Gottolengo (Brescia) – Battista, mio nonno paterno, era un uomo di fine ottocento. Aveva occhi celesti come i fiori di lino, mossi dal vento e mani forti e callose che sapevano di toscano. Non indossava il cappotto, ma portava un mantello scuro che lo rendeva affascinante e misterioso. Qualche volta ci accompagnava all’asilo con una bici da donna a cui metteva un’assicella di legno che fungeva da seggiolino.

Amava i cavalli e ancora li strigliava.Parlava con loro chiamandoli per nome, mentre dava del “voi”a mia nonna e lo pretendeva da lei e dai suoi figli. Si sedeva da solo a tavola prima di tutti. Anche se ormai non aveva più fame voleva essere servito come il “padrone”.

Forse in quei momenti pensava come la vita fosse davvero ingiusta…non c’era niente per lui quando era stato affamato ed ora che era vecchio non poteva più mangiare e non ne sentiva il desiderio. Meglio un bicchiere di vino con gli amici all’osteria del paese.Poi tornava a casa sulla bici, dondolando come il giunco, là dove il fiume si arena.

Era nato in una grande cascina.Aiutato a venire al mondo dalle donne di casa. Sua madre ne partorì dieci di figli, in questa maniera e altri otto le morirono in grembo.Non era solo l’ignoranza che favoriva tante nascite. Era la consapevolezza che più braccia potevano servire per il lavoro nei campi. Meglio se erano braccia maschili!

Frequentò solo fino alla terza elementare ed era già molto in un mondo d’analfabeti. Nonostante tutto, conservò una scrittura di ricci e ghirigori per tutta la vita! Erano le stagioni che suggerivano le attività. Nulla era cambiato per secoli. Seminare il grano in autunno dopo aver lavorato la terra con un paio di buoi, acquistati nel parmense.

Mietere a mano, con la falce, le spighe mature: ”Batterle” nell’aia. Aspettare che il sole caldo maturasse ancora i chicchi e poi al mulino ,per ricavarne farina. Aiutare le donne nell’allevamento del baco da seta e poi ancora seminare il granoturco che diventava polenta dopo essere passato nelle mani di tutti, durante la sgranatura, quando la cascina spariva in mezzo alla nebbia.

Combattè sull’Adamello mio nonno durante “La Grande Guerra”, forse senza chiedersi mai se questo fosse giusto. Se fosse giusto marcire in trincea nel fango che impastava uomini e cose assieme. Nelle fosse ingombre di corpi pigiati, di gambe ritratte, di fucili, di cassette di munizioni, d’immondizie dilaganti e di paura. Non so se fu contento alla vittoria ma so di certo che sognò il verde delle marcite di casa e le trecce nere di Teresa che lo aspettava perchè tutto quel rosso sulla neve, quel sangue d’uomini uguali e diversi, non si poteva sopportare.

Non indossò mai la camicia nera mio nonno e continuò a lavorare come sempre. Poi di nuovo la guerra.Un figlio lontano,che tornò dalla Germania quasi irriconoscibile. Ben altra sorte toccò ai figli dei suoi amici. Morti nella ritirata in Russia e i loro corpi rimasti lontani. Votò “monarchia”durante il referendum e per fortuna ..perse. Imparò col tempo ad apprezzare la democrazia. Forse è proprio vero: povertà e ignoranza fanno temere “il sentirsi liberi”.