Piacenza – Terza edizione del Festival del Pensare Contemporaneo, che trasformerà la città emiliana in un palcoscenico vibrante di idee e riflessioni.
Oltre 100 ospiti, tra cui scrittrici, artisti, filosofe, scienziati, relatrici e relatori di fama
nazionale e internazionale, si alterneranno in 14 diverse location, offrendo una vasta gamma di eventi: visioni, dialoghi, lezioni pratiche di pensiero, esplorazioni sul contemporaneo, immersioni, laboratori, arti e sfide stimolanti.
Il Festival rappresenta un’opportunità unica per riflettere e confrontarsi attivamente sulle grandi sfide del nostro tempo. Il tema centrale di questa edizione è VITE SVELATE. Esporsi/Scoprirsi, invitando il pubblico a una profonda introspezione e a un’esplorazione del nostro essere, sia individuale che collettivo, nel contesto di un mondo in costante cambiamento.
Vite svelate sono le vite che vengono trovate, portate alla luce, mostrate, ma anche quelle vite che sono esse stesse scoperte, esposte, vulnerabili, senza protezione. È proprio in questa ambivalenza che si nasconde una possibilità: quando una vita svelata diventa una vita che si svela? Come l’esposizione può diventare occasione di rivelazione? Il Festival vuole abitare questa tensione, esplorando il punto di rovesciamento in cui la vulnerabilità diventa potenza, e dove l’essere stati scoperti si trasforma in scoprirsi.
In Vite Precarie la filosofa americana Judith Butler ha scritto: “La vulnerabilità non è un
accidente che capita a un corpo altrimenti protetto. La vulnerabilità è la condizione stessa
del nostro essere al mondo”. Essere vulnerabili non significa avere una debolezza da superare, quindi, ma è la condizione principale dell’umanità. E svelarsi, esporsi può diventare oggi la base per una nuova forma dell’essere in relazione, che sappia fare della fragilità la propria forza.
La pesanteur et la grâce, il peso e la grazia, scriveva Simone Weil a proposito dei due poli del vivere: il peso è ciò che ci espone alla necessità del mondo, alla sua durezza; la grazia è ciò che può visitarci solo quando accettiamo pienamente questa esposizione. In un mondo che ci vuole sempre forti, performanti e protetti, Weil ci invita a pensare la vulnerabilità non come debolezza ma come la chiave di ogni autentico rapporto con il reale.
La condizione contemporanea si manifesta sempre più come un’interminabile esposizione
radicale: vite che si svelano, si scoprono, emergono nella loro fragilità unica e costitutiva.
Non è solo una questione di vulnerabilità sociale o economica ma di un più profondo
movimento di emersione dell’interiorità, di affioramento del segreto; un bisogno urgente di
dare voce e forma a un malessere diffuso che attraversa le generazioni, trovando nei
giovani la sua manifestazione più acuta, e che porta a un ripensamento radicale dell’amicizia in un tempo in cui le relazioni sono sempre più fondate sulla condivisione di un progetto (lavorativo, associativo, ecc.) e sempre meno sul semplice piacere di condividere il percorso esistenziale.
La terza edizione del Festival del Pensare Contemporaneo si propone di esplorare tale
condizione non come un elemento da sanare, ma come un possibile varco verso nuove
forme di consapevolezza, cura e resistenza.
L’esposizione diventa così non solo ferita, ma anche apertura, spazio di scoperta: verso
l’altro, verso nuove forme di narrazione, verso modalità inedite di abitare il presente.
La stanchezza che pervade il tessuto sociale contemporaneo non è solo fisica, ma esistenziale, costitutiva dell’essere abitanti di questo tempo. È l’esaurimento di un modello di vita basato sulla performance continua, sull’imperativo del produrre.
Il disagio mentale è comprensibile allora non come problema individuale, ma come sintomo di una crisi più ampia, che investe i modi stessi con cui pensiamo la salute, il benessere, la felicità, l’amore, la realizzazione personale.
Il Festival diventa così spazio di ascolto e risonanza per queste vite svelate. Attraverso la
letteratura, l’arte, il pensiero filosofico e le scienze, esploriamo le biografie come territori di
senso, come mappe per orientarsi nel presente. Il racconto di sé non è più solo esercizio
terapeutico, ma gesto politico: modo per rivendicare la propria presenza nel mondo, per
tessere nuove trame di significato collettivo, e disporsi al riconoscimento da parte
dell’altro della propria impudicizia.
La dimensione generazionale assume particolare rilevanza. I giovani vivono sulla propria pelle l’inadeguatezza dei vecchi modelli interpretativi e terapeutici. La loro sofferenza psichica, che è leggibile a tutti gli effetti come una sorta di nuova pandemia, altrettanto virale e debilitante, parla di un mondo che continua a promettere e millantare chissà che
trasformazione, per mascherare nuove forme di debilitazione, di relazioni da reinventare, di
futuri da immaginare diversamente. Il Festival dedica particolare attenzione a queste voci, non per curarle ma per ascoltarne il potenziale trasformativo. Per farsi spazio.
Parallelamente, il Festival si propone come spazio di recupero di storie sommerse, di vite ai
margini, di esperienze che le vicende hanno reso invisibili e che meritano di riemergere.
Questo lavoro archeologico non è mero esercizio di memoria, ma ricerca attiva di alternative possibili, di modi altri di pensare la vita comune.
La metodologia del Festival intreccia momenti di riflessione teorica con pratiche di
condivisione e sperimentazione. Workshop, laboratori di scrittura diaristica, performance
artistiche e spazi di dialogo si alternano a conferenze e dibattiti, creando un tessuto
complesso dove pensiero e esperienza si alimentano reciprocamente. La condizione di
scoperta, di esposizione, viene riletta non come debolezza da superare, ma come punto di
partenza per nuove forme di forza collettiva.
In questo senso, Vite svelate non è solo il tema del Festival, ma la sua stessa metodologia: un invito a ripensare il rapporto tra pubblico e privato, tra sofferenza individuale e dimensione sociale, tra cura di sé e cura del mondo. È un’esplorazione delle possibilità che si aprono quando accettiamo di mostrarci, di raccontarci, di condividere le nostre vulnerabilità non come debolezze da nascondere, ma come punti di partenza per nuove forme di resistenza e creatività condivisa.
C’è un filo sottile ma resistente che lega la terza edizione del 2025 con quella precedente,
un movimento che porta dalla meraviglia come postura conoscitiva alla scoperta come
condizione esistenziale. Non si tratta di una semplice successione tematica, ma di
un’evoluzione naturale del pensiero che anima il Festival.
Nell’edizione 2024, Vivere la Meraviglia, abbiamo esplorato lo stupore come modalità di
relazione con il mondo, come quella particolare disposizione che ci permette di rompere
l’automatismo dell’esperienza quotidiana. Era un invito a riscoprire la meraviglia come
strumento di conoscenza, come via d’accesso a un rapporto più autentico con la realtà.
Nel 2025, con Vite svelate quel movimento iniziale si fa più ancora più profondo e si trasforma.
Non siamo più solo noi a scoprire il mondo con meraviglia: sono le nostre stesse vite a
trovarsi scoperte, esposte. La meraviglia non è più solo qualcosa che facciamo, ma
qualcosa che siamo, una condizione che ci definisce nel nostro essere contemporanei.
Questo passaggio dalla contemplazione all’esposizione non è casuale. Riflette una necessità
del nostro tempo, un’urgenza che non possiamo più ignorare. Se l’edizione precedente ci
invitava a guardare il mondo con occhi nuovi, questa nuova edizione ci chiede di guardare a noi stessi e di accogliere lo sguardo dell’altro su di noi.
Il disvelamento diventa così il ponte concettuale tra le due edizioni, ma si carica di
significati nuovi. Non è più solo l’atto meraviglioso del trovare qualcosa di nuovo nel mondo, ma l’esperienza fondamentale del trovarsi esposti. È un movimento che va dall’esterno all’interno, dal mondo alla vita, dalla meraviglia alla vulnerabilità.
Questa evoluzione porta con sé anche un piccolo cambiamento nel modo stesso di pensare
e fare il Festival. Se le prime due edizioni hanno privilegiato momenti di riflessione teorica,
questa nuova edizione chiama adesso a un coinvolgimento più diretto, più corporeo, più
esistenziale.
Dopo aver vissuto la meraviglia, ora si cercano nuovi modi di stare insieme nel disagio del
contemporaneo. Questa traiettoria apre già possibili orizzonti futuri: come costruire società
basate non sulla forza ma sulla condivisione della fragilità?
C’è un momento in cui l’esposizione diventa rivelazione; è un punto di svolta in cui la
frattura si trasforma in potenza. È questo il territorio che il Festival vuole esplorare
attraverso il binomio Esporsi/Scoprirsi: non due momenti separati, ma un unico movimento
che contiene in sé tanto il rischio quanto la promessa.
Esporsi è la condizione primaria del nostro tempo. Non è più una scelta: siamo esposti alle
intemperie di un mondo che ha perso le sue “protezioni” classiche. Esposti agli sguardi sempre più pervasivi della società digitale. Esposti alle precarietà di un sistema economico che ha fatto dell’insicurezza la sua regola. Esposti al crollo delle grandi narrazioni – politiche, sociali, religiose – che davano senso all’esistenza. Siamo tutti, in qualche modo, vite scoperte.
Ma proprio in questa esposizione forzata si nasconde la possibilità di una scoperta.
Scoprirsi è diverso dal semplice essere esposti: è assumere consapevolmente la propria
condizione, trasformarla in linguaggio, in racconto, in possibilità di incontro. È il momento
in cui la ferita diventa apertura, in cui il disagio si fa parola, in cui la solitudine si scopre
condivisa.
Ragazzi e ragazze vivono questa dinamica con particolare intensità. La loro è un’esposizione totale: ai giudizi, alle aspettative, alle pressioni di un mondo che chiede loro continuamente di performare a livelli insostenibili versioni idealizzate di se stessi. Eppure, proprio in questa generazione emerge con forza il bisogno di rivelarsi, di trasformare il disagio in narrazione, la debolezza in politica. Non è un caso che le nuove forme di attivismo nascano proprio da qui: dal coraggio di dire “non sto bene”, di mostrare le proprie ferite. Svelarsi significa anche rivelare le contraddizioni di un sistema, le crepe di un ordine che non regge più.
Questa è la scommessa del Festival: trasformare l’esposizione da destino subito a
possibilità scelta.

