giovedì 20 Giugno 2024

Santa Crus, la via crucis d’alta quota

Cerveno, Valcamonica, Brescia. La Valcamonica racchiude come pochi luoghi dell’arco alpino un insieme di ambienti montani differenti, vallate dai dolci pendii con villaggetti usciti dalle favole come le Case di Viso che stanno di rimpetto alla severa sagoma selvaggia del massiccio dell’Adamello e l’imperturbato gorgogliare delle nervose rapide del fiume Oglio che serpeggia a fondovalle. Ogni vallata custodisce gelosamente e con cura la dote di storia, misteri e leggende, incise sulla roccia nel corso di ottomila anni dalle genti camune.

L’imponente massiccio della Concarena vista dal fondo della Valcamonica assume una dimensione quasi himalaiana, con i roccaforti rocciosi incrostati di neve anche a tarda primavera, ammantata alle pendici da boschi, con spiazzi di pascoli d’alpeggio che approdano a villaggi aggrappati agli scoscesi pendii, ancorati ad antiche tradizioni inalterate da secoli e traghettate nel nostro tempo dal carattere caparbio dei camuni.

Adagiato sul catino glaciale della Concarena Cerveno è un paese museo, i suoi abitanti erano chiamati nel dialetto camuno “Giüdé” (Giudei) o “brusa crus” (brucia croci) perché quassù si custodisce uno dei monumenti più affascinanti della Valcamonica: il Santuario della Via Crucis e ogni dieci anni si svolge l’antico rito della Santa Crus, una processione scenica interpretata dei paesani di Cerveno che rinnova la passione di Cristo nella salita al Calvario e la crocifissione. La prossima sarà replicata il 2 giugno.

La Santa Crus di Cerveno, pur essendo una Via Crucis di solito rappresentata al venerdì Santo, non è legata ai riti della Pasqua ma al 3 maggio giorno in cui il calendario, prima della riforma ecclesiastica, ricordava il ritrovamento della Santa Croce. Per tale motivo viene rappresentata nella seconda metà del mese di maggio. Secondo storia o leggenda “fu la madre dell’imperatore Costantino sant’Elena a ritrovare la Santa Croce, a Gerusalemme nel 326 d.C., in un luogo non lontano dal Calvario. Lì, infatti, si trovava anticamente una cava, in cui si dice venne abbandonata la croce di Cristo.”

La Santa Crus si ispira specificatamente all’opera di Beniamino Simoni e scuola Fantoni racchiusa nel santuario della via Crucis, il “Sacro Monte Camuno” che quassù chiamano “Le Capéle”, è un’appendice adiacente alla parrocchiale che allude la salita al monte Calvario, racchiude ai lati di un lungo corridoio a gradoni in salita le stazioni della Via Crucis con quattordici espressivi gruppi scultorei, cappelle animate da 198 statue di legno e gesso colorati che incarnano il sacro rito della Passione di Cristo.

E’ l’espressione materiale della fede incastonata nei monti della valle, un omaggio delle genti camune di Cerveno per rendere grazie della buona sorte che rese prospera la vita dei montanari agli inizi del 1700. Forni fusori, miniere, viti e il “marmo di Dò” o marmo occhialino strappato dalla Concarena e usato principalmente per impreziosire i luoghi sacri, diedero al paese di Cerveno una agiatezza economica, come ricorda negli scritti lo storico camuno padre Gregorio Brunelli nel 1698 “qui si passa a Cerveno, terra anch’essa illustrata da diverse gran torri, ch’indicavano la nobiltà, ed opulenza degli habitanti, dei quali tutt’hora verdeggiano traci per conditione…

Di grande impatto emotivo per l’espressione dei visi e la cruenta scenica dei personaggi fa della Via Crucis di Cerveno un complesso artistico unico che ha dato il via alla rappresentazione vivente della Passione di Cristo, la Santa Crus, una sacra rappresentazione coinvolge tutto il paese con personaggi, costumi ed atteggiamenti che rimandano alle sculture delle Capèle, anno in cui Cerveno ottenne di poter acquistare indulgenze. Anche in questa radicata fede la Concarena s’avvicina alle genti delle nevi dell’Himalaya.

I complessi statuari delle “Capèle” furono realizzate in gran parte da Beniamino Simoni, artista camuno e terminate negli anni successivi dagli scultori bergamaschi Donato e Grazioso Fantoni. Visitando il complesso della Via Crucis si rimane attoniti dinnanzi all’espressione di volgare realismo delle statue, dai veri e crudi volti “dei suoi stessi compagni di osteria e, chissà, d’insulto, d’infelicità, di sobillazione e di bestemmia… “ come scrive Giovanni Testori che rese famoso il compianto camuno. Rammentano i personaggi del Pitocchetto, Giacomo Cerruti, che dipinse scene di povera gente: i pitocchi.

Quasi al finale del paese un’antica abitazione di Cerveno è stata trasformata in Casa Museo, ospita la testimonianza della cultura, delle tradizioni, della fede. Il museo ben concepito introduce nella quotidianità delle genti montanare, iniziando dalla stessa casa ospite per condurre il visitatore nell’epicentro del vivere comune nei paesi di montagna. Segue i tratti dell’identità locale cresciuta nei secoli evocando, pur con la semplicità, il complesso universo del rapporto con la montagna e la sua ostile natura. Il piano superiore del museo ospita la storia della rappresentazione della Santa Crus.

Storie di “casari e malghesi” sono invece da poco custodite nel vecchio caseificio sociale di Cerveno, divenuto museo che racconta della filiera del latte trasformato il burro e formaggio, condotto a turno dagli allevatori delle malghe (malghesi), una versione di cooperazione sociale. Con il mulino al centro della piazza Cerveno è oggi un polo museale di grande interesse e fascino incastonato come un gioiello nelle rocce eterne della Concarena.

Note sull'autore

Valerio Gardoni
Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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