di Luca Quaresmini
Bassa bresciana – Quasi fosse uno scampolo produttivo dell’estate, la colza pennella di giallo la campagna autunnale. L’agricoltura intensiva proietta il diradarsi della bella stagione con questi innumerevoli fiori che profumano la campagna padana tra accese vibrazioni.
Ondeggia al vento la colza fiorita nell’inconfondibile giallo che tappezza il panorama rurale insieme al verde che è proprio dell’andare coltivo nelle sue più disparate espressioni. Tra queste, il tenue e fitto frastagliarsi in altezza della coltivazione che addensa, sulle cime, una luminosa tonalità resistente alle ombre dell’incombente stagione.
Un prolungarsi dell’affaccio del sole, quando in giornate più brevi, cede il passo a quell’impallidirsi svogliato che si ritira nello sbadiglio del cielo, abbandonato dai suoi maggiori e straripanti fulgori. La colza pare salutare l’estate di ieri, immergendo l’autunno, nell’acceso
colore che più ne ricalca le manifestazioni. Larghi appezzamenti sembrano raddoppiare in estensione le superfici di prima, nella resa visiva di quell’evidenza adamantina di fatto suscitata dal rimbalzo del colore che, per la maggiore, cattura lo sguardo nella profondità immersiva di una decisa pienezza attrattiva.
Ne esce un profumo di moltitudine che si effonde fresco e dolciastro, quasi retrodatasse la sua attuale presenza autunnale allo sbocciare primaverile che riprende notoriamente vigore in una vasta varietà anche olfattiva, dopo la rapsodia invernale di tutt’altro tenore. In questo modo, la colza pare salutare il ciclo delle stagioni, con una sorta di proiezione trasversale che, di ciascuna, ne interpreta un particolare, fino a dare la propria impronta di commiato vivace al tempo della produzione a cui giunge nell’avvicendarsi della tappa ineludibile di un inesorabile riposo generale. Grovigli dall’apparente effetto selvatico e dalle dinamiche proporzioni variabili sono l’intercalare frapposto al rigore di una geometria rurale dove questa pianta erbacea rimodula di sfumature approssimative gli spazi determinati anche nella fissità di insediamenti agresti e di apposite infrastrutture.
Un’eco di leggiadra libertà si effonde fra i petali svampiti della colza che paiono slanciarsi, per vaga conformità, verso le confuse chiome degli alberi attorno, con le quali intercalano, dal basso, uno specchio naturale di spontanea versatilità, richiamandone il fruscio che a loro sussurra le sillabe inafferrabili di un tripudio di fiori, mentre il sole sembra svenarsi in un dimesso abbraccio di luce ad accompagnare l’impermanenza del sottile instaurarsi di queste sottili interazioni.
