, realizzando pubblica notorietà su un personaggio emblematico, a cui dedicare un narrativo affresco descrittivo, messo in pagina nel formato di due fitte colonne tipografiche, sormontate dal titolo “Cacciatori d’Alta Montagna – Palota e l’orso bruno”.

A fine ottocento, con il territorio del Trentino non ancora facente parte del Regno d’Italia, “dagli austriaci monti o dagli svizzeri, un orso, furente per fame, rifugiavasi tra le guglie ed i burroni del Pizzo dei Tre Signori donde spiò il gregge che pascolava sul monte Graule”.

Il seguito di questo scritto, di cui è d’inchiostro intriso il giornale, è facile ancora oggi immaginarlo su quanto avvenuto nottetempo in quel giorno estivo fra gli ovini dormienti: “…colle sue orribili zanne ne uccide sette o otto, si disfama con una parte e l’altra la sotterra, secondo il suo istinto, per riserbarla in pasto un’altra volta”.

La notizia proveniva al suddetto giornale da fonte accredita presso la Vallecamonica, quale zona montuosa allineata in altra parte analoga rispetto a quella del complesso delle Alpi Orobie dove il “Pizzo dei tre Signori” è monte svettante tipicità altimetriche, robuste di specificità locali, naturalmente tuttora riscontrabili sugli scenari particolari dove si erge a voluminosa regia di una statica modulazione di cime, rocce ed altipiani.

Quelle località che, durante il tempo dell’accennata razzìa di pecore, non avevano per la cronaca, né suscitato scrupoli, né impensierito i pastori, in quanto “non ebbero mai il sospetto della visita ingrata d’un orso, non trovandosi su quei luoghi né selve, né boscaglie, in cui sogliono farsi covo le fiere dei monti”.

L’orso invece, così come se ne era venuto indisturbato, mentre i tutori del gregge, ignari ed avvezzi alla consueta tranquillità, dormivano altrove, se ne era poi altrettanto impunemente andato, seguendo un percorso proprio, misterioso ed istintivo, tra le rocce ed il prativo, ritornando al suo probabile recesso boschivo, come a Brescia, in tutt’altra ambientazione e sul tracciato urbano delle allora contrade “Trevisi, San Benedetto, Piazza Posta, San Giuseppe e San Tomaso”, qualcuno, tra il genere umano, vi aveva invece calcato i propri passi, perdendo “tre chiavi unite insieme”, delle quali la pagina del quotidiano bresciano più che informare, circa il fatto in sé, lanciava un appello ai lettori perché “chi le avesse trovate è pregato recapitarle al nostro ufficio di pubblicità in piazza Vescovado”, nei termini di un annuncio che non si sa se sia stato assolto, nel lungo raggio di tutto il tempo decorso.

“Il Cittadino di Brescia” della fine agosto 1891, in tema di orsi, come di altre varietà aneddotiche, cedeva il passo, quattro decenni dopo, al servizio d’approfondimento culturale che il quotidiano locale “Il Popolo di Brescia” dedicava, giovedì 17 dicembre dell’anno decimo dell’Era Fascista, al “decano degli inseguitori di selvaggina dell’Alta Valle: “Il Palota” di Corteno, al secolo Marazzani Bortolo”.

La Vallecamonica stava a questo personaggio, come lui stesso stava alla propria vallata d’appartenenza, alla quale si intersecava in originaria pertinenza, attraverso quella simbiotica aderenza che pure era espressa dal ritratto che la stampa gli cuciva addosso, fedele a quanto gli si ravvisava folcloristicamente a ridosso, tanto della sua persona che delle sue interessanti gesta: “Questo qui, vivo e vispolo si direbbe uscito dalle pagine di un libro di favole: misura un metro e quarantaquattro e malgrado gli zoccoli alti e il cappellino a cono tentino di prolungarlo di sotto e di sopra, l’impressione della sua piccolezza, è irrimediabile. Ma “Il Palota” è un vero grano di pepe e vale per due uomini grossi: pieno d’ingegnosità, di destrezza, di fegato, lampante prova delle moltiplicate qualità che la natura rinserra spesso in corpi minuti”.

L’avere quasi raggiunto gli ottantatre anni pare non costituisse un problema per quel protagonista, interprete delle suscitate caratteristiche, suggestivamente associategli anche nell’attribuzione a quell’età della non scontata sua solita occupazione dell’andare ancora a fare la legna, tra le erte pareti boschive delle alture montuose, in quanto “compie di suo genio il faticoso esercizio: perché gli piace, il fisico comportandosi ancora bene, rifare i sentieri mille volte percorsi, perché la foresta, le malghe, le sassaie, i dirupi, sono stati il suo regno, il campo d’avventure d’ogni sorta, dall’adolescenza in su”.

Un fratello in America, attestante con questo aspetto il fenomeno dell’emigrazione verificatasi anche fra le genti camune, Bortolo Marazzani era soprannominato “il Palota” dal nome dialettale del cucchiaio di legno ”Palòt” di cui si era dimostrato abile intagliatore, nel ricavarlo col suo coltello per il tramite di un’eclettica e rude azione tradizionale di lavorazione, esercitata sul legno artigianale, attraverso la quale sortivano dalle sue mani i semplici ed utili arnesi del vivere quotidiano, colti nel domestico utilizzo di mestoli, forchette ed, appunto, cucchiai.

Pure esperto nella meccanica degli attrezzi, ma nonostante questo avvalorato livello, non estraneo ad un incidente sul lavoro, avvenuto maneggiando la sega che gli aveva amputato due dita alla mano sinistra, l’ormai anziano e minuto personaggio, di cui la stampa ne accostava la figura alla memoria di un certo altro cacciatore camuno, individuato in “Crù” di Barone, era stato, in più giovane età, anche mugnaio e falegname.

Durante la sua vita pare avesse cacciato ben trecento camosci ai quali, in particolar modo, dedicava una mira particolare durante l’autunno in cui le prede, disturbate nell’abituale concentrazione dal richiamo ormonale solitamente debordante nella loro stagione degli amori, gli si rivelavano “meno guardinghe e sospettose del solito”, ma oltre a questa accortezza, legata al periodo dell’anno, al cacciatore risultavano utili anche altre strategie attuate: “scorto un camoscio su un greppo da lontano ne attirava l’attenzione con qualche stratagemma, muovendo il capo o infilando il cappello su un arbusto agitato dal vento, quindi per altri tragitti saliva a tagliar la strada alla vittima”.

In inverno l’attività venatoria, particolarmente circoscritta fra le Valli Brandet e Campovecchio della Vallecamonica, vedeva il piccolo camuno cacciare lepri bianche, volpi e galli, nella complessità di un accurato e misurato disegno d’incetta predatoria nel quale anche tre orsi si erano ritrovati ad essere da lui abbattuti.

Bortolo Marazzani pare fosse, al tempo dell’uscita in stampa del citato quotidiano, l’unico “vivente che abbia cacciato il plantigrade sulle nostre montagne da cui è scomparso da più di trent’anni”.

Durante l’evocata e poi tramontata epoca degli orsi, in terra camuna l’autorità pubblica disponeva in palio ai cacciatori un premio di settanta lire per un maschio e fino a cento lire per un esemplare femmina di tale robusto e vigoroso animale, dalla zampa e dal morso letale.

Sui monti di Brescia lo chiamavano “Furmigarol”, forse dal fatto, stando a quanto si diceva, che fosse ghiotto di formiche e di uova, e di questo genere di orsi faceva parte anche quell’orsa furente abbattuta da “il Palota”, a seguito di un’impegnativa e pure sofferta battuta di caccia di tre giorni, nel corso della quale anche una certa Francesca Bertuzzi, essendosi arrischiata sui passi dell’impresa venatoria, era stata aggredita dalla belva, già ferita nell’altrui tentativo di braccarla ed, in questo modo, resa comprensibilmente ancora più inferocita.

Fra gli abeti e gli ontani del posto, la caccia si era conclusa attraverso quella fase cruciale nella quale “nel terzo giorno tracce di sangue presso un rio indicarono che la belva era venuta a lavarsi le ferite. Nel fitto del bosco furono lanciati dei sassi e l’orsa si alzò, incollerita, terribile, cacciando un ”ooogh!!” che risuonò lungamente nelle navate dell’abetaia. (Bisogna vedere la mimica del vecchietto, a questo punto: egli si leva da sedere, fa il viso truce, allarga le braccia ed incurva ad artiglio i ditini da bimbo: gustosissimo). Bortolo era in postura vantaggiosa: presa la mira appoggiandosi ad un tronco e la fulminò nella schiena”.

Per dedicarsi allo scuro e goffo plantigrade che aveva prima, nella località vicina, della “Funtana dei milanès”, sbranato una capra, chiamata “Colomba” dalla sua affezionata proprietaria, nella persona di Francesca Bertuzzi, “il Palota” aveva smesso apposta di andare a caccia di coturnici, nei pressi della malga “Barbione” che, nelle geografie delle cronache di quel momento, aveva quindi lasciato le luci della ribalta del tempo, a favore dell’introduzione negli ambienti della zona di una nuova denominazione popolare, successiva al singolare avvenimento, dal momento che dove l’orsa camuna era stata sconfitta “il ruscello fu battezzato el funtanì dell’ors”.

Note sull'autore

LucaQuaresmini
LucaQuaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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