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Maggio sapeva di fieno, di rose e dei fiori delle palle di neve. Mio nonno, con un cappello di paglia, rastrellava il fieno che era rimasto nel campo. A volte attaccava la Iole, la nostra cavalla, alla rastrellatrice e ci permetteva un magnifico giro di giostra.

Noi avevamo ali di uccello, liberi di scorazzare tra le rive dei fossi. Il gambo del fiore giallo del tarassaco, la “polenta del diavolo”, diventava una cannuccia perfetta per le bolle di sapone. Bastava un po’ d’acqua, un pezzetto di sapone da bucato e un goccio di detersivo per i piatti. Le bolle volavano sulla pianura, leggere, rubavano l’arcobaleno. Poi svanivano, lasciandoci con l’amaro in bocca e le mani sporche e appiccicose, per via del lattice racchiuso nel fusto.

Giornate calde. Ai piedi sandali di plastica. Scalpitanti e liberi, pronti a lasciarci andare, anima e corpo, alle ciliegie che sarebbero presto diventate rosse di sole, alle vacanze estive e perché no… ai bagni fatti nei canali per irrigare e nei fontanili. Era questo il tempo dei papaveri. Con le loro corolle di sangue sovrastavano, alti, il grano ancora verde.

Tra loro qualche fiordaliso. Entrambi effimeri, inutili. Non sarebbero mai diventati pane. Ben lo sapevamo, ma coloravano la nostra infanzia. Rosso e azzurro intenso e poi… il giallo. Sono anni che non vedo più un fiordaliso, forse ho smesso di guardare. Probabilmente non fiorisce più, soffocato dai mille pesticidi. Gli ultimi li ho disegnati sui quaderni della scuola elementare. Mia madre non voleva che cogliessimo i papaveri. Colti, avrebbero piegato subito la corolla e perso petali.

Aveva ragione, la bellezza stava nel contrasto con il verde delle spighe. Macchie di colore. La pianura, immenso quadro impressionista. Qualche papavero lo coglievamo, per farne delle ballerine. I quattro petali della corolla diventavano vestito. Seta, legata con un filo d’erba. La capsula interna era la testa della piccola danzatrice. Il pistillo era anche un timbro, inesauribile, per stampare stelline sulla fronte. Un altro gioco era quello della “probabilità”.

Usavamo i boccioli non ancora fioriti. Il divertimento consisteva nell’indovinare di che colore fosse la corolla all’interno. Poteva essere bianca, rosa o rossa. Il gonfiore dei boccioli traeva in inganno. Oggi i papaveri sono relegati ai margini dei campi,lungo le rive, là dove i diserbanti non arrivano. I fiordalisi ormai solo nei miei ricordi o nei ricami, preziosi, di qualche tovaglia. I miei figli non conosceranno mai la bellezza delle erbe considerate infestanti..

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Giusi Morbini
Insegnante di scuola primaria ormai da molti anni, ma ancora non prossima alla pensione. Nata e vissuta in campagna, crede nell'importanza di riscoprire le nostre radici e di conservare le nostre tradizioni. Sempre nel rispetto di tutte le culture. Scrive per diletto.

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